5 lug 2009














Vicenza , anno del cinquecentenario di Andrea Palladio.
Iniziano i lavori di ampliamento dell' aereoporto militare in pieno centro.


(illustrazione  tratta da "Nella vasca dei pesci Rossi" )
manifestazione a vicenza

Vicenza è viva. I No Dal Molin hanno vinto la loro scommessa, contro tutti. Contro i 1.500 poliziotti e carabinieri che hanno dato allo Stato il volto dell'assedio, contro le autorità che avevano autorizzato il corteo per poi cercarlo di renderlo impossibile, contro il vuoto e la scarsa attenzione della «grande» politica che si arrampica sull'ideologia del «ritorno al territorio» per poi ignorarlo nelle difficili pratiche. La «giornata dell'indipendenza» che ieri ha aperto il ciclo di manifestazioni contro il G8 è diventata una chiamata a raccolta delle tante resistenze che attraversano il paese, ormai tutte prive (o quasi) di rappresentanza politica. Diecimila persone sono partite in corteo in un'afosa periferia vicentina, hanno costeggiato l'aeroporto militarizzato, sono state bloccate su un ponte dalle cariche del battaglione Tuscania, si sono fermate per un po' e poi hanno ripreso la loro marcia. Non si sono spaventate, sono «passate», lanciando così un messaggio di tranquilla forza. Il mittente non è tanto il governo italiano - che forse non merita nemmeno questo - ma sono i grandi del mondo in arrivo a L'Aquila.
Tra essi Barack Obama, cui il presidio No Dal Molin ha inviato nei giorni scorsi una lettera rimasta per ora senza risposta. Chissà se il presidente Usa vorrà ora spiegare come si conciliano i princìpi che enuncia con la costruzione di una base imposta a un'intera popolazione.
Il 4 luglio di Vicenza era iniziato già da qualche giorno. Il Comitato No Dal Molin aveva esplicitato l'intenzione di «fare il massimo possibile», in altri termini di entrare nella base. Segnale raccolto dalle forze dell'ordine che fin dalla sera del 3 luglio hanno occupato l'intera zona: due minuti di sosta sulla strada comunale ai bordi dell'aeroporto e arrivava la volante dei carabinieri. Poi, dalla mattina di ieri, polizia e carabinieri hanno messo in stato d'assedio tutta la zona, blindando tutto il percorso del corteo e predisponendo un massiccio «filtro» su strade e autostrade. Al punto da bloccare automobili e pullman - in un caso fin dentro la festa padovana di Radio Sherwood - mettendo in discussione la libertà di movimento e rallentando il flusso dei manifestanti verso il concentramento di Rettorgole.
Tutta la giornata si è svolta in questo clima d'intimidazione: il messaggio più esplicito era quello rappresentato da centinaia di uomini in tenuta antisommossa sul ciglio della strada, con il continuo rischio di «contatti» dagli esiti imprevedibili. Dietro lo striscione d'apertura - «No Dal Molin, yes we can» - centinaia di famiglie vicentine, tantissime donne e bambini, e poi le rappresentanze dei loro ormai storici alleati, i No-Tav della Val di Susa, i No-Mose veneziani, i No-Ponte siciliani, la delegazione dell'Abruzzo Social Forum. Ma, soprattutto, un lungo serpentone di donne e uomini con alle spalle tutte le battaglie pacifiste di questi anni. Mescolate tra la folla, qualche bandiera di Legambiente, Prc, Sinistra e libertà, Pdci, Arci, Fiom. Un fluire disordinato e colorato, bianco e rosso, mentre al di là del recinto militare incombeva il blu scuro dei carabinieri.
Sono bastate poche centinaia di metri, il tempo di raggiungere la strada che passa davanti all'ingresso del Dal Molin, e i nodi sono venuti al pettine. Gli organizzatori hanno chiesto a più riprese che i tantissimi militari e blindati schierati lungo il percorso venissero ritirati all'interno della base, come recitavano gli accordi con la questura. Richiesta respinta. Così, su un piccolo ponte, un velo di scudi di plastica sostenuto da un centinaio di ragazzi del Presidio permanente ha tentato di spingere indietro i militari del Tuscania, allontanandoli dal corpo del corteo in arrivo. La carica è partita immediatamente, i caschi da motociclista hanno evitato il peggio alle teste dei manifestanti, un paio di lacrimogeni urticanti hanno reso la respirazione difficile un po' a tutti. Il corteo si è bloccato, e mentre il ponte restava «in mano nemica», è iniziata un'assemblea presso il Presidio permanente, aspettando le prossime mosse dei militari. Nel frattempo, qualche decina di metri più indietro, un piccolo ponte di barche ha permesso a una decina di pacifisti di attraversare il canale e piantare una bandiera arcobaleno a ridosso del recinto della base e di fronte a un gruppo di agitatissimi carabinieri. Che non hanno gradito.
Incassata la carica, la manifestazione non si è dispersa: «Siamo venuti fin qui e il corteo lo vogliamo fare tutto», era la frase più ripetuta. E, constatato che i 10.000 di Vicenza non si erano fatti vincere dalla paura, i comandanti di piazza hanno deciso di far indietreggiare di qualche metro le loro truppe. Per gli organizzatori del no Dal Molin quella era già una vittoria. Riposti i propositi di entrare in massa dentro la base per «riprendersi» la loro terra, visto che un velo di plastica e qualche casco poco possono di fronte ai blindati del Tuscania, la decisione è stata quella di concludere la manifestazione sul percorso concordato con la questura. Anche a costo di pagare un altro costo finale, nei pullman bloccati a lungo dalle forze dell'ordine. Giusto per lanciare un ulteriore messaggio di controllo.
A otto anni da Genova, un movimento più piccolo per dimensioni e che vive di tante vertenze locali o settoriali, che si sente molto distante dalla rappresentanza politica e pretende di praticare la «propria» democrazia, non poteva (probabilmente non voleva) fare di più. Ora il testimone passa alle mobilitazione della prossima settimana, a partire dalla fiaccolata di domani notte, passando per i tanti messaggi che verranno lanciati ai «grandi» in Abruzzo e a Roma, fino alla manifestazione del 10 luglio a l'Aquila. Non tutti andranno ovunque e le forme della protesta contro il G8 saranno diverse e anche «divise». Ma, intanto, i No Dal Molin incassano la riuscita di una giornata che si presentava molto difficile. Ieri, almeno ieri, Vicenza ha vinto.

da il manifesto, gabriele polo

4 lug 2009

Le principali norme approvate definitivamente nel ddl Sicurezza

REATO DI CLANDESTINITA'
Lo straniero che fa ingresso violando la legge, è punito con l'ammenda da 5mila a 10mila euro e l'espulsione.
IDENTIFICAZIONE
Il periodo massimo complessivo di trattenimento per l'identificazione non puo' essere superiore a 180 giorni.
RONDE SENZA ARMI
Associazioni volontarie dei cittadini "a guardia" dei quartieri. I "volontari per la sicurezza" non potranno girare armati e svolgeranno attività di segnalazione alle forze dell'ordine, ma non di presidio del territorio. Le associazioni saranno iscritte in un apposito elenco tenuto dal prefetto.
ZONE DI SICUREZZA
L'inasprimento di pena scatta nel caso in cui gli illeciti siano compiuti in alcuni luoghi particolarmente frequentati dai cittadini come stazioni, banche, uffici postali, parchi e giardini pubblici e fermate di autobus.
SINDACI SCERIFFI
I primi cittadini potranno ordinare l'immediato ripristino dello stato dei luoghi a spese dei colpevoli. Se si tratta di venditori ambulanti viene predisposta la sospensione dell'attività commerciale fino all'adempimento dell'ordine e del pagamento delle spese, o la chiusura per motivi di igiene e decoro urbano.
LE STRAGI DEL SABATO SERA
Si inaspriscono le pene per gli automobilisti ubriachi o drogati. Il "Fondo contro l'incidentalità notturna" servirà per l'acquisto di materiali e mezzi per le forze di polizia oltre che per campagne di sensibilizzazione.
TASSA PERMESSO SOGGIORNOLa richiesta di rilascio e di rinnovo del permesso di soggiorno è sottoposta al versamento di un contributo il cui importo è fissato fra un minimo di 80 e un massimo di 200 euro.
FONDO RIMPATRI
Istituito presso il ministero dell'Interno un Fondo rimpatri finalizzato a finanziare le spese per il rimpatrio degli stranieri.
CARCERE PER CHI AFFITTA A CLANDESTINI
Chiunque dà alloggio o cede anche in locazione un immobile a uno straniero che sia privo di titolo di soggiorno è punito con la reclusione da 6 mesi a 3 anni.
Sempre nel ddl sulla sicurezza ci sono:
OLTRAGGIO A PUBBLICO UFFICIALE
Viene reintrodotto il reato abrogato nel 1999. La pena massima, per chi è di 3 anni.
REGISTRO DEI CLOCHARD
Presso il Viminale ci sarà il Registro nazionale dei senza fissa dimora. Per i clochard viene stabilito anche l'obbligo di dimora.
ALBO DEI BUTTAFUORI
Nasce l'albo degli addetti ai servizi di controllo delle attività di intrattenimento o di spettacolo
DECORO URBANO E WRITER
Per i writer che sporcano o deturpano monumenti o palazzi storici, carcere fino a un anno e multa fino a 3mila euro.
BAMBINI INVISIBILIGli stranieri avranno l'obbligo di esibire agli uffici della pubblica amministrazione il permesso di soggiorno anche per atti di stato civile o per accedere ai pubblici servizi. Questo renderà impossibile l'iscrizione all'anagrafe per i figli dei clandestini

3 lug 2009

QUANTO COSTA IL G8?

A colloquio con la stampa estera il capo della Protezione civile, Guido Bertolaso, l'ha definito un "G8 low cost". Sobrio e "solidale", perché il vertice degli otto grandi, che si terrà all'Aquila dall'8 al 10 luglio, sarà un’occasione per "rilanciare un territorio, fare stare i grandi vicino alla tragedia della gente comune". Tutto il contrario rispetto allo sfarzo e al lusso della Maddalena, sede originaria del G8, prima che il terremoto del 6 aprile in Abruzzo spingesse il governo a spostare il vertice all'Aquila. Ma, spulciando tra le cifre, i costi complessivi per organizzare l'evento appaiono eccessivi. "Il G8 costa più dell’intero bilancio che l’Italia dedica alla lotta contro la povertà" - denuncia Flavio Lotti, coordinatore nazionale della Tavola della pace. "400 milioni di euro contro i miseri 321,8 milioni stanziati quest’anno dal governo italiano per lottare contro la morte per fame e la miseria nel mondo". Lotti analizza i numeri e precisa: "Abbiamo calcolato la spesa al minimo, non abbiamo voluto sparare cifre esorbitanti". I costi totali, presi in considerazione dalla Tavola della pace, comprendono sia le spese per l'adeguamento delle strutture alla Maddalena, sia i lavori svolti all'Aquila. Si parla di 209 milioni di euro per le opere di bonifica e adeguamento dell'Arsenale, la struttura della Marina militare che avrebbe dovuto ospitare il vertice, 50 milioni di euro spesi finora in Abruzzo, 35 milioni stanziati dal ministero degli esteri per le attività preparatorie del vertice e circa 85-90 milioni di euro spesi per la sicurezza dell'evento. Il sindacato di polizia parla di 87 milioni di euro contro i 113 previsti per La Maddalena. Non vengono prese in considerazione, anche perché sconosciute, le spese per l'organizzazione dei vertici tematici che si sono svolti in varie città italiane: dal G8 sull'ambiente di Siracusa all'incontro dei ministri degli esteri a Trieste. Il tutto per un totale di 379 milioni di euro. Ma le cifre variano e sembra non esserci un bilancio preciso e dettagliato. Dalla Protezione civile dicono che a far fede sono i numeri presentati da Bertolaso in occasione della conferenza stampa con i corrispondenti esteri del 23 giugno scorso. In quell'occasione il capo della Protezione civile confermava i 50 milioni di euro spesi per l'Abruzzo a fronte dei 320 utilizzati in Sardegna. E le stesse cifre appaiono sul sito ufficiale del vertice, alla voce “Tabelle spese opere G8 La Maddalena”. La spesa prevista era di 377 milioni di euro, ai quali vanno però sottratti 50 milioni, una riduzione, si legge nel documento, calcolata sulle indicazioni del Consiglio superiore dei lavori pubblici "anche a seguito del trasferimento del G8 all'Aquila". Un trasferimento motivato con il risparmio di 220 milioni di euro da destinare alla ricostruzione delle zone terremotate. Ma si è trattato di vero risparmio? A dicembre 2008 tutti gli organi di stampa, dal Corriere della Sera al Giornale della famiglia Berlusconi, riportavano la notizia: «Per la realizzazione del G8 a presidenza italiana, che si terrà in Sardegna sull’isola della Maddalena a inizio luglio 2009, verranno spesi 400 milioni di euro». Una cifra che aveva fatto gridare allo scandalo qualcuno, constatando che la cifra era tre volte le spese sostenute per organizzare il vertice di Genova nel 2001. Per ora, a conti fatti, per il G8 erano stati previsti 400 milioni di euro e 400 milioni di euro sono stati spesi.
Alla confusione sull'ammontare delle cifre si aggiunge la confusione sulla provenienza dei soldi. Sempre Flavio Lotti sottolinea che per organizzare il vertice in Sardegna sono stati stanziati fondi Fas, ovvero di sviluppo alle aree del Mezzogiorno, che sarebbero dovuti servire, ad esempio, all'allargamento della strada Olbia–Sassari, ma che sono stati in gran parte usati per i lavori all'Arsenale. Una struttura che in futuro dovrebbe ospitare "altri eventi internazionali", dei quali ben otto entro la fine del 2009. Altra ipotesi, potrebbe diventare un centro commerciale. Inoltre si chiede Lotti, perché l'evento è gestito dalla Protezione civile, i cui compiti dovrebbero essere altri? I bilanci fanno parte di quelli della Protezione civile o si parla di contabilità separata? E soprattutto chi pagherà il conto?
*Lettera 22

2 lug 2009

SI DICHIARA LESBICA E VIENE LICENZIATA

Ha dichiarato di essere lesbica. Ha denunciato le discriminazioni subite. Ha sfilato al Gay Pride. Ora il questore di Padova vuole il suo licenziamento. Anticipazione dell’inchiesta dell’Espresso domani in edicola.

Il giorno prima aveva sfilato con altri 150 mila contro le discriminazioni sessuali al Gay Pride di Genova. Una volta ritornata a casa però ha trovato ad attenderla la lettera del suo “capo”, il questore di Padova, Luigi Savina, con cui si avvia la pratica della sua destituzione dalla Polizia. Luana Zanaga, 39 anni di Rovigo, in forza alla polizia patavina, nei mesi passati ha fatto coming out, rivelando pubblicamente la propria omosessualità. E da ottobre dello scorso anno, da quando ha reso pubblica la sua tendenza sessuale, per lei è cominciato un calvario. Dapprima è stata “processata” da una commissione di disciplina, che ha proposto di punirla con una sospensione dal servizio “fino a sei mesi”. Ma ora, forse, non farà nemmeno in tempo a scontare quella sanzione, perché è arrivata la nuova tegola: la destituzione. Che nei fatti significa licenziamento. Il questore Savina nega che nel provvedimento si parli di licenziamento, ma non dice quale punizione intende infliggere all’agente Zanaga. Infatti con la lettera si è solo avviata la pratica di contestazione degli addebiti, mentre i provvedimenti adottati verranno resi noti solo successivamente. A parlare apertamente di destituzione è invece il funzionario incaricato di seguire il caso per conto del questore. E Savina infatti scrive che non è più sufficiente la sola “deplorazione” con la conseguente sospensione. D’altra parte in questi giorni Luana Zanaga si è anche sentita rivolgere l’accusa di essere pericolosa. Perché, come è scritto espressamente nella lettera del questore Savina, alla fine di maggio ha rilasciato delle dichiarazioni, senza autorizzazione a “L’espresso”, riportate nell’articolo “Agente gay a rapporto” e poi riprese dal sito Dagospia. Nell’articolo l’agente gay diceva di vivere in un ambiente omofobico, di aver subito il mobbing e di essere stata sottoposta a vessazioni. Come successe anni fa, quando la costrinsero ad andare dal medico per attestarne l’idoneità visto che era omosessuale. «Mi chiedevano se stavo bene con la mia omosessualità e io rispondevo che stavo benissimo», accennava nell’articolo. Per il capo della Questura di Padova queste accuse sono fortemente denigratorie e portano discredito alla Polizia. Nessun cenno invece, nella lettera, agli altri giornali, riviste e tv che hanno riferito della poliziotta. O alla solidarietà manifestatale dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. Pubblicazioni uscite nello stesso periodo e anche successivamente. Più che per le dichiarazioni dell’agente Zanaga, viene il sospetto che l’infrazione più grave sia aver parlato con il nostro giornale. Invece di approfondire e verificare le accuse della poliziotta sull’ambiente omofobico, si preferisce rimuovere chi solleva dubbi e parla di discriminazioni. Nessuno, infatti, ha chiesto all’agente di portare le prove delle sue accuse. Una denuncia, la sua, circostanziata, precisa e grave, come nel caso dei due poliziotti che le scrissero che doveva «bruciare in un lager». Dunque non c’è stato accertamento della verità, ma è comunque in arrivo una punizione esemplare perché ha parlato. Così Luana Zanaga rischia di veder svanire il sogno di una vita, cioè fare la poliziotta, solo perché difende e rivendica la propria sessualità.

fonte http://lerane.wordpress.com
da osservatorio sulla repressione

VAURO