27 mar 2009

BALLA A BALLA


Ferve sui giornali il dibattito sulla crisi dei giornali. Intanto gli stessi giornali continuano a nascondere le notizie (solo Repubblica e il Manifesto han raccontato la vittoria in appello di Santoro contro la Rai che si era opposta al suo reintegro deciso dal Tribunale) e a gonfiare le non-notizie. Per esempio la puntata di «Porta a Porta» con Karol Ratz, arrestato per gli stupri della Caffarella e di Primavalle, poi scarcerato per non averli commessi. Una puntata talmente arrapante da raccogliere appena il 9% di share (1 milione di spettatori). Eppure i giornali le hanno dedicato intere paginate, così i lettori che avevano girato alla larga da Vespa imparano. Non l'avete voluto vedere? Beccatevelo sul giornale. La sera prima, l'insetto celebrava il Quindicennio Berlusconiano con un servizietto che attribuiva la caduta del primo governo del Cavaliere a «un avviso di garanzia della Procura di Milano» e quella del secondo governo Prodi a «un'inchiesta rivelatasi poi infondata su Mastella e la moglie». Due balle al prezzo di una. Il Berlusconi I cadde perché Bossi gli ritirò la fiducia, in dissenso sulla riforma delle pensioni, anzi su tutto. Il Prodi II cadde perché Mastella s'era accordato con Berlusconi e aveva preso a pretesto l'inchiesta di S.Maria Capua Vetere. Che non s'è rivelata affatto infondata: la Procura di Napoli ha appena depositato gli atti - preludio alla richiesta di rinvio a giudizio - a carico dei coniugi Mastella per concussione. Ma pareva brutto raccontare la verità. Intanto il dibattito sulla crisi dell'informazione prosegue, più appassionante che mai.(Vignetta di Bandanas)
fonte l'Unità del 26 marzo

Napoli, scontri tra studenti. La polizia spara in aria.

Un colpo in aria è un po' che non lo si vedeva. Invece, oggi, 26 marzo 2009, a Napoli è successo. Agenti della Digos per disperdere gli studenti che manifestavano contro l'avanzata dell'estrema destra nelle Università hanno scelto l'estrema ratio. Hanno sparato.È successo a piazza Garibaldi, nei pressi della stazione centrale. Tutto era cominciato nei giorni scorsi. Precisamente, il 18 marzo, quando il Blocco Studentesco – organizzazione legata a Casa Pound – si era messo davanti alla facoltà di Giurisprudenza per volantinare l'iniziativa in programma per oggi: un video, questo il succo dell'incontro, sui fatti di piazza Navona del 29 ottobre scorso. Già quel giorno la tensione si era fatta alta, anche perché, secondo il racconto degli studenti dell'Onda, «i fascisti sono passati subito alla provocazione attiva brandendo coltelli e bastoni con in punta una lama innestata» (guarda le foto) Poi, il 26 marzo è arrivato: la proiezione del video è stata rimandata, ma i fascisti a Napoli ci sono andati lo stesso. Secondo la ricostruzione della Digos, «universitari di estrema sinistra, circa un centinaio si erano preparati a sbarrare l'accesso all'università a quelli di estrema destra, una quarantina. I due gruppi si sono fronteggiati a distanza, separati dalla polizia, poi i membri del Blocco Studentesco si sono allontanati. Un'auto della Digos ha seguito gli studenti di destra che, nel percorso fino alla stazione, si erano assottigliati, rimanendo in 7-8. In Piazza Garibaldi, però, hanno trovato un gruppo di circa 40 universitari di estrema sinistra ed è scattata la caccia all'uomo. Gli agenti della Digos hanno fatto entrare il piccolo gruppo nel box della Polfer che è stato danneggiato dal lancio di pietre e mazze. Poi l'auto della polizia è stata circondata e l'agente ha sparato in aria riuscendo a disperdere gli studenti. I poliziotti erano anche riusciti a bloccare uno studente che è poi scappato visto il soverchiante numero di universitari rispetto agli agenti».In realtà, secondo alcuni testimoni, la tensione a Piazza Garibaldi era già scesa. Per questo si chiedono i responsabili provinciale e regionale del Movimento per La Sinistra, Andrea Di Martino e Peppe De Cristofaro perché la polizia ha sparato? «Solo per un caso - scrivono i due - non si è avuto un nuovo caso-Sandri: da una volante della polizia giunta sul posto, a manifestazione conclusa ed in una situazione ormai di calma rispetto alle tensioni precedenti, le testimonianze degli studenti e dei cittadini presenti sul posto riferiscono che un agente di polizia avrebbe esploso un colpo di pistola ad altezza d'uomo, come sembrerebbe dimostrare il foro del proiettile ritrovato nel muro». La Digos, dal canto suo, dice: l'avevamo detto. Nella relazione consegnata al Parlamento il 10 marzo scorso, spiegano, era stato lanciato un allarme a proposito della crescente conflittualità politica tra estremisti dovuta al «maggior protagonismo politico acquisito dalla destra radicale su tematiche movimentiste, tradizionale monopolio della sinistra».
fonte: L'Unità

20 mar 2009

ABSOLUTE POESIA


Camminare in direzione di posti che non si possono raggiungere camminando è un'abitudine che bisogna perdere.
Parlare di faccende che non si possono decidere parlando è un'abitudine che bisogna perdere.
Pensare intorno a problemi che non si possono risolvere pensando è un'abitudine che bisogna perdere, diceva Me-ti.

(Bertold Brecht)

17 mar 2009

la morte può essere di gran lunga preferibile ad un'anestesista di Comunione e Liberazione

IL POST DI GRILLO

"Caro ragazzo, cara ragazza del 2009,
sono un ex ragazzo degli anni ’60, mi chiamo Beppe Grillo, ho sessant’anni. Faccio parte della generazione che ti ha fottuto. Il tuo futuro è senza pensione, senza TFR, senza lavoro. Il tuo presente è nelle mani di vecchi incartapecoriti, imbellettati, finti giovani. Quando ero bambino l’aria e l’acqua erano pulite, il traffico era limitato, la mia famiglia non faceva debiti e tornavo a scuola da solo a piedi. Non c’erano scorte padane e neppure criminali stranieri in libertà. I condannati per mafia non diventavano senatori.
Le stragi di Stato non erano iniziate, Piazza Fontana a Milano era solo un posto in cui passavano i tram. Le imprese erano gestite da imprenditori. E’ strano dirlo ora, ma c’erano persone che investivano il loro denaro per sviluppare le aziende. E manager che vedevano lontano. Enrico Mattei dell’ENI, ucciso in un attentato, Adriano Olivetti, Mondadori, Ferrari, Borghi e cento altri che non ricordo. Intorno alle città c’erano i prati e non i cimiteri di cemento che chiamano unità residenziali. La bottiglia di latte la riportavo al lattaio e non costruivano inceneritori. La televisione era un servizio pubblico in cui lavoravano anche veri giornalisti come Enzo Biagi, e con solo un quarto d’ora di pubblicità al giorno. Quando si parlava si usava il tempo futuro. Il presente e soprattutto il passato erano verbi di complemento. I giardini pubblici erano puliti e sui marciapiedi si camminava senza doversi destreggiare tra le macchine parcheggiate. Le persone erano più gentili, spesso sorridevano. Sul Corriere della Sera scrivevano Montanelli, Buzzati e Pasolini.
I genitori sapevano che i loro figli avrebbero avuto un futuro migliore. Solo dal punto di vista economico, ma questo non potevano prevederlo. I fiumi erano puliti e si poteva fare il bagno nel fine settimana che non si chiamava ancora week end. L’unico problema era rappresentato dagli imprendibili tafani. Le spiagge erano libere e il mare quasi sempre verde azzurro. La P2 era una variabile al quadrato e non ancora l’antistato progettato da Cefis. Gelli non aveva arruolato il novizio Berlusconi con la tessera 1816. L’Italia era una e indivisibile e Bossi studiava alla scuola per corrispondenza Radio Elettra. Si lavorava duro, ma si poteva risparmiare e la pensione era un approdo sicuro. Era un piccolo Eden, ora perduto. Non sapevamo di averlo. Molti lo disprezzavano. Negli ultimi sessant’anni abbiamo avuto uno sviluppo senza progresso. E ora non ci resta neppure lo sviluppo.
Le generazioni che ti hanno preceduto meriterebbero un processo da parte tua, caro ragazzo e cara ragazza. Sono colpevoli di averti rubato il futuro. Loro vivono nel presente con la seconda casa, le pensioni senza base contributiva. Loro ti governano. L’Italia ha la coppia di cariche dello Stato Presidente/Primo ministro più vecchia del mondo. Loro usano la Polizia contro gli studenti e i precari. Loro hanno ucciso la democrazia e le aziende come Tronchetti e Geronzi, i brizzolati di successo.
Caro ragazzo e cara ragazza, non potete più stare a guardare, la vita vi scivola tra le mani. Voi, invece di lasciarla scivolare, trattenetela. Io non sono in grado di dare lezioni a nessuno. Ho fatto troppi sbagli e sono troppo vecchio (anche se non dimostro i miei anni, belin). Ma ho vissuto un tempo più bello, più vero, più colorato, più umano. E so che è possibile anche per voi.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure.” Beppe Grillo

da www.beppegrillo.it

16 mar 2009

LA RETE TI LIBERA!

La rete ti libera non farti imprigionare

Il “pacchetto sicurezza” mette in seriamente in pericolo la libertà d’ognuno di noi. Nel pacchetto sicurezza vi è una norma che colpisce esplicitamente la libertà d’espressione in rete. L’emendamento del Sen. Giacomo D’Alia dell’UDC è stato pensato per imbavagliare quanti usano internet per costruire momenti di comunicazione critica e non omologata

La norma è inutile e dannosa. Inutile perché viene introdotta in nome della lotta contro i reati di istigazione a delinquere via internet quando esistono già numerose misure giuridiche atte a perseguire eventuali abusi e reati commessi tramite internet.

La norma è pericolosa perché prevede di perseguire chi “invita a disobbedire alle leggi”, una formulazione così vaga da consentire di colpire qualunque espressione critica, qualunque informazione che possa “disturbare il manovratore”, qualunque linguaggio non in sintonia con quello del potere dominante e del pensiero unico.

E’ necessario avviare subito una campagna di sensibilizzazione, dentro e fuori il web, che metta in guardia contro i seri pericoli di incursione dell’esecutivo nei confronti della libertà di espressione in internet. Giornali on line, siti di comunicazione orizzontale, blog, tutti saranno tenuti sotto stretta sorveglianza e minacciati. Si vuole demandare il controllo e il filtraggio preventivo ai fornitori di connessione con il pericolo che, a fronte di “rischio eventuale” vengano sospesi interi siti e link, il tutto a discrezione del Ministero dell’Interno e non della magistratura.

Il provvedimento mira a colpire la libertà di espressione e introduce una vera e propria “censura preventiva”. Esso si inquadra perfettamente nella filosofia del “pacchetto sicurezza” che limita fortemente la libertà di stampa (vedi la vicenda delle ‘intercettazioni’), introduce zone grigie nella separazione dei poteri dello Stato come nel caso delle “ronde”. E’ facile immaginare “ronde telematiche” dove presunti “vigilantes” denunceranno il pericolo di “reati possibili” chiedendo al governo di oscurare interi siti.

Serve una larga mobilitazione, dentro la rete e nella società, per far conoscere e respingere questo ennesimo attacco alla libertà di espressione e informazione. Serve una mobilitazione che chieda l’immediato ritiro della norma (ex emendamento D’Alia) che consente la censura preventiva in internet.

diffondi l'appello

http://www.laretetilibera.org/blog/

15 mar 2009

DENUNCIATO PER UN REATO CHE NON è REATO

Oggi ho ricevuto una notizia. La Questura di Bologna mi ha denunciato per violazione della direttiva sull’ordine pubblico che vieta le manifestazioni politiche il sabato e la domenica, oltre a vietarle sempre in luoghi definiti sensibili. La direttiva, emanata dal Ministro Maroni, i cui meriti intellettuali sono troppo noti perché io debba soffermarmi a lodarli, è stata prontamente ratificata e resa esecutiva dal Prefetto e dal Sindaco di Bologna, noto nel mondo per la sua liberalità.Insieme a me ha denunciato Valerio Monteventi, candidato sindaco per la lista Bologna città libera, Serafino D’Onofrio, consigliere comunale del gruppo Il Cantiere, Roberto Panzacchi, consigliere comunale del gruppo Verde, e Tiziano Loreti, fino a poche settimane fa segretario cittadino di Rifondazione comunista e ora candidato alla provincia per la lista Terre Libere.Cosa abbiamo fatto io e i miei quattro amici per essere denunciati col rischio di non so quanti mesi di detenzione e non so quanti euro di multa?Abbiamo violato una direttiva che a sua volta viola patentemente l’articolo 17 della Costituzione, secondo cui ogni cittadina e cittadino ha il diritto di manifestare pubblicamente il suo pensiero in qualsiasi luogo del territorio nazionale. Senza portare armi, aggiunge l’articolo 17. E noi non portavamo armi. Ma violavamo una direttiva che palesemente viola la Costituzione.Perché il Ministro Maroni ha deciso di compiere una scelta tanto grave come la violazione palese di un articolo della Costituzione Repubblicana?E soprattutto, che rapporto c’è tra la direttiva Maroni e quello che sta succedendo nelle fabbriche, nelle scuole, negli uffici di tutto il paese? Che rapporto c’è tra una direttiva chiaramente liberticida e la violenza di una recessione di cui i lavoratori non sono certamente responsabili, visto che da vent’anni sono costretti ad accettare continui aumenti della produttività, continue riduzioni del potere d’acquisto del loro salario, aumento sistematico dello sfruttamento, incidenti mortali quotidiani sul lavoro?Ieri ho partecipato a un’assemblea operaia che si teneva a Modena nella sede della CGIL. La sala era piena di lavoratori delle fabbriche Maserati, Ferrari, Terim, FIAT, Iris e altre. Modena era una città tranquilla e abbastanza ricca fino a pochi mesi fa. Da gennaio in poi il panorama è completamente mutato: migliaia di licenziamenti, cassa integrazione per mesi e mesi. Famiglie che non riescono a pagare il mutuo della casa. Orizzonte nero. Ha parlato il segretario della CGIL modenese, Pivonti, ha parlato Cremaschi, segretario della FIOM, e infine ho parlato io cercando di descrivere le linee di sviluppo della recessione e la necessità di un cambiamento profondo della cultura sociale di fronte alla decrescita ormai in atto – irreversibilmente – nel sistema economico mondiale.Dopo di noi ha preso la parola un operaio della Terim. Ha descritto in modo chiaro e drammatico la situazione che si vive nelle fabbriche, il dramma dei precari che perdono ogni possibilità di reddito, il dramma delle famiglie che fra poco non avranno più i soldi per comprare il necessario. Cosa dobbiamo fare? Ha chiesto il lavoratore.Anche a Bologna i cassintegrati sono diciassettemila. Cosa debbono fare?Coloro che da venti anni promettono che le misure liberiste porteranno benessere a tutti, coloro che hanno aumentato enormemente i loro profitti, coloro che ci hanno spinto a indebitarci illimitatamente per rincorrere modelli pubblicitari – costoro sono i responsabili di questa catastrofe. E ora cosa sanno fare? Sanno soltanto agitare le manette davanti ai nostri occhi. Sanno minacciarci e prometterci galera.Questo sanno fare coloro che hanno preparato la peggiore catastrofe che la nostra generazione abbia visto mai. Si preparano a colpire duro contro coloro che oggi alzano la testa e che domani scenderanno in strada a migliiaia a centinaia di migliaia.Preparano forse la guerra contro i lavoratori coloro che oggi ci vietano di manifestare?Minacciano leggi speciali contro gli sfruttati?Domani, sabato, io intendo manifestare contro la denuncia che mi ha colpito, e intendo parlare pubblicamente per spiegare ai cittadini che vorranno ascoltarmi che la minaccia è rivolta non contro di me, ma contro di loro, contro tutti i lavoratori, i precari, gli studenti.

Franco Berardi Bifo

fonte www.osservatoriorepressione.org

STRANI EPISODI A REGINA COELI

Il 13 marzo 2009, sono stato testimone di un fatto gravissimo: la direzione del Carcere di Regina Coeli di Roma non mi ha permesso di visitare i due detenuti rumeni accusati e involontari protagonisti dello stupro al Parco della Caffarella. Chi ha autorizzato i funzionari del carcere a una così evidente violazione della legge? L'articolo 67 della legge 354/75 che regolamenta il regime carcerario consente a ogni rappresentante eletto di visitare i detenuti senza alcun preavviso; per questo motivo in mattinata insieme ad alcuni esponenti dell'associazione in difesa dei diritti umani “Everyone”, mi sono recato al Regina Coeli per visitare in veste di europarlamentare Karlo Racz e Alexandru Istoika.Nonostante la regolare esibizione di tutti i documenti, la direzione ha addotto per quasi due ore tutta una serie di pretesti formali e burocratici (avrebbe per esempio permesso il mio accesso, ma non quello del nostro interprete rumeno) che mi hanno proibito di esercitare le mie prerogative.Si tratta di una grave violazione delle regole democratiche, che fa parte di un'operazione politica organizzata: pur di sbattere un mostro in prima pagina, si mette alla gogna il primo malcapitato, sull'onda emotiva di un'opinione pubblica sempre più spaventata dai media.Il caso dei due rumeni peraltro dimostra che tali comportamenti isterici sono dannosi per lo svolgimento delle indagini, distorcendone il regolare funzionamento e impedendo l'individuazione dei reali colpevoli. In qualità di deputato europeo mi riservo di intraprendere tutte le azioni legali necessarie per accertare le responsabilità dell'episodio e di presentare una formale interrogazione in sede europea.

di Giulietto Chiesa -europarlamentare

12 mar 2009

MAI NATO!

E' un po' nascosto, quasi a vergognarsi, e ne avrebbe tutte le ragioni. E' il comma 1, lett. f dell' art. 45,del disegno di legge “Disposizioni in materia di sicurezza”, approvato dal Senato e attualmente all’esame della Camera (C. 2180). Una frasetta che introduce l’obbligo per il cittadino straniero di esibire il permesso di soggiorno in sede di richiesta di provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile, tra i quali sono anche gli atti di nascita. Serve a modificare l’art. 6 comma 2 del D. Lgs. 286/1998, e ad eliminare l’eccezione attualmente prevista in base a cui il cittadino straniero è esonerato dall’obbligo di presentare il documento di soggiorno per i provvedimenti riguardanti gli atti di stato civile. Sembra una roba da poco ma non lo è per nulla. Se approvato, questo comma impedirà all'ufficiale dello stato civile di ricevere la dichiarazione di nascita né di riconoscimento del figlio naturale da parte di genitori stranieri privi di permesso di soggiorno. Se la norma verrà approvata, gli immigrati irregolari, se avranno un figlio, sarà invisibile, senza diritti, senza assistenza. Le conseguenze enormi. Questa norma potrebbe far sì che i bambini nati in ospedale non vengano consegnati ai genitori privi di permesso di soggiorno, essendo a quest’ultimi impedito il riconoscimento del figlio, e che in tali casi venga aperto un procedimento per la dichiarazione dello stato d’abbandono. Questi bambini, dunque, potranno essere separati dai loro genitori, in violazione del diritto fondamentale di ogni minore a crescere nella propria famiglia (ad eccezione dei casi in cui ciò sia contrario all’interesse del minore), sancito dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza e dalla legislazione italiana.
I minori che non saranno registrati alla nascita resteranno privi di qualsiasi documento e totalmente sconosciuti alle istituzioni: bambini invisibili, senza identità, e dunque esposti a ogni violazione di quei diritti fondamentali che sono universalmente riconosciuti a ogni minore. Senza un documento da cui risulti il rapporto di filiazione, molti di questi bambini non potranno acquisire la cittadinanza dei genitori e diventeranno dunque apolidi di fatto. Per tutta la vita incontreranno ostacoli nel rapportarsi con qualsiasi istituzione. Proprio a causa della loro invisibilità, saranno assai più facilmente vittime di abusi, di sfruttamento e della tratta di esseri umani. Non solo, cosa decideranno di fare le donne prive di permesso di soggiorno, temendo che il figlio venga loro tolto? E' probabile che decidaranno di non partorire in ospedale. Mettendo a rischio la salute sia del bambino e della madre, con un conseguente aumento delle morti di parto e delle morti alla nascita. Nasceranno cittadini senza diritti, ma anche senza doveri, generando odio e disagio. In soldoni indirizzandoli, dalla nascita, al di fuori della legge. Per altro, questo comma appare appare incostituzionale sotto diversi profili perchè viola il dovere per la Repubblica di proteggere la maternità, l'infanzia e la gioventù (art. 31, comma 2 Cost.) e sfavorisce il diritto-dovere costituzionale dei genitori di mantenere i figli (art. 30, comma 1 Cost.). In secondo luogo viola il divieto costituzionale di privare della capacità giuridica e del nome una persona per motivi politici (art. 22 Cost.) ed è noto che la dottrina si riferisce alle privazioni per qualsiasi motivo di interesse politico dello Stato. E' inoltre in aperto contrasto con la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell'adolescenza del 20 novembre 1989. E' l'ennesima norma stupida, figlia solo della demagogia, della peggiore demagogia quella della persecuzione verso altri esseri umani, considerati come nemici. I provvedimenti del governo in materia di immigrazione sono infatti costantemente punitivi in disprezzo ad ogni forma di convivenza. Una persecuzione che parte dalla culla e arriva alla tomba. I ricongiungimenti familiari con i genitori resi pressochè impossibili, medici ridotti a informatori della polizia, neonati a cui si nega il più elementare dei diritti. A questo si aggiungano i continui attacchi alla vita quotidiana degli immigrati regolari. Un anno e mezzo per un permesso di soggiorno che costa caro e che si intende far pagare sempre di più. E che quando ti arriva, spesso non è più valido. Poi norme vessatorie, centri di identificazione e di espulsione in cui si è privati dei diritti più elementari. Norme figlie di un accanimento irragionevole perchè non porta nessun vantaggio nemmeno ai cittadini italiani, anzi. Il mancato ricongiungimento familiare lascia l'immigrato solo, fuori da una rete che gli faciliterebbe l'integrazione e sarebbe il primo stimolo a non cadere nella criminalità. Si preferisce un immigrato inserito nella propria famiglia che pensi a sfamare genitori e figli, o un immigrato solo, senza sostegno che più facilmente potrà cadere nel disagio e quindi nella rete della criminalita? Il ricongiungimento familiare ha una funzione sociale importante, ma questo governo cerca di renderlo sempre più complicato. Si vuole impedire che i medici curino i clandestini? Bene, chi è malato e ha paura di farsi curare perchè rischia la denuncia resterà malato, non si curerà e diffondera malattie. Un'ottima prospettiva. Infine, si vuole un neonato privato dei propri diritti, gettato da subito fuori dalla società. Anche questo che vantaggi può dare? Perchè chi ha emanato queste norme non si preoccupa di queste conseguenze? Da cosa è spinto? I diritti umani, sono quelli connaturati all'esistenza stessa dell'uomo, se si priva qualcuno di quei diritti, evidentemente è perchè non li si considera umani. Privandoli di questi diritti, cosa diventano? Ma sopratutto, noi, cittadini italiani, cosa siamo diventati?

di Roberto Morgantini

08 mar 2009

Torna lo spettro dell'astensione.

Europee, in campo
due "liste unitarie"


Unità a sinistra? Dipende. Le assemblee di sabato a Firenze e Milano hanno confermato che gli appelli a una lista unitaria per le europee di giugno, almeno per ora, sembrano destinati a cadere nel vuoto. Con il rischio che torni un po’ dovunque la tentazione di saltare un giro elettorale con l’astensione.

Da un lato infatti Rifondazione e Pdci confermano la loro alleanza sotto l’insegna della falce e martello e della Sinistra europea. Dall’altra l’area rosso-verde che va dai socialisti di Nencini fino a Vendola passando per Verdi e Sd è ormai pronta a lanciare il proprio cartello di sinistra e libertà. Un movimento che non è detto si coaguli, dopo le elezioni, in un nuovo partito anche per le resistenze che covano qua e là sul territorio e perfino tra alcuni dei contraenti principali come il Sole che ride. Due liste diverse che vista la soglia di sbarramento per Strasburgo non scongiurano il rischio di un altro naufragio dopo quello dell’Arcobaleno ad aprile e dei quattro congressi estivi con il loro carico di rancori e scissioni. Una sinistra divisa e a rischio di scomparsa definitiva alimenta, a torto o a ragione, la voglia di astenersi e la critica radicale a una politica percepita come salvataggio separato di gruppi dirigenti in agonia.

Che fare dunque? Saltare un giro, insistere con una moratoria multilaterale che salvi il salvabile e si apra davvero al conflitto sociale oppure accettare la scelta tra le due sinistre? Il quadro comincia ad essere chiaro, e da qui a giugno nessuno può chiamarsi fuori.

di Matteo Bartocci
fonte www.ilmanifesto.it

La Spagna arruola i transessuali


E' entrata ieri in vigore la normativa che, cancellando una disposizione vecchia di vent'anni, apre ai transessuali privi di organi maschili le porte dell'esercito spagnolo. con una notizia del genere in Italia saremmo riusciti a imbandire tavole rotonde, rifocillare intere prime pagine di giornali, insaporire dibattiti politici, speziare talk-show sino a renderli irresistibilmente pruriginosi. Gli schermi sarebbero stati inondati di travestiti vip, militari inamidati e rappresentanti del clero che avrebbero dicusso animatamente se un uomo senza pene possa difendere il suo paese, formarsi una famiglia, lavorare, e più in generale esistere senza insidiare il comune sentire morale.
In Spagna, invece, la faccenda è stata liquidata con un breve comunicato della vicepresidenza del Governo e con servizi asciuttissimi nell'ultima parte dei tigì. Niente pettegolezzi, niete polemiche, niente dichiarazioni "a panino" dei leader politici: il paragone sarà anche odioso ma non si possono non sottolineare certi scarti di civiltà quando si possono misurre a spanne.
Nello specifico, l'ordinanza ministeriale implica una modifica del protocollo medico di esenzioni vigente dal 1989, che citava "l'assenza totale o parziale del pene" come uno dei motivi "medici" per vietare l'ingresso nelle Forze Armate. Nel nuovo testo, proposto dal ministro della Difesa Carme Chacòn e firmato dalla vicepresidente del Governo Marìa Teresa Fernàndez de la Vega (non a caso due donne), il riferimento all'assenza del pene scompare, e con esso la storica discriominazioni che escludeva dall'esercito i transessuali maschi e non le femmine. Secondo le stesse Forze Armate c'è almeno un caso pubblico di donna transessuale all'interno dell'esercito, che non avebbe mai subito alcuna disparità di trattamento a causa della sua condizione né da parte dei superiori né da parte dei commilitoni.
Chi non era mai riuscito a entrarci, pur avendone fatto ripetutamente rischiesta, è Aitor, un transessuale ventinovenne che a questo punto sarà il primo a beneficiare della nuova normativa. Le Forze Armate erano il suo sogno, e le prime a festeggiare la cancellazione della norma che gli impediva di realizzarlo sono state la madre e la sorella. Quanto a lui, le sue prime parole sono una sorta di manifesto programmatico: "difenderò il mio paese con il mio cuore, la mia animae il mio entusiasmo. Non ho certo bisogno di un pene per combattere"

di Andrea De Benedetti
fonte www.ilmanifesto.it

05 mar 2009

la deriva italiana



di Alberto Asor Rosa



In controtendenza rispetto a una (apparente) inarrestabile deriva negativa, cercherò di riassumere quali siano per me i punti decisivi della situazione italiana: Berlusconi, il suo disegno e la sua forza. Qualche mese fa mi azzardavo a definirli diversi ma peggiori del fascismo, apriti cielo. Oggi i più autorevoli commentatori parlano disinvoltamente di una precisa caratterizzazione populistico-autoritaria. Ma dov'è la differenza? Nessuno dei regimi fascistici del Novecento in Europa fu mai contraddistinto dai caratteri di un puro putsc militare o poliziesco. Al contrario: essi furono, in modi diversi, esperimenti fortemente autoritari ma anche fortemente populistici; arrivati il più delle volte al potere in seguito a regolari elezioni; accompagnati a lungo da un vasto consenso di massa. L'unico regime rivoluzionario arrivato al potere con un atto di rottura violenta delle istituzioni legittime costituite fu quello bolscevico: ma è lecito assai dubitare che, per una lunghissima fase, quel regime non avesse conseguito il medesimo consenso di massa caratteristico dei suoi più accaniti avversari.Dobbiamo perciò acconciarci ad arrivare a una rapida conclusione, che forse dispiacerà a molti dei miei lettori: quel che contraddistingue un sistema democratico degno di questo nome non è in sé e per sé il consenso popolare, neanche quando conseguito con strumenti (formalmente) democratici (le elezioni), ma il rispetto (anche formale, formalissimo) delle regole. Torniamo alla liberaldemocrazia classica? Risposta: perché no, se i tempi sono di estrema emergenza? Il fatto che in un processo possa essere condannato il corrotto e non il corruttore in base ad una legge dello Stato regolarmente approvata; la barbarica esibizione di spiriti primitivi e di perverse persecuzioni nel coso del caso Englaro; la legittima «messa in campo» per le strade delle nostre città di drappelli di sedicenti difensori dell'ordine pubblico, mentre le vere «forze dell'ordine» vengono depotenziate ed emarginate; le spinte risolutamente avverse all'unità e identità nazionali in nome di una parola d'ordine, in sé nobile ma paurosamente degradata, come «federalismo»; il tentativo in corso nel nostro Parlamento di tagliare non solo le unghie ma anche le braccia e le gambe alla magistratura allo scopo di realizzare una perfetta «confusione dei poteri»; l'ostentato esibito, ampiamente praticato ricorso alla decretazione d'urgenza, anche quando d'urgente non c'è nulla, a scapito delle prerogative parlamentari; la costante destabilizzazione dei rapporti fra le istituzioni (vulgo: attacchi indecenti alla Presidenza della Repubblica); la ricerca, quanto mai evidente, di concentrare nel Capo il maggior numero di poteri possibili; tutto ciò, e molto altro, rappresenta con enorme chiarezza la scalata, talvolta provocatoria e nevrotica, più spesso paziente e tenace, verso una diversa forma dello Stato, dove le procedure elettorali, della cui esplicita cancellazione ci sarà sempre meno bisogno, avranno una valenza solo immaginaria. Davanti agli occhi il nostro Presidente del Consiglio ha il modello Putin, come non avvedersene? (questo potrebbe anche voler dire che la cosiddetta «anomalia italiana» sta dentro una più generale crisi del «modello democratico», - Obama contraddicente?, - e questo è vero, ma non c' è spazio per argomentarlo).Consenso di massa, dicevamo, intorno alla scalata antidemocratica di Silvio Berlusconi: come mai? Intanto: Berlusconi, come tutti i leader dei movimenti populistico-autoritari (i.e. Fascisti) del Novecento, è l'unico homo novus nel panorama politico circostante: rappresenta per lui un vantaggio non da poco raffigurare plasticamente l'alternativa a un imbrogliato, querimonioso, incerto, fatiscente sistema liberaldemocratico (fu la stessa cosa per Mussolini, per Hitler, persino per i comunisti bolscevichi). Poi, promette, promette molto: in tempi di crisi, se non c'è un progetto chiaro a contrastarlo, l'illusionismo di un abile prestigiatore appare più seduttivo di qualsiasi piatto e grigio discorso di buonsenso. In terzo luogo: solletica i peggiori istinti delle masse, che ne hanno, o se ne hanno, li fa propri, fa vedere loro che lui è come loro. Da questo punto di vista non c'è da farsi molte illusioni: in Sardegna ha vinto anche perché ha promesso che si sarebbero fatti villaggi turistici in ogni punto della costa, e in Toscana, nella democraticissima Toscana , accadrebbe lo stesso, se a contendersi fossero due partiti, uno dei quali promettesse il rigoroso rispetto della linea delle dolci colline paesane e un altro di costruirci sopra «villettopoli» dappertutto. Infine: la risposta dei suoi avversari fa pena. Infatti: c'è un'opposizione in Italia? Risponderò con un'altra domanda: chi è in grado di dirmi cosa sia il Pd? E' un partito di centro che guarda a sinistra o un partito di sinistra che guarda al centro? O un partito di centro che guarda al centro? E' un partito laico o un partito confessionale? O cos'altro? Fa opposizione o consociazione? Le ultime vicende, - la caduta di Veltroni e la sua sostituzione con Franceschini, ecc. ecc., - sulle quali si è soffermata Rossanda con considerazioni alle quali non ho da aggiungere nulla, complicano il quadro, non lo chiariscono. Faccio solo questa aggiunta istruttoria: nel calderone creato dall'ircocervo si è inabissato, con un'assolutezza totalizzante che incute spavento, qualsiasi residuo di tradizione comunista italiana. Non ne è rimasto nulla, tutto è stato liquidato dai suoi stessi eredi anagraficamente più accreditati: i vincoli profondi con il mondo del lavoro; la presenza capillare e di massa; il «costituzionalismo» senza remore; il riformismo limitato ma serio. Al posto di tutto questo, nessuno sforzo culturale nuovo; una sorta di idiosincrasia per qualsiasi ragionamento culturale fondativo; la pratica istituzionalizzata del giorno per giorno (che lascia spazio a cose perfino vergognose: come la rinnovata spartizione, d'intesa con il berlusconismo, del Consiglio di Amministrazione della Rai).Ma «a sinistra» la situazione è ancora peggiore. Divisioni, personalismi, lotte di apparati (tanto più rissosi quanto più microscopici). Cose ormai inveterate, mi fa pena persino tornarci su. Appena succede qualcosa di nuovo, come ad esempio la proposta di una Costituzione di sinistra, scopri (come accade in Toscana) che è per dare uno sgabelletto di sinistra al Pd, il quale nel frattempo si è spostato ancora più a destra (candidatura di Renzi a sindaco di Firenze). Di nuovo c'è anche che alcuni dei dirigenti che stanno fra i massimi responsabili della catastrofe in atto della sinistra, dopo una breve pausa di ristoro, hanno ricominciato ad andare in giro per l'Italia a spiegare cosa deve fare una sinistra per essere veramente di sinistra. Penoso. E allora? Beh, non devo mica essere io a dare risposte alla catastrofe. Solo qualche considerazione conclusiva, che deduco strettamente da quelle precedenti. Se non ci si vuole adeguare alla prospettiva che il risentimento presente in una parte consistente dell'opinione pubblica italiana si orienti verso soluzioni (specularmente) demagogico-populistiche, utili come reazione nell'immediato, ma che non portano da nessuna parte, bisognerebbe ripartire da alcune riflessioni molto elementari: 1) l'opposizione al berlusconismo è globale: non comporta né accomodamenti né arretramenti né trattative. Con Berlusconi nessun discorso è possibile: è illusorio e autolesionistico cercare di correggerlo in un modo qualsiasi in corso d'opera; 2) quel che manca, incredibilmente e inverosimilmente, in Italia - da questo punto di vista unico paese al mondo -, è un partito di sinistra. Voglio esser chiaro: non un partito della sinistra radicale: ma tout court, un partito di sinistra che interpreti le moderne esigenze di solidarietà sociale, apertura multiculturale, rispetto delle regole, separazione dei poteri, Stato di diritto, laicità e indipendenza culturale, libertà e democrazia, che potrebbero fare da base a un intransigente opposizione antiberlusconiana; 3) chi se ne frega, insomma, della stantia diatriba fra veterocomunismo e pseudoriformismo, se poi non c'è chi sia in grado di mettere in piedi un programma di governo accettabile e praticabile? Mancano un progetto, una linea, una qualsiasi forma (anche minimale) di orientamento strategico, dieci punti, un decalogo elementare, comprensibile e accettabile (tanto dobbiamo fare un semplice partito di sinistra, mica la rivoluzione socialista), in grado di spiegare alla gente chi siamo e dove andiamo; 4) è diffusa una scontentezza, un'insopportazione di massa per le diatribe vane, le astuzie, le furbizie, le manovrette di autosalvataggio degli apparati di sinistra. Gli «uomini nuovi», ahimé, non si creano a comando, neanche con le «primarie» (Renzi docet): vano farne ricerca se da soli non si presentano alla ribalta. Ma la rottura della catastrofica continuità degli apparati, la quale consente e alla fine addirittura persegue la disastrosa liquidazione delle tradizioni e dei valori migliori, costituisce anch'essa un fattore ineliminabile di questo passaggio. Per riallacciarsi alla componente più feconda del nostro passato ci vorranno uomini che vengono dal nostro futuro. Quando? Quando ci saranno.Finché questo non accadrà, non ci resterà che sperare nella forza di resistenza del Presidente della Repubblica (il quale non è mica Dio, fa quel che può). Nella magistratura (fin quando non le saranno tagliate le gambe e le braccia). Nella Corte Costituzionale (da cui ci aspettiamo molto nei prossimi mesi). E nell'Arma dei Carabinieri («Nei secoli fedele». Alla Repubblica, s'intende).

LA STRADA E LA CITTA' COME SPAZIO PRIVATO


di Alessandro Dal Lago


Il buon Franceschini ha dichiarato che Berlusconi è contro la costituzione. Forse l'ha fatto per dare un po' di colore al suo pallidissimo partito e togliere un po' di terreno sotto i piedi a Di Pietro. In ogni caso, evviva. Tuttavia, è solo la metà della storia. Berlusconi è l'attore supremo e il simbolo della trasformazione autoritaria in Italia. Ma c'è una parte entusiasta del paese che lo segue ed è questo che inquieta davvero.Diamo un'occhiata alla mappa delle ronde pubblicata ieri da Repubblica. Pressoché assenti nel sud, tranne che a Napoli, dove peraltro i City Angels pattugliano saggiamente la zona bene di Chiaia, le ronde si infittiscono verso nord, fino a punteggiare la Padania da Cuneo a Trieste. Si tratta di iniziative composite e molteplici. Ci sono quelle della Lega, i City Angels, i Blue Berets, gli ex poliziotti o carabinieri, le pattuglie antiabusivi (Venezia), con cane e pettorina (Torino), i nonni-vigili (Genova) e così via. Si va da una certa truculenza della Lega e della destra all'amabilità dei volontari nei parchi, sino, crediamo di capire, a istanze come «riappropriamoci del territorio». Chi sono gli obiettivi di questa montante volontà di controllare? Pedofili, potenziali stupratori, ladruncoli e scippatori, fastidiosi marginali, ambulanti, lavavetri, clandestini, nomadi, barboni. Dunque, per lo più, quei margini o scarti sociali a cui si attribuisce, nonostante la diminuzione costante dei reati, l'allarme generalizzato sulla sicurezza.E chi sono i rondisti? I cittadini risoluti, i difensori del territorio, le vedette lombarde. Secondo me, qui c'è proprio il punto chiave dell'intera faccenda. Al di là del fatto che magari possono anche non essere esplicitamente di destra, i rondisti dimostrano che il messaggio della Lega ha fatto breccia nell'immaginario locale. Il territorio con al centro la casa. La via come prosecuzione della quiete domestica (una quiete del tutto fantastica, visto che la stragrande maggioranza delle violenze sulla persona e degli abusi sessuali ha luogo in casa). La strada come estensione della fabbrichetta. Dunque, la privatizzazione dello spazio pubblico. Come è noto, in uno spazio privatizzato non si danno conflitti. Per il momento, se qualcuno si oppone pubblicamente alle ronde, interviene la polizia. Ma giorno verrà in cui saranno i difensori del territorio a stabilire chi ha diritto di manifestare in pubblico.Apparentemente, la cautela del governo verso le ronde, che per il momento non sono armate e vanno autorizzate, è all'insegna della protezione della legalità e contro gli abusi. A me sembra soprattutto la costituzione di cinghia di trasmissione tra poteri e soggetti. La costituzione di un autogoverno senza contenuti.I cittadini, non più divisi dal conflitto sociale e tacitati sugli interessi, si coalizzano contro il buio. Una grande famiglia felice, che sbarra porte e finestre al tramonto.Ma la crisi economica risveglierà il conflitto, si potrebbe obiettare. E se invece il razzismo democratico, la bagarre perpetua contro i clandestini, la xenofobia di stato, la mobilitazione locale delle ronde non fossero esattamente la strategia per governare il conflitto che incombe, e cioè il fondamento di un regime autoritario e consensuale?

lotta per la salute


un intervento di Rino Negrogno, operatore sanitario del servizio di emergenza "118" dell'Ospedale di Trani, in occasione della mobilitazione sindacale della Cgil - Funzione Pubblica contro la gestione scelerata della crisi economica da parte del governo.


Muore prima ed è più malato chi è più povero e meno istruito. Questo dato viene pacificamente accettato da ogni Istituzione Sanitaria e potrà trovare facili riscontri nell'esperienza di ciascuno. La moderna disciplina medica accetta senza fare troppo chiasso il suo ruolo primario: essere un dispositivo che disciplina e adatta forzosamente i corpi a condizioni sociali largamente ostili alla vita, sia dal lato ambientale sia da quello sociale.

Quando l'aria, l'acqua e i cibi sono avvelenati dalla gestione irresponsabile e incontrollata delle attività produttive, quando i nostri territori presentano un'incidenza di patologie neoplastiche superiore alla media nazionale a causa delle scorie illegalmente riversate per anni nelle nostre cave, con il tacito consenso delle classi dirigenti locali, quando rimane impenetrabile la cortina di silenzio che la scienza ufficiale alza per negare l'effetto iatrogeno di molti farmaci, colpevolmente favoriti nelle tavole di prescrizione per onorare il potere delle case farmaceutiche, il comparto degli operatori sanitari non può non prendere atto che la professione medica non è un'accozzaglia di rituali da stregoni sul corpo dei malati, ma un impegno politico e civile, una lotta per il miglioramento delle condizioni di esistenza, una lotta per il progresso dei diritti e delle libertà sociali.

Oggi, condizioni di lavoro sempre più difficili per ampie fasce di popolazione, costretta a mansioni precarie, degradanti, sottopagate e prive di tutele, sono il fattore primario di compromissione della salute dei cittadini; inoltre, una società che, attraverso ambizioni e aspettative vuote, sottopone gli individui a condizioni di stress psicologico sempre più esasperato ad ogni livello della vita sociale, dalla famiglia al tempo libero, dal lavoro alla strada, distrugge contemporaneamente ogni ambito di solidarietà e di ascolto tra le persone, riconsegnando ciascuno ad un'angoscia esistenziale della quale il concetto socialmente diffuso di "malattia" è spesso un alleato connivente.

Ricorre in misura maggiore ai trattamenti sanitari chi è più povero e meno istruito. E questo, lo intendiamo subito come una diretta conseguenza del dato precedente: cioè che si ammala di più chi è costretto a condizioni di vita e di lavoro più degradanti. Ma questo dato nasconde in sè un'altro elemento, meno facile da leggere e forse più inquietante.
Chi è più povero e meno istruito, rispetto a chi è ricco e colto, di fronte alle stesse diagnosi, si sottopone più spesso a trattementi sanitari. Chi è più povero e meno istruito ha una percezione maggiore del bisogno di cure, ne fa una richiesta maggiore; invece, chi è colto e ricco, di fronte alle medesime diagnosi, ricorre meno spesso ai trattamenti ospedalieri, riesce in misura maggiore a convivere con la malattia, si affida a metodi di cura alternativi, ha la possibilità di scegliere trattamenti meno invasivi. Certo, si potrebbe obiettare, di fronte a questi dati, che una parte di coloro che sono più ricchi ed istruiti facciano ricorso a costose cliniche private, ma questo non inficia il dato generale emergente perchè in questa ricerca si tiene conto di sanità privata, pubblica e convenzionata senza distinzione.

Il dato finale è questo: chi è più povero e meno istruito, è più propenso a richiedere prestazioni sanitarie di maggior peso ma ottiene un minore accesso ai servizi e cure di minore qualità ed efficacia. Infine, paradosso inquietante, a parità di diagnosi, è il personale medico che ricorre meno spesso alle cure ospedaliere e ai trattamenti sanitari di maggiore entità. Questi dati emergono delle ricerche condotte dall'università di Bologna a proposito delle "Disuguaglianze socioeconomiche nell’efficacia dei trattamenti sanitari", pubblicate nel 2006. Secondo il rapporto finale della ricerca: "Gran parte della spesa del Servizio Sanitario Nazionale è assorbita da prestazioni erogate ai gruppi sociali più deboli, ma l’apparente immagine di equità e solidarietà del sistema viene contraddetta da un eccesso di inappropriatezza ed inefficacia." "Le persone di livello socioeconomico inferiore hanno, a parità di bisogno reale e di gravità di malattia, minori probabilità di ricevere cure efficaci ed appropriate; evidenti svantaggi sociali nell’accesso alla prevenzione primaria, alla diagnosi precoce ed alle cure tempestive e appropriate; difficoltà nell’accesso quotidiano ai servizi, per insufficienti informazioni sulle prestazioni, scarsa conoscenza delle strutture erogatrici, delle liste di attesa, delle tariffe e dei percorsi."

Credo che ciascuno dei presenti possa riconoscere nella propria esperienza i casi particolari di cui questa ricerca fornisce una chiave di lettura generale e generica. Ma se oggi vogliamo affrontare una riflessione generale sul nostro ruolo nella società, non possiamo non interrogarci sul modo in cui il Sistema Sanitario tratta la malattia. La reificazione della malattia, rappresentata come un'entità a sé stante, estranea all'organismo e al suo vissuto, produce un sistema medico interessato solo al corpo-macchina del malato, alienato dal suo contesto sociale ed esistenziale; un malato che finisce a delegare al sistema sanitario l'incomunicabile angoscia di un corpo che è già un oggetto autoptico-fiscale quando fa il suo ingresso nel primo studio medico; e che sarà smembrato e riconsegnato a tanti specialisti quante sono le parti in cui l'essere umano è sezionabile.

E in questa luce si deve leggere il dato precedente: chi è più povero e meno istruito, chi non ha linguaggio per dare voce al proprio dolore, chi è costretto all'angoscia e all'insicurezza dalla distruzione delle relazioni sociali, da un'etica utilitaristica e competitiva, dal vuoto di una vita ridotta a mera sopravvivenza, non può che cadere vittima del potere oscuro che noi impersoniamo. Chi, per affrontare la morte e il dolore, non ha che il nulla della totale rimozione o i risibili balbettii di una casta sacerdotale secondo la quale la sacralità della vita è espressa da quella appendice della macchina che è oggi il misero corpo di Eluana Englaro, cade vittima del nostro potere oscuro. Siamo gli unici, noi professionisti della madicina, a gestire la morte nella moderna società occidentale; a noi oggi tocca quel tenebroso potere che era stato dei dèmoni, degli stregoni e dei preti. E' un potere quasi illimitato, perchè fondato sulle più indicibili angosce, sulle più profonde paure. Il passo che si fa dal non vedere questa verità ad approfittarne per il proprio turpe tornaconto è brevissimo; quasi nullo.

Ma c'è un'ultima, altrettanto grave circostanza, che oggi ci impone l'urgenza di interrogarci sul senso della nostra professione. Qui parlo da Operatore Dell'Emergenza, e più in particolare da Infermiere del 118. Oggi noi ci troviamo ad operare in un contesto urbano in cui lo sfilacciamento e la distruzione delle relazioni sociali lascia sulle strade una quantità sempre maggiore di corpi esclusi e marginali, sfruttati dal sistema economico ma rifiutati dall'inclusione nei diritti di cittadinanza. Operando sulle emergenze sanitarie, noi ci troviamo ad affrontare i prodotti di una società in cui nessuno sa più prendersi cura dell'altro; in cui il disagio psichico è lasciato a languire nella totale indifferenza, quando non stigmatizzato e manganellato; in cui masse di sfruttati, stranieri, marginali e devianti sono criminalizzati ed esposti alla violenza dei semplici balordi e delle istituzioni come moderni capri espiatori, moderni pharmakoi: gli innocenti caricati di colpe e ritualmente sacrificati dalla collettività per sfogare la violenza accumulata nelle normali relazioni sociali.

Se per anni la sanità pubblica ha cercato di affrontare le situazioni di disagio e curarle, oggi si fa una campagna denigratoria contro i dipendenti pubblici per creare nuovo consenso attorno ai tagli e alle privatizzazioni. Ma abbiamo solo un modo per inceppare il funzionamento di questa macchina fatale: riconsiderare completamente la nostra professione, capire che noi abbiamo un ruolo prettamente politico all'interno della società. Noi non siamo sbirri o carcerieri, noi non denunceremo gli immigrati irregolari perchè le cure gratuite sono un diritto inalienabile, noi non saremo mai conniventi con le operazioni di represisone violenta che si fanno ogni notte per le strade delle città, non ci piegheremo a quest'idea di medicina come cane da guardia della repressione.

Allo stesso modo, medici, direttori generali e primari devono rinunciare del tutto alle pratiche che possano ingenerare il sospetto che la vera funzione della sanità pubblica sia garantire un esercito di clienti e feudatari, investiti da sacri e inviolabili mercimoni, garantiti dalla palude generale di silenziosa connivenza.

Il grande sociologo Ivan Illich, sul finire degli anni '60, nel pieno sviluppo del sistema del welfare, disse che "la ricerca della salute è divenuto il fattore patogeno predominante". Il modo per smentire questa terribile profezia, invertire la rotta, è indicato nella nostra costituzione:
La medicina, la pratica di cura operata da professionisti dotati di sensibilità e competenza nelle strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale, in virtù del dettato costituzionale che "garantisce cure gratuite agli indigenti", è in primo luogo lotta per il diritto alla salute, sostanza prima di quel proposito per cui rimuvere gli ostacoli di ordine "eonomico e sociale che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini" è il compito della collettività, il compito sancito dai martiri della Resistenza.

03 mar 2009

decrescita

La Decrescita Felice
di Maurizio Pallante
Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario in via preliminare fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Non tutti i beni sono merci e non tutte le merci sono beni.
La frutta e la verdura coltivate in un orto familiare per autoconsumo sono beni qualitativamente molto migliori della frutta e della verdura acquistate al supermercato. Ma non passano attraverso una intermediazione mercantile, per cui non sono merci. Soddisfano il bisogno di nutrirsi in modi più sani e più gustosi dei loro equivalenti prodotti per essere commercializzati, non sono stati prodotti con veleni e prodotti di sintesi chimica, non hanno impoverito l’humus, non hanno contribuito a inquinare le acque, ma fanno diminuire il prodotto interno lordo perché chi autoproduce la propria frutta e verdura non ha bisogno di andarla a comprare. In una società fondata sulla crescita, dove a ogni piè sospinto tutti la invocano come il fine delle attività economiche e produttive, il suo comportamento è asociale.
Percorrendo un tragitto in automobile si consuma una certa quantità della merce carburante. Quindi si contribuisce alla crescita del prodotto interno lordo. Se per percorrere lo stesso tragitto si trovano intasamenti e si sta in coda, il consumo della merce carburante cresce; di conseguenza, il prodotto interno lordo cresce di più. Ma occorre più tempo per arrivare dove si vuole arrivare, aumentano i disagi e la fatica del viaggio, aumentano le emissioni di anidride carbonica e di inquinanti in atmosfera, i costi individuali e collettivi, ambientali e sociali. La maggior quantità della merce benzina consumata negli intasamenti automobilistici non è un bene. Eppure ogni volta che si sta fermi in coda a respirare gas di scarico si contribuisce ad accrescere il benessere collettivo e, di conseguenza, il proprio. Si agisce in modo socialmente virtuoso. Se poi, in conseguenza della maggiore stanchezza e dei maggiori rischi derivanti dagli intasamenti si verificano incidenti, la riparazione o la sostituzione delle automobili incidentate e i ricoveri ospedalieri fanno crescere ulteriormente il prodotto interno lordo, ma difficilmente si troverebbe un economista coerente al punto di considerare beni i maggiori consumi di merci che ne derivano.
Se, dunque, il prodotto interno lordo misura il valore monetario delle merci e non prende in considerazione i beni, la decrescita indica soltanto una diminuzione della produzione di merci. Non dei beni. Anzi, la decrescita può anche essere indotta da una crescita di beni autoprodotti in sostituzione di merci equivalenti. Poiché molte merci non sono beni e molti beni non sono merci, la decrescita può diventare il fulcro di un nuovo paradigma culturale e un obbiettivi politico se si realizza come una diminuzione della produzione di merci che non sono beni e un incremento della produzione di beni che non sono merci. Questo processo è in grado di apportare miglioramenti altrimenti non ottenibili alla qualità della vita e degli ecosistemi. Una decrescita guidata in questa direzione, una recessione ben temperata, per usare un’espressione di Élemire Zolla, racchiude intrinsecamente un fattore di felicità. Vive felicemente chi si propone di avere sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e spende tutta la vita per questo obbiettivo? Non vive più felicemente chi rifiuta le merci che non sono beni e sceglie i beni di cui ha bisogno in base alla loro qualità e utilità effettiva, lavorando di meno per dedicare più tempo ai suoi affetti? Vive felicemente chi vive in una società che si propone di produrre sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e sacrifica a questo obiettivo la qualità dell’aria, delle acque e dei suoli? Non vive più felicemente chi vive in una società che antepone il bene della qualità ambientale alla crescita della produzione di merci che non sono beni?

www.decrescitafelice.it/

01 mar 2009

A Bergamo, ritornano le cariche

Sembrava tutto finito bene. Il corteo spontaneo antifascista contro l’apertura a Bergamo di un sede di Forza nuova si stava già sciogliendo, quando all’improvviso sono partite violente cariche della polizia. Gli agenti sostengono di aver risposto al lancio di bottiglie da parte dei manifestanti, di aver perseguito un gruppetto bardato, denunciano agenti feriti e dicono di aver sequestrato anche un piccone. Ma di fatto sono state compiute cariche a freddo che hanno colpito tutto il corteo. I manifestanti sono scappati per le strade del centro ma sono stati inseguiti dagli agenti in tenuta antisommossa che hanno continuato a prenderli a manganellate. Cinquantanove antifascisti sono stati fermati e portati in questura e nella caserma dei carabinieri. Fuori dalla questura si sono riunite alcune decine di persone per conoscere la sorte dei loro compagni. Ma anche loro sono stati attaccati e presi a manganellate.
Ingiustificate.
Si è trattata di una giornata pessima segnata da una serie di azioni poliziesche violente che sanno di premeditazione comandata dall’alto. Mentre a Milano si teneva la manifestazione per Cox18.

La giornata a Bergamo è iniziata male quando, intorno alle 15,30, il boss di Forza Nuova, Roberto Fiore, ha inaugurato la sede del suo movimento neofascista in via Quarenghi, nella zona più multietnica della città, dove già sono stati commessi alcuni atti di razzismo. Da un paio d’anni è attiva a Bergamo una sezione di Forza Nuova i cui attivisti si fanno sentire spesso sui blog cittadini, che una volta erano appannaggio della sinistra.

Un migliaio di militanti antifascisti ieri pomeriggio si sono dati appuntamento proprio in via Quarenghi, a 70 metri dalla sede neofascista, da lì si sono mossi in corteo per le vie del centro facendo blocchi del traffico. Nulla di più. Sono stati lasciati anche sfilare 200 fasciti armati di caschi che hanno rotto la telecamera di una giornalista di Antenna 6. La manifestazione antifascista dopo due ore è riconfluita verso via Quarenghi dove si stava sciogliendo. I neofascisti, circa 400 persone, se n’erano andati, e anche alcuni militanti di sinistra avevano cominciato a lasciare la piazza, quando, a sorpresa, è partita una carica tra via
Paglia e via Paleocapa. Un blitz molto duro e prolungato. Gli agenti hanno seguito i manifestanti in fuga in mezzo al traffico, li hanno picchati, davanti ai negozi, colpendo a manganellate anche ragazzi già fermati e buttati a terra.
«Il corteo era finito da un’ora - racconta un manifestante - addirittura il questore, Dario Rotondi, si era congratulato con alcuni organizzatori per la gestione della piazza quando i poliziotti sono scattati. Gli prudevano le mani».
A Bergamo si terrano le elezioni comunali e provinciali, e una giornata gestita con il pugno duro dalla polizia contro manifestanti di sinistra con scontri per le strade, cade a pennello per la Lega del ministro degli Interni Bobo Maroni.
Le forze dell’ordine sostengono di aver agito contro un gruppo venuto da fuori città, sarebbero stati loro a portare mazze e piccone. I fermati sono stati radunati in un cortile in questura. Sono probabili cinque arresti. Gli altri fermati verrano rilasciati nel corso della notte.