7 lug 2012

27 mag 2012

Undici tesi per una genealogia della scuola pubblica

















Foto di gruppo in una Work House inglese. Facendo la genealogia della scuola pubblica, non troviamo le accademie peripatetiche o le istitutrici delle famiglie borghesi; piuttosto, le case dei poveri che disciplinarono i bambini di strada all'inizio del capitalismo industriale. 


I.
Ogni scuola ha sempre vissuto nella contraddizione tra finalità espressa e finalità reale, cioè tra quello che dice di fare e quello che effettivamente fa. Nello stato borghese la scuola ha risposto al mandato esplicito di fornire a tutti i cittadini le nozioni e le competenze necessarie per partecipare alla gara della vita partendo tutti dalla stessa linea fino ad occupare nella società, grazie all’impegno e al sudore della fronte, ciascuno il posto che si è duramente meritato. A fianco e dietro a questo mandato esplicito, ha sempre insistito nella scuola il mandato sostanziale: quello di confermare, avallare e sacralizzare la stratificazione sociale, confermando per ciascun individuo il corretto livello di aspirazioni, la natura delle sue qualità, il posto nel mondo da dover accettare.
II.
La finalità sostanziale, ciò che la scuola effettivamente fa, non viene perseguita attraverso l’istruzione, la conoscenza e la cultura. La produzione degli effetti reali avviene dentro la scuola attraverso la disciplina, i voti, le note, le interrogazioni; in generale attraverso la definizione dei “ruoli” e attraverso particolari modalità di relazione tra i corpi. In questo senso diciamo che la scuola è un “dispositivo”. Ciò significa che l’oggetto proprio dell’istituzione scolastica, l’istruzione, non è che un “discorso” che si sviluppa a partire da un insieme di pratiche concrete, minime, quotidiane, il cui effetto è quello di produrre un certo tipo di caratteristiche di “personalità”, un certo tipo di “individui”, soggetti con determinate caratteristiche funzionali al sistema sociale complessivo.
III.
Appello, campanella, compiti, voti individuali, disciplina, gerarchie, verifiche, note, promozioni e bocciature costituiscono l’ossatura della “scolarizzazione”. Con gli effetti che queste pratiche producono sulla vita degli individui, la scuola ottiene un primo importante risultato: diffonde e trasmette il valore della scuola in sè. Forgiando con questi mezzi giovani uomini e donne, afferma continuamente che l’unico modo per entrare nella vita adulta è sottoporsi all’insieme di pratiche della scuola stessa. Quelli che all’occhio dell’ideologia costituiscono un mero strumento, un mezzo tecnico per perseguire il fine dell’istruzione, sono in realtà la prestazione più importante della scuola. La scolarizzazione si è così guadagnata il suo ruolo principe come strumento per indirizzare gli uomini alla produzione industriale e ai rapporti economici della società fordista.
IV.
Nell’era della produzione postfordista il ruolo della scuola entra in una nuova fase.  Con lo spostarsi della centralità dalla produzione in fabbrica al consumo, la società non ha più bisogno di masse di lavoratori disciplinati, rigidamente separate dai quadri amministrativi della classe dirigente. Il consumatore postmoderno deve soprattutto produrre la sua personalità, una personalità tale che gli permetta di essere socialmente incluso: la differenziazione dei desideri, la particolarità delle scelte, il perseguimento del benessere diventano gli obiettivi primari dei soggetti. L’identità non è più legata a un posto stabile nella catena di montaggio, ma deve essere fluida, flessibile, adattabile a una serie di contesti disgregati e senza orizzonte collettivo. La scuola, come dispositivo fordista, che tiene gli alunni legati alla disciplina del banco e al valore dell’istruzione, è condannata ad una irreversibile crisi.
V.
La scuola, diventata “di massa” in epoca postfordista, perde ogni credibilità anche come strumento di mobilità sociale in una fase di contrazione economica. Oggi attraverso la scuola ogni mobilità sociale è divenuta impossibile. E, con questa, vengono meno tutti i discorsi sulla cultura come emancipazione, sull’educazione come strumento di progresso. La scuola è condannata ad un presente eterno, contraddittorio e immobile. Senza nessuna visione di futuro, riproduce quotidianamente se stessa e il suo “stato di emergenza”.
VI.
L’insieme di mandati impliciti riservati alla scuola diviene insopportabile. Piuttosto che esplodere, la scuola si differenzia in sottocategorie che svolgono ciascuna mandati impliciti e taciuti: gli anni dell’obbligo, immensi raccoglitori di disagio, gli istituti tecnici, fabbriche di sottoculture, gli istituti di qualità A, B e C, per mantenere in piedi il fantasma della formazione di elite. Stressata da queste fratture interne, la scuola sviluppa una nuova identità, è costretta a subire “colonizzazioni” da discipline pedagogiche, psicologiche e sanitarie.
VII.
I cattivi professori di retroguardia, ciecamente legati all’ideologia dell’istruzione, da decenni lamentano questo stato di cose. L’intrusione dell’educativo, del pedagogico e del sociale nella scuola. Dietro all’educativo e al pedagogico, si fa strada la portata di psicologismi, preoccupazioni sanitarie, attenzioni psichiatriche. Non siamo lontani dai test d’intelligenza collettivi con cui formare le classi. Attraverso rigidi parametri tecnici, il controllo sociale diffuso si stende sulla “maggioranza deviante”, che non può che essere deviante, rispetto ad una istituzione che non si sa più a cosa serva. Il tutto velato da una costante alternanza di maternalismo e paternalismo, il volto assistenzialista e il volto autoritario, la mamma e il papà che alternano e delegittimano reciprocamente le loro funzioni in una casa alla deriva. 
VIII.
La scuola resta dunque un luogo critico, dove troppe variabili rischiano di generare il disordine. Allora la strategia consona al potere diventa quella di incanalare le incertezze in una politica di forza, un politica dell’ordine e della repressione. Le modifiche negli statuti degli istituti, nei regolamenti per gli studenti, negli ordini del ministero e nel comportamento dei presidi vanno chiaramente in questa direzione. Tornelli, sospensioni, denunce, delazioni, sono gli strumenti di questa gestione amministrativa ansiolitica. In uno stato di disordine strutturale, il disordine fornisce sempre l’occasione per riaffermare l’autorità, la disciplina e la forza. Da luogo potenzialmente esplosivo si cerca di fare della scuola una fabbrica di consenso.
IX
Come rendere la scuola una fabbrica di consenso? Riempiendola di utili idioti, intellettuali organici a qualsiasi potere dominante, piccolo borghesi il più possibile servili e proni, cerimonieri dell’autorità. Meschinità, corporativismo, amore incondizionato per l’autorità non sono però qualità innate nell’animo del corpo docente. Essi sono piuttosto il prodotto di un politica oculata: bassi salari, ricattabilità, competizione tra livelli professionali,cooptazione, categorie differenziate e gabbie salariali sono il brodo di coltura di queste qualità dell’animo.
XI.
Il tutor per l’integrazione degli alunni disabili nasce in questo contesto. Un dispositivo fordista alla deriva, percorso da venature reazionarie, tenta affannosamente di “correggere” la sua impostazione sorpassata con un’apertura ad un modello di welfare più giovane, sussidiario, relazionale, informale. Dal matrimonio incestuoso tra le due generazioni di welfare nasce una figura mostruosa. Il tutor, che dovrebbe lavorare sulla inclusione sociale dei disabili, viene deprofessionalizzato, sottopagato, costretto a un ruolo di “tappabuchi” per obiettivi didattici ed educativi impossibili da realizzare, ma senza averne la dignità di categoria.
L’unica lotta che i tutor possono portare avanti, dunque non può che uscire dalla scuola, e portarsi alla società che produce la scuola come luogo di inesplicabili contraddizioni. L’integrazione sociale del mondo è stata compiuta, ora si tratta di cambiarlo. 

16 dic 2010

NON E' CHE UN INIZIO




Infiltrati o no, quello del 14 dicembre non sarà un episodio isolato. Altre automobili bruceranno, altre banche verranno attaccate, altri simboli verranno infranti. Il popolo tutto intorno, in manifestazione, urlerà di gioia e di soddisfazione. Non potrete, voi giornalisti, politici "amici", questori, distinguere i buoni dai cattivi. Tutti esulteranno quando la loro rabbia avrà distrutto i simboli di quest'ordine di cose.

Alcuni non possono capire questa esplosione di rabbia. I partiti "amici" per esempio, che credono di poter usare il movimento come manovalanza di piazza ma hanno rinunciato a rappresentare il conflitto nella società, non potranno capire. Chiederanno di stare calmi. Peggio: tenteranno di dividerci in "buoni" e "facinorosi", inventandosi degli estremisti su cui scaricare la colpa.

No. Noi rispondiamo loro che non ci sono buoni e cattivi. Che loro non possono capire la nostra rabbia perchè quella società immaginaria in cui vivono, l'abbiamo visto e dimostrato, non esiste più. Quella società pacificata, senza più lotta di classe, senza più dominati e dominanti, senza più sfruttati e sfruttatori, in cui hanno cercato di farci credere, beh, non esiste più. Noi l'abbiamo visto e l'abbiamo dimostrato.

Lo abbiamo visto quando le forze dell'ordine ci hanno attirato in trappola e provocato in Piazza San Giovanni, picchiando signore in carrozzina e caricando studenti - fino a quel momento - pacifici.

Lo abbiamo visto quando i deputati si spintonavano in aula, poi andavano a votare a testa bassa, nascondendosi per la vergogna, arraffando accordi per università private di proprietà o devolvendo fondi alle scuole dei preti mentre, dicono, c'è la crisi.

Lo abbiamo visto bene parlando con i ricercatori, con gli operai, con gli insegnanti precari, con gli immigrati sfruttati e costretti alla clandestinità.

Lo abbiamo visto bene chi sono gli sfruttatori, quali sono gli interessi delle classi dominanti, chi sono i provocatori.

Si aggira per l'Europa una generazione che nella mediazione politica vede solo il calcolo cinico di interessi individuali, che si sommano a formare maggioranze che non incarnano alcuna idea, ma solo gli accordi untuosi di viscidi opportunismi.

Si aggira per l'Europa una generazione che nel futuro vede solo precarietà, nessuna prospettiva di realizzazione personale, nessuna prospettiva di mobilità sociale, diritti che si trasformano in privilegi per ricchi e governi che pensano a salvare le banche tagliando il welfare.

Si aggira per l'Europa una genrazione che nelle forze dell'ordine vede solo i sicari assoldati dai ricchi per fare piazza pulita delle diversità.

Beh, signori, questo non è che un inizio. Voi non capirete, o farete finta di non capire, e altra violenza verrà. E noi diremo che è giusta.

Siamo noi la vostra crisi. 



29 set 2010

BARZELLETTE

Spiega il giornalista parigino di passaggio Roma per studiare da vicino il laboratoire italien che i francesi sono furiosi con Sarkozy soprattutto perchè sta facendo fare una brutta figura al loro paese. In un recente sondaggio il 93 per cento dei francesi si lamentano troppo.
Povera Francia, titolava in copertina la scorsa settimana Courrier International, "all'estero la tua immagine si sta deteriorando". Dannzinger, vignettista statunitiense, disegna una colonna di auto e camion con a bordo i rom espulsi dal paese che resta bloccata in una manifestazione di lavoratori francesi contro l'aumento dell'età pensionabile.
L'articolo di Le Monde a pagina 19 che racconta la riunione della settimana scorsa tra i leader europei per discutere la questione dei rom fa venire in mente le barzellette con l'italiaano, il francese e il tedesco.
Solo che in questo caso non c'è niente da ridere.
Anche perchè la parte del più ridicolo spetta all'italiano.

Giovanni De Mauro
fonte L'Internazionale numero 865

20 giu 2010

auguri di un buon compleanno.

Un appello di Aung San Suu Kyi

Il premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi domani compirà 65 anni. Un compleanno che a Rangoon sarà celebrato in sordina, all’interno della casa-prigione in cui la leader dell’opposizione birmana ha vissuto negli ultimi vent’anni quasi ininterrottamente.

I suoi compagni di partito, la Lega nazionale per la democrazia (Nld), recentemente costretta a sciogliersi, si riuniranno per renderle omaggio da lontano, non essendo autorizzati a farle visita.

Per l’occasione dalla Birmania arriva un appello al mondo occidentale che U Win Tin, amico di Aung San Suu Kyi, ha fatto arrivare all’Independent: “Voglio ripetere e dare eco alle sue stesse parole: ‘Per favore, usate la vostra libertà per promuovere la nostra’, e vorrei anche aggiungere che noi birmani abbiamo sete di libertà e stiamo aspettando che qualcuno, sia esso una persona, un paese o un’istituzione, ce la porti”.

La Birmania si prepara alle elezioni, in programma entro la fine del 2010, che a detta della giunta militare al potere saranno la pietra miliare della democratizzazione del paese, mentre per gli osservatori esterni serviranno solo a cementare il potere degli attuali dittatori.

fonte: Internazionale

2 mag 2010

PRECARI DEL CALL-CENTER UNITEVI

I giovani della sinistra uniti per i precari del call-center: oggi in piazza a Roma i ragazzi del Pd, Idv, Sinistra Ecologia e Libertà, Fabbriche di Nichi Vendola e Popolo Viola.

"Ho paura, tanta paura", ci scrivono i lavoratori della teleperformance, il mega call-center che licenzia quasi mille dipendenti tra Taranto e Roma. I committenti - grandi aziende come Vodafone e Mediaset - giocano al ribasso: "Wind e Sky hanno già deciso di affidarsi ad aziende che non utilizzano lavoro subordinato ma autonomo (cioè sottopagato) e quindi precario. In questo settore un lavoratore con contratto a progetto viene pagato poco più di 3 euro l'ora, mentre uno assunto ne costa all'impresa 22: ecco perché si questi tempi ai giovani - e non solo - le aziende offrono solo contratti a progetto. E la crisi economica non c'entra: i committenti di teleperformance sono aziende con milioni di utili. Spetterebbe al Governo intervenire per sostenere le aziende che assumono e frenare il ricorso selvaggio al lavoro precario, che tarpa le ali alla nostra generazione. È per questo che oggi, venerdì 30 aprile, saremo in piazza tutti insieme al fianco dei lavoratori di Teleperformance: per denunciare l'immobilità del Governo e l'assenza di un piano industriale sul tavolo, e per chiedere più tutele per il lavoro precario. Chiediamo a tutti voi di partecipare al sit-in dei lavoratori di Teleperformance, alle 9.30 a Roma, in via Veneto. Vi chiediamo di scendere in piazza con noi non solo per solidarietà con gli operatoridel call-center ma per quello che questa battaglia racconta: una generazione che non riesce a sbrigliarsi dalle reti soffocanti del precariato, una generaione che non può costruire il suo futuro con stipendi precari da 3 euro lordi l'ora. Per questo, anche se magari non potranno venire i big dei nostri partiti, siamo sicuri che ci saranno tanti giovani capaci del centrosinistra. Le forze buone del rinnovamento, quelle che sanno riportare la politica lì dove serve e che sanno superare le divisioni per agire insieme al fianco di chi ha bisogno dell'azione dei partiti. Uno di quei commenti postati su internet chiude così: "per favore, qualcuno ci aiuti!". Eccoci, tutti insieme. Venite anche voi!

di Francesca Fornario
fonte l'unita.it

10 apr 2010

carriola/e

una casa perduta, di alessandro sanna














non è arrabbiato come dovrebbe, ma può essere un inizio.
sfogliatelo! credo che lo troviate nelle librerie più fornite, è edito da Corraini

7 mar 2010

le carriole

L'Aquila, la protesta delle carriole "Rimuoviamo le macerie dal centro storico"

category internazionale | terremoto | altri media author mercoledì 24 febbraio, 2010 13:41author scritto da epg

L'appello dei comitati per la prossima domenica: "Utilizzeremo anche i picconi"
L'ombra della mafia su una ditta incaricata di sgomberare i detriti

L'AQUILA - La rivolta delle carriole. Gli aquilani le useranno, domenica prossima, contro le macerie. In centinaia, forse migliaia - secondo gli auspici dei comitati cittadini che hanno indetto la manifestazione - si ritroveranno, di nuovo e per protestare, nel centro storico soffocato dai detriti. Stavolta però, proveranno a risolvere il problema da soli, almeno simbolicamente. Con le loro mani e con le carriole, appunto. "Utilizzeremo anche i picconi, se necessario - commenta Mattia Lolli, uno degli esponenti del comitato 3e32 che si occupa dell'organizzazione della protesta - Del resto, è l'unica soluzione. È trascorso un anno e le macerie sono ancora lì, mentre Comune e Protezione Civile si rimpallano le responsabilità. Non è giusto. Dobbiamo dare un segnale forte. Si è parlato di efficientismo all'Aquila nel post-terremoto, mentre il problema più evidente e semplice da risolvere, come lo smaltimento degli effetti del terremoto, è rimasto lì, sotto gli occhi di tutti noi. Con il complice silenzio dell'informazione televisiva che ha raccontato la favola della ricostruzione felice". E così, tra le vie della "città provvisoria", tra i palazzi dell'emergenza finanziati dal governo, la manifestazione di domenica già la chiamano "la rivolta delle carriole". L'appuntamento è alle ore 10 in piazza Duomo. Sarà la terza protesta organizzata negli ultimi quindici giorni all'Aquila. Intanto, ieri mattina è scattata la protesta di 130 commercianti aquilani che nonostante il terremoto e la paralisi delle attività sono costretti a pagare la tassa di occupazione di suolo pubblico.

E se per gli aquilani le macerie sono un problema da risolvere, per la criminalità organizzata - secondo un rapporto presentato alla commissione parlamentare Antimafia dal prefetto dell'Aquila, Franco Gabrielli - rappresentano un affare. Nelle carte spunta anche l'assegnazione diretta da parte del Comune dell'Aquila ad una ditta aquilana (senza gara d'appalto ed utilizzando la normativa dell'urgenza) dei lavori per lo smaltimento delle macerie. Un affare da 50 milioni di euro.



"La società in questione (T&P S. r. l) - è scritto rapporto - un mese dopo l'aggiudicazione si è modificata sensibilmente, con l'ingresso di un nuovo socio con legami con altre società, in una delle quali (l'Abruzzo Inerti S. r. l. di L'Aquila) vanta partecipazioni la Sicabeton s. p. a. di Roma, operante nel settore del cemento che controlla a sua volta numerose imprese sia in Italia che all'estero; la Sicabeton s. p. a figura nel citato elenco di ditte "a rischio" fornito dalla Direzione Nazionale Antimafia. Difatti, alcune società e personaggi del gruppo in questione hanno formato oggetto delle indagini condotte dal Ros dell'Arma dei Carabinieri di Palermo i cui esiti furono compendiati nel rapporto che nel 1991 fu consegnato al giudice Giovanni Falcone". Non solo. Scrive ancora Gabrielli: "La Sicabeton ed un'altra controllata sono affidatarie di commesse da parte del Dipartimento della Protezione Civile e nei loro confronti è in corso presso la Prefettura di Roma l'istruttoria per il rilascio delle informazioni antimafia". Successivamente, la Procura dell'Aquila ha aperto un'inchiesta e il Comune ha bloccato la gara d'appalto.

15 feb 2010

PROSTITUZIONE CIVILE


Da Il Fatto Quotidiano, 13 febbraio 2010, di MARCO TRAVAGLIO

C’è solo una lettura più divertente delle intercettazioni: i titoli dei giornali sulle intercettazioni. Il Pompiere della Sera ha già degradato lo scandalo della Prostituzione civile a seconda notizia per dare il dovuto rilievo al sensazionale “Pensioni, allarme di Berlusconi”. Il Giornale invece apre su Bertolaso: “Intercettazioni tutte da interpretare”, “solite trappole”, “nuova stagione di fango”.
“Su Bertolaso – spiega Feltri – la sensazione è che ci sia poco o niente”: mica come sull’omosessualità di Boffo, per dire. Trattasi di “gossip”, argomenta l’autorevole Meluzzi, portavoce di don Gelmini imputato per molestie su ragazzini. Sempre sul Geniale, Annamaria Bernardini de Pace si raccomanda: “Non chiamatele escort, ma prostitute”, “sono puttane che si offrono ai potenti”: non poteva dirlo all’altro utilizzatore finale?
Secondo Belpietro, “non ci fosse stato Bertolaso, i terremotati de L’Aquila sarebbero ancora nelle tende o nei container”. Invece sono in albergo e L’Aquila, dieci mesi dopo, è in macerie come il giorno del terremoto. In compenso alla Maddalena han buttato 330 milioni per alberghi a 5 stelle con vista sui tir.
Il Foglio affida un commento a un esperto del ramo: Sergio Soave, l’ex dirigente Pds che patteggiò la pena per le mazzette sul metrò milanese, dunque può autorevolmente analizzare le nuove mazzette: “Come si può passare col rosso suonando il clacson quando si trasporta un ferito all’ospedale, così si debbono poter infrangere regole ordinarie quando si fronteggia una situazione straordinaria”.

Infatti gli appalti riguardano il G8, i Mondiali di Nuoto e i 150 anni dell’Unità d’Italia, tutte situazioni straordinarie, eventi imprevedibili scoperti per caso all’ultimo momento. Immaginiamo il panico quando, in una delle tante notti insonni al centro benessere “Beauty Salaria”, San Guido Vergine e Martire fu avvertito da una fisioterapista di mezza età, tale Francesca, lontana discendente della contessa di Castiglione e di Costantino Nigra, che nel 1861 era nata l’Italia unita. Panico, allarme rosso, stato di emergenza, poi l’Uomo del Fareallertò prontamente il genio pontieri e i cani da valanga, infine chiamò il prode Anemone, che peraltro aspettava da ore fuori dalla porta, all’addiaccio, li mortacci sua.

Decisamente più sapido l’altro editoriale del Foglio, dal titolo in chiaroscuro ispirato dal cardinal Ruini: “Chiudere la patta”. Sul Riformatorio si produce Polito El Drito in persona: ha compulsato per ore “i brogliacci delle telefonate e i commenti del gip in cerca del reato”. E, tanto per cambiare, non ci ha capito una mazza: manca – scrive con notevole ironia involontaria – “la pistola fumante”. Anzi gli è parso che la celebre Francesca “non potrebbe far escludere la cura di un’ernia del disco”. Poi vaticina che il processo finirà in prescrizione, così “non sapremo mai se Bertolaso ha fatto le terribili cose di cui è accusato” e “se gli appalti della Protezione civile finivano tutti ai personaggi che sghignazzavano alla notizia del sisma de L’Aquila e se la Maddalena è stato un colossale sperpero” perché non avremo “una sentenza definitiva”. Invece di fare un paio di visure camerali o di mandare qualcuno alla Maddalena, lui aspetta la Cassazione. E’ fatto così: se, puta caso, vede un tizio con mascherina, passamontagna e calzamaglia nera che esce da una banca col sacco in spalla, El Drito non grida “al ladro”. Aspetta una dozzina d’anni che la sentenza passi in giudicato.

Intanto San Guido sfodera tre alibi di ferro. Il primo glielo fornisce il ministro Matteoli: “Con tutto quel che ha da fare, Bertolaso non ha tempo per farsi corrompere” (i giudici lo terranno nel dovuto conto). Il secondo lo spiega l’interessato al Corriere: “Pensate che si possa comprare con 10 mila euro uno come me? E’ umiliante”. In effetti solo uno straccione si venderebbe per così poco: bisogna aggiornare il listino prezzi. Il terzo alibi è gentilmente offerto dal Banana: “Bertolaso non si tocca”. Alla bisogna provvede, eventualmente, Francesca.
(Vignetta di Bandanax)

fonte: voglioscendere.ilcannocchiale.it

RINGRAZIAMO LA PROTEZIONE CIVILE

8 feb 2010

BASTA CON LA STRUMENTALIZZAZIONE RAZZISTA DELLA VIOLENZA SULLE DONNE!


COMUNICATO STAMPA

BASTA CON LA STRUMENTALIZZAZIONE RAZZISTA DELLA VIOLENZA SULLE DONNE!

BASTA CON LA GUERRA TRA POVERI!


La fiaccolata di venerdì 22 gennaio organizzata dalla Lega Nord e appoggiata dal PdL si è svolta al grido della consueta e demagogica parola d’ordine di “sicurezza”. Sicurezza, naturalmente, dalle orde di migranti che, secondo gli organizzatori, riverserebbero ondate di criminalità nel centro storico cittadino, in particolar modo a danno delle donne (la cui assenza spiccava tuttavia alla già poco partecipata fiaccolata…).

Ancora una volta la destra modenese fa leva, per le sue campagne razziste, su pregiudizi duri a morire e su dati fasulli e seminatori di odio:

Lega e PdL dichiarano che gli stranieri residenti nel centro storico distruggono vie “un tempo signorili”: lo sanno costoro che è proprio in famiglia, tra le pareti delle case di queste vie signorili che si consuma ben il 94% delle violenze contro le donne, in primo luogo da parte di italianissimi mariti e fidanzati? E sanno che tra i mariti che picchiano, violentano e uccidono le donne la prima categoria professionale rappresentata è quella degli imprenditori, dei dirigenti e dei liberi professionisti, seguita dai rappresentanti delle cosiddette forze dell’ordine e delle forze armate? Alla faccia di chi invoca più polizia per combattere la violenza sulle donne! Sanno infine che i dati ufficiali della questura (pubblicati anche dai giornali locali!) rilevano un calo generale della micro-criminalità a Modena, mentre sono in aumento esponenziale i reati dei colletti bianchi legati all’infiltrazione mafiosa e camorristica nel nostro territorio?

Dove sono le fiaccole della Lega e del PdL contro questo genere di reati? A chi fa comodo spostare altrove l’attenzione, diffondendo la paura, criminalizzando le fasce deboli come i migranti, e facendone un capro espiatorio contro cui riversare l’odio della gente, frustrata e impoverita dalla crisi economica?

Le donne di Rifondazione Comunista sono stanche che la violenza contro le donne sia strumentalizzata per fomentare campagne razziste contro gli immigrati. Anche noi chiediamo sicurezza, ma la sicurezza di una casa, di un posto di lavoro e sul posto di lavoro (tre lavoratori ogni giorno in Italia sono vittime di incidenti gravi o mortali). Anche noi combattiamo la violenza contro le donne: essa tuttavia non è fatta solo di stupri, ma di sfruttamento, di salari inferiori a quelli maschili, di mansioni dequalificanti, di assenza di servizi che fa ricadere sulle donne tutto il peso delle cure parentali, della criminalizzazione del Vaticano nei confronti delle donne che abortiscono, e, non ultima, della mercificazione del corpo femminile intrinseca alla società capitalistica, che fa delle donne un oggetto su cui riversare la violenza della società.

La crisi economica in atto non farà altro che acuire l’insicurezza e la precarietà; anche a Modena i licenziamenti e gli sfratti per morosità continuano ad aumentare. Apriamo gli occhi: è questa la sicurezza che ci aspetta? Le esibizioni della Lega sono solo un diversivo, i nostri nemici non sono gli immigrati, ma un sistema economico che sfrutta in nome degli interesse di pochi le masse, dividendole con la guerra tra poveri!


COLLETTIVO DONNE DI RIFONDAZIONE COMUNISTA

MODENA

7 feb 2010

in formazione

l'emergenza dell'oliva dal martini




Bertolaso SpA: il business della Protezione Civile.
25 gennaio 2010 2 Commenti
Bertolaso sale trionfalmente al soglio di imperatore di tutti gli appalti con il decreto legge, varato la settimana scorsa dal Consiglio dei ministri e adesso in discussione al Senato, che “privatizza” la Protezione civile della nazione trasformandola in una Spa. Altro che la gerarchia dei ministri stilata ufficialmente dal suo mentore Gianni Letta.
Guido Bertolaso, dottore in medicina, sottosegretario alla presidenza del Consiglio e capo del Dipartimento della Protezione civile, scala di fatto l´ordine protocollare superando in termini di potere reale non solo Frattini, Maroni e Alfano, i primi tre nella classifica lettiana, ma anche Giulio Tremonti, custode dei cordoni della borsa. Perché potrà spendere come vuole un numero imprecisato di miliardi di euro pubblici senza alcun controllo, autorizzazione o rendiconto e, se occorre, con la secretazione, come è avvenuto per il G8 che avrebbe dovuto svolgersi all’isola della Maddalena e fu infine trasferito all’Aquila terremotata.
Potrà spendere ad libitum Bertolaso, non solo per frane, incendi e terremoti, ma per qualunque “Grande evento” sia giudicato degno, nei confini della Repubblica e nell’orbe terracqueo, di un “decreto emergenziale”.

I ministeri tacciano sotto il tallone di Tremonti e la Corte dei Conti si metta l´animo in pace. I controlli sono off limits.
Già soprannominata “Bertolaso Spa” tra i senatori di tutte le parti che stanno esaminando il decreto, la “Protezione civile servizi Spa” diventa di fatto se non il più grande, certamente il più autonomo ente appaltatore della Repubblica, con una quasi totale deroga alle tradizionali norme di legge per i fondi in transito da palazzo Chigi e destinati ai più svariati scopi: dalle gare ciclistiche, alla celebrazione di santi, dai party di Stato ai viaggi del Papa, dalle piscine alle discariche, dal traffico delle gondole in laguna alle regate, dagli alberghi di lusso agli scenari di cartapesta per i vertici internazionali. Come quello – tripudio del kitsch curato da Berlusconi in persona – che fece sorridere i ministri convenuti per il vertice Nato-Russia di Pratica di Mare. Per spingersi prossimamente alla gestione dell’Expò di Milano del 2015 e alle Olimpiadi del 2020 contese tra Roma e Venezia, che Berlusconi e Letta vogliono nelle mani di Bertolaso.
Una macchina di potere così travolgente da spostare ulteriormente dalle sedi dei ministeri e naturalmente del Parlamento e delle Autorità di controllo fino a palazzo Chigi la barra del potere reale della ditta Berlusconi & Bertolaso, che sotto l´ala nobile del Gentiluomo di Sua Santità Gianni Letta, della cultura dell’emergenza ha fatto una scienza di potere infinitamente più sofisticata rispetto a quella della prima repubblica, che prevedeva complesse “cupole” per la spartizione di favori, potere e ricchezze, magari attraverso i titoli in cui erano convertiti i fondi neri dell’Iri, di cui il sottosegretario Letta ha diretta conoscenza, avendone riscossa a suo tempo una quota pari a circa un miliardo e mezzo di lire.
Sbaglierebbe chi credesse che l’emergenza della “Bertolaso Spa” si sostanzi soltanto nei terremoti, nelle frane, nelle esondazioni, negli incendi, che pure ogni anno non ci fanno mancare niente.
Tutto è ormai emergenza in questo paese: dal quattrocentesimo anniversario della nascita di San Giuseppe da Copertino, celebrato in provincia di Lecce con l´ordinanza “emergenziale” 3356, al congresso eucaristico nazionale, previsto ad Ancona dal 4 all’11 settembre 2011, di cui Bertolaso è già commissario, per ora con una dote di soli 200 mila euro da spendere per la buona riuscita dell’evento. Spiccioli, bazzeccole, pinzillacchere. Ben altri sono gli interessi che sotto la voce “Protezione civile” fanno fluire centinaia e centinaia di milioni. Spesso agli amici e agli amici degli amici.
Tra il 2001, quando Bertolaso venne nominato capo della Protezione civile e i primi cinque mesi del 2009, la presidenza del Consiglio ha emesso 587 “ordinanze emergenziali”, di cui solo una parte riferita a calamità naturali. Il resto a “Grandi eventi”, o presunti tali. Pare che nessun organo di controllo sia in grado al momento di sapere esattamente quanto la coppia “B&B” è riuscita a spendere negli ultimi anni, senza alcuna pastoia o controllo di legittimità. Ma ha prodotto una stima attendibile Manuele Bonaccorsi, autore di un dossier intitolato “Potere assoluto – La protezione civile ai tempi di Bertolaso”, appena pubblicato.

Tra il 3 dicembre 2001 e il 30 gennaio 2006 la presidenza del Consiglio ha varato 330 ordinanze. Di queste, sono pubblici gli stanziamenti di 75 ordinanze, che valgono circa un miliardo e 490 mila euro. Non si tratta di un campione rappresentativo, ma è un dato che consente una stima. Nei cinque anni, tramite ordinanze della Protezione civile, in spregio alle norme sugli appalti e le assunzioni, sarebbero stati spesi 6,5 miliardi. Se si fa il calcolo su 587 ordinanze della presidenza del Consiglio in meno di nove anni, si arriva a 10,6 miliardi. Una somma sufficiente – giudicano gli autori del dossier – a costruire un blocco di potere indistruttibile, segreto e libero da qualsiasi regola.
Capite allora perché l´imperatore di tutti gli appalti, che il centrosinistra considerava uno dei suoi, dichiara nelle interviste che tra tutti i quattordici governi in cui ha «servito», il Berlusconi quater è «il migliore»?

Figlio di un pilota dell’aeronautica militare, medico nel Terzo mondo stipendiato dalla Farnesina e pars magna a Roma di una società immobiliare operante nel comprensorio dell’Olgiata, gran giocatore di golf con il suocero Guido Piermarini, campione del generone romano, da giovane medico l’idolo di Guido Bertolaso era il medico dei derelitti Albert Schweitzer. Poi, al seguito di Giulio Andreotti, l´aspirante medico dei derelitti scoprì che era meglio curare i potenti della terra che i diseredati.
Dieci anni fa era ancora nessuno.

«Io lo conoscevo bene», racconta Luigi Zanda, oggi vicepresidente dei senatori del Pd, che nel 2000, quando era presidente dell’Agenzia del Gran Giubileo, lo incontrò come vice di Francesco Rutelli, sindaco di Roma e commissario all’evento. «Abile nella soluzione dei problemi, aveva un ego smisurato», secondo Zanda, che oggi guida in Parlamento le legioni degli oppositori alla “Bertolaso Spa”, che, oltre alla Cgil, allinea per ora la Conferenza delle Regioni, presieduta da Vasco Errani, e l´Associazione dei comuni di Sergio Chiamparino.
Oltre a uno schieramento bipartisan che non ne può più della ditta “B&B”, covata dietro le quinte da Gianni Letta e dal suo sistema di potere, curato da ambasciatori che, a suo tempo, figurarono come reclutatori della Loggia P2 di Licio Gelli, impegnata soprattutto a riciclare tangenti con la complicità della banca del Vaticano. Come il mitico Luigi Bisignani, che oggi, ufficialmente manager di una società tipografica torinese, in realtà svolge per conto di Letta le funzioni di portavoce dei potentissimi sottosegretariati di palazzo Chigi. “B&B”, più la “L” di Letta.
«Quella cui assistiamo – dice Zanda – è una picconata allo Stato, una sovrapposizione abnorme tra un capo Dipartimento, un direttore generale che dovrebbe ispirarsi all’imparzialità, e un sottosegretario controllore-controllato, cui, per di più, col nuovo decreto, si implementano i poteri. Nella repubblica democratica italiana non è mai accaduto che un membro del governo abbia avuto contemporaneamente la carica di sottosegretario e di direttore generale. È come se il ministro dell’Interno Maroni fosse anche il capo delle polizia. Per la serie: continuiamo a picconare questo ex Stato di diritto».
Legibus solutus, anche a causa del caratteraccio arrogante e litigioso nonostante il Premio Santa Caterina da Siena appena ricevuto, il pio Bertolaso rischia col suo sistema di potere di incappare in quei piccoli granelli che, se sottovalutati, possono inceppare il meccanismo. Tra le centinaia di delibere emergenziali passate negli anni passati del suo potere da palazzo Chigi, destinate a moltiplicarsi con il decollo del decreto “B&B”, ce n’è qualcuna che proprio non può passare indenne a qualche sacrosanta verifica giudiziaria.

A parte l´inchiesta “Rompiballe”, che coinvolge Bertolaso nelle vicenda del discutibile riciclaggio dei rifiuti napoletani, fiore all’occhiello del berlusconismo, vogliamo magari parlare degli appalti secretati per il G8 della Maddalena, confluiti in una piccola società di Grottaferrata, Castelli Romani, di nome Anemone, come il suo titolare, personaggio riconducibile ai cari del commissario bertolasiano Angelo Balducci? O dei venti inutili poli natatori sorti a Roma ad uso dei soliti palazzinari, facendo carta straccia dei piani regolatori, per i Mondiali di nuoto del 2009?
Quella volta fu un figlio del Balducci, oggi stimato presidente del Consiglio superiore dei Lavori pubblici, a tentare il business milionario su un territorio prossimo alla via Salaria che rischia di affogare sotto il Tevere ogni volta che fa due gocce d´acqua.
Tanto era sfrontata la speculazione del giovane Balducci, che qualche magistrato proprio non la digerì. Ora la “Protezione Civile Spa” della premiata ditta “B&B”, punta con tanti amici costruttori a luoghi secchi e desertici. E soprattutto, liberata con la privatizzazione dagli ultimi lacci dei controlli, a nessuna interferenza di giudici rossi.


Fonte: La Repubblica, Wikipedia

riordino scolastico

COMMENTO | di Domenico Chiesa
SCUOLE SUPERIORI
Adolescenti «no future»
I regolamenti di riordino delle scuole superiori, approvati ieri dal Consiglio dei Ministri, non hanno certo la portata di una riforma ma ugualmente produrranno per la scuola un forte impatto: in un tempo di crisi economica, sociale, culturale, che scardina lo stesso concetto di sviluppo, proporre la stabilizzazione dell'assetto di scuola in vigore come fosse un'innovazione epocale non potrà non avere ricadute negative sul futuro della formazione. Nella scuola disegnata dal Governo si mantengono rivitalizzate le categorie gentiliane dell'istruzione segnata dagli aggettivi che l'accompagnano («liceale», «tecnica» e «professionale»).
Il biennio perde ogni legame con la scuola di base e con lo sviluppo delle competenze culturali tanto conclamate. Il danno è profondo perché diventa impossibile ridisegnare il curricolo verticale sui dieci anni di obbligo. La coerenza del curricolo verticale poteva rappresentare il livello più fecondo per un'innovazione in grado di migliorare i risultati di apprendimento.
La direzione verso cui si muove questa «riforma» è la sostanziale riproposizione/aggiornamento della scuola nata con la riforma del 1923 che prevede un percorso per formare il ceto dirigente, uno per i tecnici intermedi e un percorso per le attività esecutive-qualificate che ora entrerà in concorrenza con i percorsi di formazione professionale e magari con l'apprendistato a 15 anni.
Si conferma e approfondisce il solco tra licei e istituti e all'interno di questi tra tecnici e professionali.
È una scelta sbagliata perché si basa su due presupposti non più veri e perché esiste un'alternativa meno ideologica, maggiormente fattibile e maggiormente vicina alla prospettiva di una scuola democratica.
Il primo presupposto si riferisce all'esistenza di «vocazioni» allo studio legate a diverse forme di intelligenza. Con un eccesso di banalizzazione, approssimazione e superficialità si parla di vocazioni, di attitudini, di forme di intelligenza in una età così incerta in cui il rendimento scolastico e soprattutto il comportamento culturale sono sostanzialmente determinati dalle condizioni sociali e dalle esperienze culturali vissute. Nella preadolescenza l'«intelligenza» non è un dato stabile ormai solo più da assecondare bensì un elemento composito su cui costruire lo sviluppo delle competenze culturali. È l'intelligenza di ciascuno che semmai è ricca di tante intelligenze tutte da espandere; lo sviluppo degli aspetti intellettivi in cui si eccelle non può avvenire abbandonando quelli in cui si rilevano difficoltà. A questa età è molto importante uno sviluppo armonico della nostra intelligenza e sappiamo quanto la formazione culturale sia determinante.
Il secondo presupposto è riferibile al mercato del lavoro. Siamo da tanti anni martellati dalla richiesta di flessibilità: non esiste più un lavoro che possa durare per tutta la vita. Cosa cambia dovendo formare profili professionali caratterizzati contemporaneamente da un'alta specializzazione e da una rapida trasformazione e instabilità?
Certo non anticipando il momento della specializzazione: la precocità della formazione specialistica e settoriale caratterizzava i profili professionali rigidi e tali da coprire l'intero periodo della vita lavorativa.
Crescono le competenze trasversali e le abilità comunicative e di comprensione/interazione all'interno di situazioni complesse e in forte, continua evoluzione.
Proprio la nuova tipologia della specializzazione legata alle nuove tecnologie e il suo bisogno di flessibilità sono compatibili unicamente con una base di formazione di ampio e consolidato respiro culturale che solo ad un certo momento si orienti e si pieghi verso lo specifico settore professionale.
In realtà, quando non si hanno idee e competenze per costruire futuro, la paura, prodotta da un presente difficile, produce il ripiegamento in un passato nostalgico.
Il futuro della scuola sarà dunque segnato nella qualità dai tagli alle risorse (secondo una strana teoria che prevede un miglioramento dei risultati attraverso la riduzione dell'investimento) e da una non-riforma (un cambiamento senza progetto) che rassetterà l'esistente cercando di farlo rivivere nello spirito della scuola formato anni cinquanta. Che peccato.

ilmanifesto