05 mar 2009

la deriva italiana



di Alberto Asor Rosa



In controtendenza rispetto a una (apparente) inarrestabile deriva negativa, cercherò di riassumere quali siano per me i punti decisivi della situazione italiana: Berlusconi, il suo disegno e la sua forza. Qualche mese fa mi azzardavo a definirli diversi ma peggiori del fascismo, apriti cielo. Oggi i più autorevoli commentatori parlano disinvoltamente di una precisa caratterizzazione populistico-autoritaria. Ma dov'è la differenza? Nessuno dei regimi fascistici del Novecento in Europa fu mai contraddistinto dai caratteri di un puro putsc militare o poliziesco. Al contrario: essi furono, in modi diversi, esperimenti fortemente autoritari ma anche fortemente populistici; arrivati il più delle volte al potere in seguito a regolari elezioni; accompagnati a lungo da un vasto consenso di massa. L'unico regime rivoluzionario arrivato al potere con un atto di rottura violenta delle istituzioni legittime costituite fu quello bolscevico: ma è lecito assai dubitare che, per una lunghissima fase, quel regime non avesse conseguito il medesimo consenso di massa caratteristico dei suoi più accaniti avversari.Dobbiamo perciò acconciarci ad arrivare a una rapida conclusione, che forse dispiacerà a molti dei miei lettori: quel che contraddistingue un sistema democratico degno di questo nome non è in sé e per sé il consenso popolare, neanche quando conseguito con strumenti (formalmente) democratici (le elezioni), ma il rispetto (anche formale, formalissimo) delle regole. Torniamo alla liberaldemocrazia classica? Risposta: perché no, se i tempi sono di estrema emergenza? Il fatto che in un processo possa essere condannato il corrotto e non il corruttore in base ad una legge dello Stato regolarmente approvata; la barbarica esibizione di spiriti primitivi e di perverse persecuzioni nel coso del caso Englaro; la legittima «messa in campo» per le strade delle nostre città di drappelli di sedicenti difensori dell'ordine pubblico, mentre le vere «forze dell'ordine» vengono depotenziate ed emarginate; le spinte risolutamente avverse all'unità e identità nazionali in nome di una parola d'ordine, in sé nobile ma paurosamente degradata, come «federalismo»; il tentativo in corso nel nostro Parlamento di tagliare non solo le unghie ma anche le braccia e le gambe alla magistratura allo scopo di realizzare una perfetta «confusione dei poteri»; l'ostentato esibito, ampiamente praticato ricorso alla decretazione d'urgenza, anche quando d'urgente non c'è nulla, a scapito delle prerogative parlamentari; la costante destabilizzazione dei rapporti fra le istituzioni (vulgo: attacchi indecenti alla Presidenza della Repubblica); la ricerca, quanto mai evidente, di concentrare nel Capo il maggior numero di poteri possibili; tutto ciò, e molto altro, rappresenta con enorme chiarezza la scalata, talvolta provocatoria e nevrotica, più spesso paziente e tenace, verso una diversa forma dello Stato, dove le procedure elettorali, della cui esplicita cancellazione ci sarà sempre meno bisogno, avranno una valenza solo immaginaria. Davanti agli occhi il nostro Presidente del Consiglio ha il modello Putin, come non avvedersene? (questo potrebbe anche voler dire che la cosiddetta «anomalia italiana» sta dentro una più generale crisi del «modello democratico», - Obama contraddicente?, - e questo è vero, ma non c' è spazio per argomentarlo).Consenso di massa, dicevamo, intorno alla scalata antidemocratica di Silvio Berlusconi: come mai? Intanto: Berlusconi, come tutti i leader dei movimenti populistico-autoritari (i.e. Fascisti) del Novecento, è l'unico homo novus nel panorama politico circostante: rappresenta per lui un vantaggio non da poco raffigurare plasticamente l'alternativa a un imbrogliato, querimonioso, incerto, fatiscente sistema liberaldemocratico (fu la stessa cosa per Mussolini, per Hitler, persino per i comunisti bolscevichi). Poi, promette, promette molto: in tempi di crisi, se non c'è un progetto chiaro a contrastarlo, l'illusionismo di un abile prestigiatore appare più seduttivo di qualsiasi piatto e grigio discorso di buonsenso. In terzo luogo: solletica i peggiori istinti delle masse, che ne hanno, o se ne hanno, li fa propri, fa vedere loro che lui è come loro. Da questo punto di vista non c'è da farsi molte illusioni: in Sardegna ha vinto anche perché ha promesso che si sarebbero fatti villaggi turistici in ogni punto della costa, e in Toscana, nella democraticissima Toscana , accadrebbe lo stesso, se a contendersi fossero due partiti, uno dei quali promettesse il rigoroso rispetto della linea delle dolci colline paesane e un altro di costruirci sopra «villettopoli» dappertutto. Infine: la risposta dei suoi avversari fa pena. Infatti: c'è un'opposizione in Italia? Risponderò con un'altra domanda: chi è in grado di dirmi cosa sia il Pd? E' un partito di centro che guarda a sinistra o un partito di sinistra che guarda al centro? O un partito di centro che guarda al centro? E' un partito laico o un partito confessionale? O cos'altro? Fa opposizione o consociazione? Le ultime vicende, - la caduta di Veltroni e la sua sostituzione con Franceschini, ecc. ecc., - sulle quali si è soffermata Rossanda con considerazioni alle quali non ho da aggiungere nulla, complicano il quadro, non lo chiariscono. Faccio solo questa aggiunta istruttoria: nel calderone creato dall'ircocervo si è inabissato, con un'assolutezza totalizzante che incute spavento, qualsiasi residuo di tradizione comunista italiana. Non ne è rimasto nulla, tutto è stato liquidato dai suoi stessi eredi anagraficamente più accreditati: i vincoli profondi con il mondo del lavoro; la presenza capillare e di massa; il «costituzionalismo» senza remore; il riformismo limitato ma serio. Al posto di tutto questo, nessuno sforzo culturale nuovo; una sorta di idiosincrasia per qualsiasi ragionamento culturale fondativo; la pratica istituzionalizzata del giorno per giorno (che lascia spazio a cose perfino vergognose: come la rinnovata spartizione, d'intesa con il berlusconismo, del Consiglio di Amministrazione della Rai).Ma «a sinistra» la situazione è ancora peggiore. Divisioni, personalismi, lotte di apparati (tanto più rissosi quanto più microscopici). Cose ormai inveterate, mi fa pena persino tornarci su. Appena succede qualcosa di nuovo, come ad esempio la proposta di una Costituzione di sinistra, scopri (come accade in Toscana) che è per dare uno sgabelletto di sinistra al Pd, il quale nel frattempo si è spostato ancora più a destra (candidatura di Renzi a sindaco di Firenze). Di nuovo c'è anche che alcuni dei dirigenti che stanno fra i massimi responsabili della catastrofe in atto della sinistra, dopo una breve pausa di ristoro, hanno ricominciato ad andare in giro per l'Italia a spiegare cosa deve fare una sinistra per essere veramente di sinistra. Penoso. E allora? Beh, non devo mica essere io a dare risposte alla catastrofe. Solo qualche considerazione conclusiva, che deduco strettamente da quelle precedenti. Se non ci si vuole adeguare alla prospettiva che il risentimento presente in una parte consistente dell'opinione pubblica italiana si orienti verso soluzioni (specularmente) demagogico-populistiche, utili come reazione nell'immediato, ma che non portano da nessuna parte, bisognerebbe ripartire da alcune riflessioni molto elementari: 1) l'opposizione al berlusconismo è globale: non comporta né accomodamenti né arretramenti né trattative. Con Berlusconi nessun discorso è possibile: è illusorio e autolesionistico cercare di correggerlo in un modo qualsiasi in corso d'opera; 2) quel che manca, incredibilmente e inverosimilmente, in Italia - da questo punto di vista unico paese al mondo -, è un partito di sinistra. Voglio esser chiaro: non un partito della sinistra radicale: ma tout court, un partito di sinistra che interpreti le moderne esigenze di solidarietà sociale, apertura multiculturale, rispetto delle regole, separazione dei poteri, Stato di diritto, laicità e indipendenza culturale, libertà e democrazia, che potrebbero fare da base a un intransigente opposizione antiberlusconiana; 3) chi se ne frega, insomma, della stantia diatriba fra veterocomunismo e pseudoriformismo, se poi non c'è chi sia in grado di mettere in piedi un programma di governo accettabile e praticabile? Mancano un progetto, una linea, una qualsiasi forma (anche minimale) di orientamento strategico, dieci punti, un decalogo elementare, comprensibile e accettabile (tanto dobbiamo fare un semplice partito di sinistra, mica la rivoluzione socialista), in grado di spiegare alla gente chi siamo e dove andiamo; 4) è diffusa una scontentezza, un'insopportazione di massa per le diatribe vane, le astuzie, le furbizie, le manovrette di autosalvataggio degli apparati di sinistra. Gli «uomini nuovi», ahimé, non si creano a comando, neanche con le «primarie» (Renzi docet): vano farne ricerca se da soli non si presentano alla ribalta. Ma la rottura della catastrofica continuità degli apparati, la quale consente e alla fine addirittura persegue la disastrosa liquidazione delle tradizioni e dei valori migliori, costituisce anch'essa un fattore ineliminabile di questo passaggio. Per riallacciarsi alla componente più feconda del nostro passato ci vorranno uomini che vengono dal nostro futuro. Quando? Quando ci saranno.Finché questo non accadrà, non ci resterà che sperare nella forza di resistenza del Presidente della Repubblica (il quale non è mica Dio, fa quel che può). Nella magistratura (fin quando non le saranno tagliate le gambe e le braccia). Nella Corte Costituzionale (da cui ci aspettiamo molto nei prossimi mesi). E nell'Arma dei Carabinieri («Nei secoli fedele». Alla Repubblica, s'intende).

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