26 apr 2009

terrore per ciò che è familiare



“il perturbante è quella sorta di spaventoso che risale a quanto ci è noto da lungo tempo, a ciò che ci è familiare”


“tutto ciò che dovrebbe restar…segreto, nascosto e che invece è affiorato”

(Schelling)


"il sosia può immedesimare anche tutte le possibilità non realizzate che il destino terrebbe in serbo, alle quali la fantasia vuole ancora aggrapparsi, e tutte le aspirazioni che, per sfavorevoli circostanze esterne, non riuscirono ad attuarsi, così come tutte le decisioni della volontà represse, che diedero luogo all’illusione del libero arbitrio”


“il fattore della ripetizione involontaria rende perturbante ciò che di per sé è innocuo, e ci insinua l’idea di fatalità, di inevitabilità là dove normalmente avremmo parlato soltanto di caso”.


“qualcosa di rimosso che ritorna”


"il perturbante che si sperimenta direttamente si verifica quando complessi infantili rimossi sono richiamati in vita da un'impressione o quando convinzioni primitive superate sembrano aver trovato una nuova convalida [...]; al fine della nascita del sentimento perturbante è necessario [...] un dilemma relativo alle possibilità che le convinzioni superate e ormai ritenute indegne di fede si rivelino, nonostante tutto, rispondenti alla realtà."


"il dubbio che un essere apparentemente animato sia vivo davvero e, viceversa, il dubbio che un oggetto privo di vita non sia per caso animato".


Freud, S., (1969). Saggi sull’arte, la letteratura e il linguaggio: il perturbante. Boringhieri, Torino.

autobiografia della nazione

“Il fascismo è stato in un certo senso l’autobiografia di una nazione che rinuncia alla lotta politica, che ha il culto dell’unanimità, che rifugge dall’eresia, che sogna il trionfo della facilità, della fiducia, dell’entusiasmo….L’intervento del Deus ex machina, del duce, del domatore, si chiami esso Papa, re o Mussolini, risponde sovente ad una loro (degli italiani) necessità psicologica.”

Carlo Rosselli, su “Socialismo liberale”, riprendendo le tesi di Gobetti

23 apr 2009

BERLUSCONI SPOSTA IL G8 ALL'AQUILA


http://tv.repubblica.it/copertina/i-lavori-alla-maddalena/32043?video

L'AQUILA - Il prossimo G8 di luglio - salvo sorprese dell'ultima ora - si terrà all'Aquila. Il Consiglio dei ministri riunito nel capoluogo abruzzese, ha deciso di spostare la sede della prossima riunione degli otto Grandi della Terra, dall'isola della Maddalena, in Sardegna, all'Aquila. "La decisione politica è stata presa", ha detto il ministro per le Infrastrutture Altero Matteoli. "Ora naturalmente il presidente del Consiglio deve consultare tutti i capi di Stato" invitati per ottenere l'ok, ma già la proposta raccoglie i consensi, anche se cauti, del Pd e dei sindacati.

"Risparmieremo 220 milioni". "Sarebbe un messaggio di speranza da dare all'Abruzzo", dice Berlusconi. Le riunioni si terranno nella caserma della Guardia di Finanza dell'Aquila risparmiata dal terremoto, già sede in questi giorni dei vertici della Protezione civile e delle conferenze stampa del governo. "Risparmieremo così 220 milioni di euro, già destinati alla Maddalena che serviranno invece per la ricosrtuzione in Abruzzo. Alla Maddalena faremo un summit sull'ambiente".

"Non colpiranno una terra già ferita". Secondo il premier, il trasferimento dalla Maddalena all'Aquila dei G8 non comporterà problemi di ordine pubblico, anzi. "I no global non avranno cuore di ferire una città già colpita dal terremoto", ha detto il presidente del Consiglio. "Non credo proprio che avrebbero la voglia e la faccia di venire qui a manifestare in modo duro".

"Troppo lusso alla Maddalena". "E poi - spiega Berlusconi - i leader politici potranno verificare di persona i monumenti che gli stati stranieri hanno adottato per la ristrutturazione. Credetemi: la Maddalena è fin troppo bella. Avremmo perfino avuto l'ausilio di una nave di lusso e sarebbe stato un G8 non consono alla crisi economica che attraversiamo, mentre l'Aquila è una sede più sobria".

Franceschini: "Non ostacoli ricostruzione". L'iniziativa di trasferire il summit in Abruzzo, ha già raccolto il sì, suppur cauto, del segretario del Pd: "Capisco che la scelta è molto simbolica e capisco pure che contribuirebbe a tenere accesa l'attenzione sull'Abruzzo - ha detto Dario Franceschini - spero che il governo valuti le conseguenze e che trasferire il G8 a L'Aquila non ostacoli né intralci l'esigenza di superare l'emergneza e di iniziare la ricostruzione".

Positivi anche i sindacati. Guglielmo Epifani, segretario della Cgil, ha giudicato la scelta di trasferire il G8 all'Aquila un "segno di attenzione per le popolazioni colpite dal terremoto". Dello stesso tenore si è detto Luigi Angeletti, segretario Uil: "E' un'idea meritevole. Con lo spostamento si dà il segno di una costante attenzione, anche simbolica, ai problemi del post terremoto"

Critiche dalla Maddalena. Indispettito dalla scelta si è detto invece il sindaco della Maddalena Angelo Comiti: "Far svolgere il G8 all'Aquila aggiungerebbe un terremoto a un altro terremoto. Mi sembra una scelta improbabile e illogica, che non fa certo piacere a chi da più di un anno sta organizzando il vertice. Qui ci sono centinaia di operai che lavorano tutto il giorno per l'appuntamento di luglio, mettere in piedi un G8 non è come allestire una festa di compleanno. Ora qualcuno dovrà vedersela con la Corte dei Conti". Chi invece plaude la scelta di Berlusconi è il presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci: "Siamo lieti e orgogliosi di dare il nostro contributo per aiutare l'Abruzzo. Berlusconi mi ha dato garanzie"

Ferrero: "No global? Sono già all'Aquila". 'Se Berlusconi crede di ''evitare' i no global facendo il G8 a L'Aquila, si sbaglia completamente. Il presidente del consiglio dovrebbe aver la cura di informarsi meglio in merito. I vituperati no global, infatti, sono gia' a L'Aquila in forze dal primo giorno successivo al sisma per portare la loro solidarieta' attiva. Decine di giovani si sono messi in movimento attraverso le Brigate di solidarieta' attiva, stanziatesi in localita' Tempera, con un campo nella zona di San Biagio e successivamente un altro a Camarda'' afferma Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione Comunista.
(23 aprile 2009)

fonte la Repubblica


22 apr 2009

Prolungamento dei tempi di detenzione - La forma campo come governo flessibile dell’esubero

da: www.terzostato.ilcannocchiale.it

Intervento del Prof. Sandro Mezzadra pubblicato su «La Revue Internationale des Livres & des Idées» (RiLi), n. 9 (janvier-février 2009)

Nel pacchetto sicurezza approvato dal Senato in questi giorni sono molte le norme che inaspriscono le condizioni di vita dei migranti dentro uno scenario di crisi epocale destinato a consolidarsi come qualcosa di paradigmatico, strutturale. Ma tra i tanti provvedimenti restrittivi, a sorpresa, il governo è stato battuto con voto sfavorevole su uno dei punti definiti più qualificanti dallo stesso Ministro dell’Interno Roberto Maroni, il prolungamento fino a 18 mesi dei tempi di detenzione all’interno dei centri di identificazione ed espulsione (come previsto dalla direttiva europea sui rimpatri). Il Viminale ha già annunciato l’intenzione di ripresentare la proposta all’interno della discussione del ddl 733 alla Camera. Si prefigura quindi la possibilità che il provvedimento torni al vaglio del Senato una volta modificato dall’altra aula del Parlamento. Può l’esecutivo rinunciare a questo strumenti di governo dei movimenti migratori dentro a questa fase di crisi caratterizzata dall’esubero, dall’espulsione dal mercato del lavoro di moltissimi migranti e quindi dalla presenza di un esercito sociale più che industriale di riserva precario, disponibile, pronto ad essere utilizzato nel quadro di flessibilizzazione e precarizzazione del lavoro? Ovvio che la questione del prolungamento ha anche e soprattutto un alto valore simbolico e retorico nella costruzione della figura del migrante come nemico, come pericolo. Non di meno, l’utilizzo del campo, è anche qualcosa che ha a che vedere con la necessità di flessibilizzare le possibilità di detenzione in funzione dell’utilizzo politico delle tanto acclamate espulsioni. La questione non è di facile soluzione, anzi, quello che abbiamo all’orizzonte è un quadro caratterizzato dall’impossibilità di definire conclusioni certe. Piuttosto, all’ordine del giorno, si pone il problema dell’inchiesta, della comprensione, dell’interrogativo permanente. Per questo vi proponiamo questo articolo (e due ricche bibliografie commentate) scritto dal Prof, Sandro Mezzadra, docente presso la facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, autore del saggio "Diritto di fuga" e promotore della rete Uninomade.

testo:
18 mesi: è questo il tempo massimo di permanenza dei migranti nei centri di detenzione amministrativa fissato dalla direttiva europea sui rimpatri (giugno 2008). A tutti gli effetti la detenzione amministrativa è così riconosciuta come una pietra angolare delle politiche migratorie europee. Nel cuore del territorio della UE, ai suoi confini e al di là di essi i centri di detenzione, nelle molteplici forme giuridiche e organizzative in cui si presentano, si sono moltiplicati negli ultimi anni: è un’altra geografia dell’Europa quella che così prende forma, che si sovrappone a quella della «cittadinanza europea» senza coincidere con essa e mostrando piuttosto il carattere strutturalmente instabile di quest’ultima. I centri di detenzione sono uno dei dispositivi fondamentali attraverso cui i confini dell’Europa si insinuano all’interno del suo stesso territorio e si flettono fino a raggiungere quei paesi più o meno vicini (dal Marocco alla Libia all’Ucraina) in cui esistono centri di detenzione finanziati e in parte gestiti dall’Unione europea. È la stessa secca alternativa tra dentro e fuori, tra inclusione ed esclusione, a essere messa in discussione da questi istituti, che esibiscono così – lo ha brillantemente mostrato Federico Rahola in un saggio recente(1) – una continuità essenziale con la forma-campo. Attorno al tema del campo, della sua genealogia e della sua diffusione contemporanea, si è andata accumulando una gran mole di letteratura – storica, antropologica, filosofica – negli ultimi anni. La parola stessa non è oggi più legata a doppio filo all’esperienza dei “totalitarismi” novecenteschi, non richiama più immediatamente l’«universo concentrazionario» nazista: essa indica piuttosto un dispositivo (una forma, appunto) che ha conosciuto un gran numero di manifestazioni in particolare nella storia coloniale moderna, ma anche nei territori metropolitani europei. A tutti gli effetti, il campo rientra tra gli istituti caratteristici dello Stato moderno. E si presta anzi a offrire un punto di vista affatto specifico, e tuttavia rivelatore, a partire dal quale rileggere la storia di quest’ultimo. È questo il punto di partenza del libro di Marc Bernardot (Camps d’étrangers, Bellecombe-en-Bauges, Éditions du Croquant [Collection TERRA], 2008, pp. 223, 18, 50 euro), professore di sociologia alla Université du Havre, che si sofferma su un tipo particolare di campo – il «campo per stranieri», appunto – proponendone una definizione precisa: «un regroupement imposé et arbitraire de civils enfermés sans jugement en dehors du système pénitentiaire, visant à les isoler, les expulser, les rééduquer ou les faire travailler». Il libro è organizzato in tre parti, che ruotano attorno ai tre assi della sociostoria di una parola, di una tecnica e delle popolazioni internate. Ed è il caso di osservare preliminarmente che nell’arco storico analizzato da Bernardot, soprattutto in riferimento al caso francese, è lo stesso significato del termine “stranieri” ad assumere significati diversi, a cui corrispondono mutamenti significativi nelle funzioni e nella natura dei campi. Con l’inizio della prima guerra mondiale, il campo si presenta sulla scena come spazio di internamento per i cittadini dei Paesi nemici. Ma la fine della guerra non coincide con la fine dei campi: «un ensemble de lieux potentiels d’internement», scrive piuttosto Bernardot, «sera dorénavant disponible de même qu’un corpus de textes et de règles». A popolare questi luoghi saranno in particolare profughi e soggetti coloniali presenti nello spazio metropolitano, due categorie di soggetti che occupano una posizione del tutto anomala rispetto all’opposizione secca tra cittadini e stranieri, di cui mostrano anzi le incrinature e l’incipiente crisi. I campi per gli stranieri giocano un ruolo essenziale precisamente nel governo e nel controllo di questa crisi: la sociologia storica dello Stato proposta da Bernardot attraverso lo studio di questi campi finisce così per offrire, ed è forse questa la ragione di maggior fascino del libro, uno sguardo liminale, una ricostruzione della vicenda dello Stato moderno a partire dal suo confine interno. Posto a presidio di questo confine, il campo per stranieri è del resto tutt’altro che uno spazio “marginale”: nella prospettiva di Bernardot, che integra sociologia storica dello Stato, sociologia delle migrazioni e sociologia urbana, esso costituisce piuttosto una lente che permette di analizzare le grandi cesure che segnano sia le politiche migratorie sia l’organizzazione degli spazi metropolitani.

Il dispositivo del campo
Il campo analizzato da Bernardot ha dunque uno statuto per definizione ambiguo, costituendosi nel punto di incrocio tra una logica essenzialmente repressiva e una logica umanitaria, di protezione. Se da una parte sorge per separare dallo spazio della cittadinanza gruppi di popolazione presentati come pericolosi, dall’altra esso è lo spazio in cui lo Stato si fa carico della presenza sul suo territorio di popolazioni bisognose di assistenza. Mise à l’ecart e messa sotto tutela si intrecciano, fino a confondersi, nella definizione del «campo per stranieri». Non solo: il campo per stranieri pone in discussione ogni immagine lineare, evolutiva, della storia dello Stato moderno. Disciplina, biopolitica e controllo, tre termini che secondo un diffuso senso comune “foucaultiano” si presterebbero a indicare tre fasi successive nello sviluppo dei moderni regimi di potere, definiscono qui modalità e logiche di funzionamento dell’istituto contemporaneamente presenti. Il campo per stranieri combina infatti processi di organizzazione disciplinare – su un modello essenzialmente militare – con minuziose procedure di presa in carico della “vita” degli internati, la cui stessa soggettività appare sospesa tra i due poli del nemico pubblico e della vittima potenziale. Considerati lungo l’intero arco della loro storia novecentesca, del resto, i campi esibiscono caratteri di aleatorietà nella gestione dei «flussi» di popolazioni straniere che anticipano alcuni elementi costitutivi della società di controllo.

Non cittadini nello spazio politico nazionale
Sotto il profilo storiografico, uno degli elementi maggiormente originali del lavoro di Bernardot consiste nel mostrare la funzione essenziale dei campi nella gestione della presenza nel territorio metropolitano dei “sudditi coloniali”, come lavoratori o come soldati, a partire dalla prima guerra mondiale. L’elemento di segregazione spaziale, di separazione di questi soggetti dai cittadini metropolitani, consente da questo punto di vista di ricostruire un continuum di misure di sorveglianza e controllo che ha nel campo la propria matrice ma che si distende nei territori circostanti, assegnando a spazi abitativi segregati i lavoratori coloniali nei bacini industriali e prefigurando la specificità francese dei «foyers de travailleurs migrants». Ma al tempo stesso il campo, Bernardot lo mostra in modo particolarmente efficace a proposito del caso di Larzac negli anni della guerra di Algeria, si presta a essere analizzato come un vero e proprio «spazio politico», in cui la mobilitazione degli internati sovverte continuamente le linee di divisione attorno a cui si organizza il controllo delle autorità e anticipa comportamenti e rivendicazioni che sarebbero stati al centro delle lotte urbane e industriali dei migranti negli anni Sessanta e Settanta. Si tratta certo, al di là del caso specifico di Larzac e del contesto della guerra di Algeria, di mobilitazioni che incontrano difficoltà enormi, che scontano la “debolezza” dei soggetti internati e i problemi derivanti dal fatto che «les mobilisations de non-citoyens sont structurellement impensables dans l’espace politique national». E tuttavia i campi non sono mai stati, e non sono oggi, spazi pacificati: mi pare un’ulteriore indicazione preziosa di Bernardot, che ci mette implicitamente in guardia dal considerare come mere “vittime” i soggetti che li abitano, secondo una retorica condivisa sia da molte organizzazioni umanitarie che partecipano alla gestione dei campi sia da una parte degli attivisti che si battono contro di essi.

Plasticità della forma-campo e metamorfosi della questione sociale
Nel suo complesso, proprio grazie alla prospettiva di lungo periodo assunta dall’autore, l’analisi di Marc Bernardot presenta il campo per stranieri come «une hypostase d’institution sociale en recomposition permanente en fonction des circonstances sans se fixer dans une forme définitive». È proprio l’insistenza sul carattere proteiforme e flessibile del campo l’aspetto più importante del libro. Internamento e segregazione degli «stranieri» ne costituiscono indubbiamente caratteri strutturali, con il carico di violenza che ciò comporta. Ma per comprendere – e per criticare efficacemente – le funzioni svolte dal campo per stranieri non è sufficiente soffermarsi su questi aspetti. È piuttosto lo statuto ambiguo dell’istituto, su cui ci siamo in precedenza soffermati, a renderlo straordinariamente flessibile e adattabile al mutare delle circostanze storiche (e dunque non riducibile a un generale e generico «paradigma biopolitico della modernità», per riprendere la tesi di Giorgio Agamben). Legato a doppio filo alle politiche migratorie, il campo ne asseconda gli imperativi di controllo, selezione e protezione, ponendosi come una sorta di garanzia in ultima istanza dell’equilibrio – strutturalmente instabile – tra di essi. Esemplare, in questo senso, è il rapporto ambivalente che il campo intrattiene con il lavoro. «Pour les migrants en général», scrive Bernardot, «et plus particulièrement pour les populations en provenance des (ex) colonies, le travail constitue à la fois une justification centrale de la présence sur le sol du pays d’accueil et une manière de le rendre invisible»: il campo interviene precisamente, con la smobilitazione degli algerini nella regione di Parigi alla fine della prima guerra mondiale così come dopo i grandi scioperi degli anni Settanta, nel momento in cui la perdita del lavoro rende la presenza dei lavoratori coloniali o dei migranti al tempo stesso illegittima e visibile. Può costituire così uno spazio di contenimento di una riserva di forza lavoro da impiegare in modo flessibile (in formazione permanente attraverso l’organizzazione del lavoro all’interno del campo stesso) così come l’anticamera dell’espulsione: e si presta dunque a funzionare in modo particolarmente efficace come camera di decompressione delle tensioni che si accumulano su un mercato del lavoro quale quello contemporaneo, riorganizzato all’insegna di una domanda di lavoro just in time. Nel contesto contemporaneo, caratterizzato dalla «crisi dell’asilo», dalla «militarizzazione della questione sociale» e dall’«emergenza» dell’immigrazione irregolare, il libro di Bernardot richiama così la nostra attenzione sulla diffusione pervasiva (sulla «plasticità» e sulla «miniaturizzazione») della forma-campo. La stessa tendenza, evidente in tutta Europa, all’allungamento dei tempi di detenzione e all’aumento delle «capacités d’enfermement», più che delineare un unico modello di detenzione in funzione della chiusura ermetica dello spazio europeo ai profughi e ai migranti, sembra allora incrementare i margini di arbitrarietà (e di plasticità) nella gestione del «campo per stranieri». E una volta di più l’analisi dei campi, e la lotta contro di essi, non possono prescindere da una comprensione dei modi molteplici in cui essi si inseriscono all’interno di un processo di più generale trasformazione della geografia sociale e produttiva in Francia come nel resto d’Europa. Già lo si accennava a proposito della riorganizzazione del mercato del lavoro all’insegna della “flessibilità”: i migranti che abitano lo spazio dei campi vivono ed esprimono – in forme drammatiche – una condizione liminale, sospesa tra dentro e fuori, tra inclusione ed esclusione, che il capitalismo contemporaneo tende a riprodurre per una pluralità di soggetti, mettendo radicalmente in discussione l’immagine (e la realtà materiale) di una cittadinanza costruita sulla piena integrazione all’interno di quello che Etienne Balibar ha definito lo «Stato sociale nazionale»(2). Pur collocati fisicamente ai margini della nostra esperienza quotidiana, i «campi per stranieri» si confermano così luoghi privilegiati a partire dai quali leggere criticamente i conflitti e le tensioni che vivono al cuore del nostro presente.

di Sandro Mezzadra

Note:
(1) - La forme-camp. Pour une généalogie des lieux de transit et d’internement contemporaine, in «Cultures & Conflits», n° 68, hiver 2007.
(2) - É. Balibar, Droit de cité. Culture et politique en démocratie, l’Aube, La Tour d’Aigue 1998. vedi anche: Pacchetto sicurezza - Il controllo sulla vita. La vera emergenza è il razzismo


Bibliografia commentata sui campi

Un ruolo molto importante nell’avvio di una nuova stagione di studi sulla “forma campo” è stato svolto dalla pubblicazione del libro di G. Agamben, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Torino, Einaudi, 1995, seguito tre anni dopo da Quel che resta di Auschwitz. L’archivio e il testimone, Torino, Bollati Boringhieri, 1998. Le tesi di Agamben, secondo cui il campo costituisce il paradigma politico della modernità, hanno esercitato una grande influenza sia nel dibattito sul post-11 settembre sia all’interno degli studi sulle migrazioni e in particolare sui rifugiati, soprattutto in ambito anglosassone: si vedano ad esempio S. Perera, What is a Camp?, in «Borderlands e-journal», 1, 2002 e P. Nyers, Rethinking Refugees. Beyond States of Emergency, New York – London, Routledge, 2006. È il caso poi di segnalare almeno due opere generali dedicate alla storia dei campi: A. Kaminski, I campi di concentramento dal 1896 a oggi. Storia, funzioni, tipologia, Torino, Bollati-Boringhieri, 1997 e J. Kotek, P. Rigoulot P., Le Siècle des camps. Détention, concentration, extermination, cent ans de mal absolu, Paris, J.-CLattès, 2000, a cui si possono utilmente aggiungere la prima parte del libro di F. Rahola, Zone definitivamente temporanee. I luoghi dell’umanità in eccesso, Verona, Ombre corte, 2003, che sottolinea in particolare l’origine coloniale del campo di concentramento e il recentissimo volume di J. Brunati, De l’esclavage des Noirs à celui des camps nazis, Paris, L’Harmattan, 2008. Un lavoro molto importante sul sistema concentrazionario nazista, ampiamente ripreso nel dibattito successivo, è quello di W. Sofski, Die Ordnung des Terrors. Das Konzentrationslager, Frankfurt a.M., Fischer, 1993, mentre è appena uscito l’ottavo volume dell’opera curata da Wolgang Benz e Barbara Distel, Der Ort des Terrors. Geschichte der Nazionalsozialistischen Konzentrationslager, München, Beck, 2008. Per quel che riguarda i centri di detenzione per migranti in Europa, si possono vedere, all’interno di una letteratura molto ampia, i seguenti volumi, ricchi di riferimenti al dibattito sulla «forma campo»: M.-C. Caloz-Tschopp, Les Etrangers aux frontières de l’Europe et le spectre des camps, Paris, La Dispute, 2004, «Cultures & Conflits», n° 57, printemps 2005 (numero monografico dedicato a L’Europe des camps), «Conflitti globali», 4, 2006 (numero monografico dedicato a Internamenti: CPT e altri campi), H. Courau, Ethnologie de la Forme-camp de Sangatte: De l’exception à la régulation, Paris, Archives contemporaines Editions, 2007, O. Le Cour Grandmaison – G. Luhilier – J. Valluy (eds), Le retour des camps? Sangatte, Lampedusa, Guantanamo…, Paris, Editions Autrement, 2007, F. Sossi, Autobiografie negate. Immigrati nei Lager del presente, Roma, Manifestolibri, 2002, M. Rovelli, Lager italiani, Milano, Rizzoli, 2006 e T. Pieper, Die Gegenwart der Lager: Zur Mikrophysik der Herrschaft in der deutschen Flüchtlingspolitik, Münster, Westfälisches Dampfboot, 2008, M. Agier, Gérer les indésirables. Des camps de réfugiés au gouvernement humanitaire, Paris, Flammarion, 2008. Ricco di riferimenti alla funzione dei centri di detenzione è infine il volume curato da N. De Genova e N. Peutz, The Deportation Regime: Sovereignty, Space, and the Freedom of Movement, Durham, NC, Duke University Press, 2009.

Bibliografia commentata su frontiere, cittadinanza e migrazioni

A lungo, nel corso del secondo dopoguerra, è prevalsa nel dibattito teorico occidentale un’immagine della cittadinanza che ne sottolineava i caratteri di inclusione e di integrazione, secondo la lezione del grande sociologo britannico T.H. Marshall (Cittadinanza e classe sociale, ed. or. 1950, ed. it. a c. di S. Mezzadra, Roma – Bari, Laterza, 2002). È a partire dagli anni Ottanta, con il manifestarsi della crisi dello Stato sociale e con le nuove sfide portate dalle migrazioni transnazionali, che la funzione esclusiva della cittadinanza è stata riscoperta ed è divenuta centrale all’interno delle scienze sociali, giuridiche e politiche. Un libro di notevole importanza, da questo punto di vista, è ad esempio quello di R. Brubaker, Citizenship and Nationhood in France and Germany, Cambridge, Mass., Harvard University Press, 1992. Il rapporto tra cittadinanza e migrazioni è stato conseguentemente analizzato da molti autori ponendo in evidenza l’esclusione dei migranti dallo spazio della cittadinanza: emblematico, in questo senso, è il libro di A. Dal Lago, Non persone. L’esclusione dei migranti nella società globale, Milano, Feltrinelli, 1999. Sotto il profilo della riflessione sulla categoria di cittadinanza, il suo rapporto costitutivo con l’“alterità” è stato al centro dell’ambiziosa ricostruzione genealogica proposta da E.F. Isin, Being Political: Genealogies of Citizenship, Minneapolis – London, University of Minnesota Press, 2002. Per seguire lo sviluppo del dibattito internazionale sul tema della cittadinanza, uno strumento essenziale è la rivista «Citizenship Studies»: si segnala inoltre il recente volume uscito in occasione del decennale della rivista, a cura di E.I. Isin, P. Nyers e B.S. Turner, Citizenship between Past and Present, London – New York, Routledge, 2008. Molto utile è anche l’Handbook of Citizenship Studies, a cura di E.I. Isin e B.S. Turner, London, Sage, 2003. Specificamente sul rapporto tra migrazioni e cittadinanza, da un punto di vista filosofico-politico, si possono vedere i seguenti volumi: Schwartz, W.F. (ed.), Justice in Immigration, Cambridge - New York, Cambridge University Press, 1995, Ph. Cole, Philosophies of Exclusion. Liberal Political Theory and Immigration, Edinburgh, Edinburgh University Press, 2000 e S. Benhabib, The Rights of Others. Aliens, Residents and Citizens, Cambridge – New York, Cambridge University Press, 2004. Molto utili sono i due volumi curati da M.-C. Tschopp e P. Dasen, Mondialisation, migration et droits de l’homme: un nuveau paradigme pour la recherche et la citoyenneté / Globalization, migration, human rights: a new paradigm for research and citizenship, Bruxelles, Bruylant, 2007. Il rapporto tra cittadinanza e confini è stato studiato in modo innovativo negli ultimi due decenni, a partire dai lavori di Étienne Balibar, di cui si ricordano qui Les frontières de la démocratie, Paris, La Découverte, 1992 e Nous, citoyens d’Europe: les frontières, l’état, le peuple, Paris, La Découverte, 2001. Da questo punto di vista, il dibattito sulla cittadinanza e sul suo rapporto con le migrazioni, si è intrecciato con lo sviluppo dei cosiddetti border studies, un settore di ricerca interdisciplinare che è molto cresciuto a partire dall’inizio degli anni Novanta (si veda ad esempio il sito della “Association for Borderlands Studies” Di grande rilievo, in questo senso, sono stati una serie di studi sul confine tra Stati uniti e Messico, a partire dall’innovativo lavoro di G. Anzaldúa, Borderlands, the New Mestiza/La frontera, San Francisco, Spinsters/Aunt Lute, 1987. Tra i libri più interessanti in proposito si ricordano P. Vila, Borders, Reinforcing Borders: Social Categories, Metaphors, and Narrative Identities on the U.S.-Mexico Frontier, Austin, University of Texas Press, 2000 e N.P. De Genova, Working the Boundaries. Race, Space, and “Illegality” in Mexican Chicago, Durham, NC – London, Duke University Press, 2006. Un volume uscito di recente, che consente di fare il punto sullo sviluppo dei border studies, presentando al tempo stesso numerosi studi di caso, è P.K. Rajaram – C. Grundy-Warr (eds), Borderscapes. Hidden Geographies and Politics at Territory’s Edge, Minneapolis – London, University of Minnesota Press, 2007. L’insieme di questi studi ha condotto a un’immagine più complessa del rapporto tra cittadinanza e immigrazione, ponendo in evidenza gli effetti di selezione (di “inclusione differenziale”) determinati dall’azione dei dispositivi di confine, che tendono sempre più a prolungarsi all’interno di spazi politici formalmente unificati e a proiettarsi al di là della linea che in teoria dovrebbe segnarne il margine. Tra i numerosi studi che negli ultimi anni hanno posto al centro dell’attenzione queste trasformazioni dell’istituto del confine in riferimento al caso europeo, si ricordano: D. Bigo – E. Guild, 2003, Le visa Schengen: expression d’une stratégie de «police» à distance, «Cultures & Conflits», numero speciale «Le mise à l’écart des ètrangers: la logique du Visa Schengen», 49-50 (2003), D. Bigo – E. Guild (eds), Controlling Frontiers: Free Movement Into and Within Europe, Aldershot, Ashgate, 2005, P. Cuttitta, F. Vassallo Paleologo (a c. di), Migrazioni, frontiere, diritti, Napoli, Edizioni Scientifiche Italiane, 2006, AA.VV., Externalisation de l’asile et de l’immigration: Après Ceuta et Melilla, les stratégies de l’Union européenne, Paris, Gisti, 2006, P. Cuttitta, Segnali di confine. Il controllo dell’immigrazione nel mondo-frontiera, Milano, Mimesis, 2007, E. Rigo, Europa di confine. Trasformazioni della cittadinanza nell’Unione allargata, Roma, Meltemi, 2007, Transit Migration Forschungsgruppe (ed), Turbulente Ränder. Neue Perspektiven auf Migration an den Grenzen Europas, Bielefeld, Transcript Verlag, 2007, Nouvelle Europe, nouvelles migrations: Frontières, intégration, mondialisation, Paris, Éditions du Félin, 2007. Un libro recente che denuncia efficacemente la formazione di un consenso trasversale agli schieramenti politici sulla necessità di irrigidire i controlli ai confini e tenta di proporre politiche alternative è quello di C. Rodier, Immigration, fantasmes et réalités: Pour une alternative à le fermeture des frontières, Paris, La Découverte, 2008. Due buoni siti per di controinformazione su quanto accade ai confini europei sono i seguenti: Fortress Europe e No border. Al tempo stesso, negli ultimi anni, una serie di studi hanno posto in evidenza come i migranti, lungi dall’essere semplici “vittime” dei dispositivi di confine, sfidino quotidianamente questi ultimi con le loro pratiche e con i loro movimenti: si vedano in questo senso, ad esempio, i contributi raccolti in «Multitudes», 19 (dicembre 2004), S. Mezzadra, Diritto di fuga. Migrazioni, cittadinanza, globalizzazione, Verona, ombre corte, 2006, D. Papadopoulos – N. Stephenson – V. Tsianos, Escape Routes. Control and Subversion in the 21st Century, London, Pluto Press, 2008 e L. Suárez-Navaz et al (eds.), Las luchas de los sin papeles y la extensión de la ciudadanía. Perspectivas críticas desde Europa y Estados Unidos, Madrid, Traficantes de Sueños, 2008.

la nostra infinita emergenza

Riportiamo un editoriale di Barbara Spinelli "La nostra infinita emergenza" uscito domenica 19 aprile su La Stampa (disponibile anche online).
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da La Stampa del 19/3/2009
Sono ormai anni che viviamo nell’emergenza, e quasi non ci accorgiamo che ogni mossa, ogni parola detta in pubblico, ogni sopracciglio intempestivamente inarcato, son sottoposti a speciali esami di idoneità, che mescolano etica e estetica, dover essere e presunto buon gusto. La mossa, la parola, il sopracciglio, devono adeguarsi all’ora del disastro: sia esso attentato terroristico o ciclone, tsunami o terremoto. Chi rompe le righe si copre di colpe, prestamente censurate. Vergogna e indecenza sono il marchio impresso sulla fronte di chi non ha tenuto conto del perentorio buon gusto. L’emergenza è diventata una seconda pelle delle democrazie, e per questo non ci accorgiamo quasi più dell’anormale convertito in normale: delle libertà che per l’occasione vengono sospese, dell’autonomia di giudizio che vien tramutata in lusso fuori luogo.È un po’ come il corno che cresce d’improvviso sulla fronte di tutti i concittadini di Bérenger, protagonista dei Rinoceronti di Ionesco: arriva il momento in cui la protuberanza è talmente familiare ed estesa che chi non la possiede si sente un reietto, e lo è. Anche durante il terremoto in Abruzzo è stato così, e questo spiega lo scandalo assolutamente abnorme generato da una trasmissione televisiva - Anno Zero di Santoro - che era un po’ diversa dalle altre perché fondata sulla denuncia polemica: dell’organizzazione dei soccorsi, e soprattutto della secolare commistione fra affari, corruzione, malavita, edilizia.Indecente è stata definita la trasmissione, perché questa non era ora di far scandalo: di «seminare zizzania con i morti ancora sotto le macerie, di descrivere l’Italia come il solito Paese di furbi, incapaci di rispettare ogni legge scritta e morale», ha scritto Aldo Grasso sul Corriere della Sera, l’11 aprile. Lo spazio smodato dato su giornali e telegiornali all’evento è esemplare, perché conferma una malattia democratica diffusa. Incapaci di dominare eventi più grandi di loro, le democrazie vivono sempre più di emergenze, ne hanno bisogno esistenziale. A partire dall’ora in cui è pronunciata la frase fatale: «Questo non è il momento», già è stato di eccezione. In tempi normali è proprio questa l’ora delle controversie. Se non nel mezzo del disastro, quando farne l’archeologia e denunciare?Non così in stato d’eccezione, quando è il regnante a decretare natura e vincoli del momento. La sua sovranità è essenzialmente sulla vita e la morte, e il momento è dunque quello delle bare allineate, del supremo dolore, del lutto vissuto nell’unanime afflizione. Grazie a questo momento si crea un’unità magica, propizia all’intensificazione massima della sovranità. Viene mobilitato anche l’Ecclesiaste: «C’è un tempo per demolire e un tempo per costruire». La Bibbia per la verità parla all’anima, ma nell’emergenza anima e politica si fondono. Assieme, esse giustificano lo stato d’eccezione che sempre esordisce con la soppressione, non si sa se davvero provvisoria, di libertà e abitudini alla critica vigenti in epoche di pace. Giorgio Agamben, che ha studiato tale materia, racconta come morte e lutto siano ingredienti dello stato d’eccezione sin da Roma antica: l’emergenza si chiamava iustitium, e in quei giorni veniva abolito il divieto di mettere a morte un cittadino senza ricorso a un giudizio popolare (Agamben, Lo Stato di eccezione, Torino 2003).Stato d’eccezione o emergenza sono in realtà imbellimenti di quel che effettivamente accade, camuffano lo stato di guerra: per l’Oxford English Dictionary, sono suoi sinonimi, eufemismi. È in guerra che i comportamenti liberi, biasimatori, son ribattezzati disfattisti. Nell’emergenza guerra, disastro e morte richiedono un dover-essere e un dover-dire. È a questo punto che lo stato di eccezione si tramuta in regola, e il sistema giuridico politico in «macchina di morte». La morte fa tacere il popolo e al tempo stesso nutre il sovrano. È il grande correttore, regolatore: non dici cose scomposte davanti a una salma, anche se veritiere. Il potere usa la morte: diviene necrofago. L’uomo colpito da catastrofe è ridotto a vita nuda e quest’ultima sovrasta la vita buona, prerogativa di chi tramite la politica e la libera opinione esce dalla minorità. La nudità politica, scrive Hannah Arendt nelle Origini del Totalitarismo, può esistere anche senza diritti civili.Il fenomeno non è nuovo, Agamben lo spiega molto bene. I giorni dello iustitium sono anche i giorni in cui si celebra il lutto del sovrano. Leggi e libertà non sono abolite ma sospese, perché l’essenza del potere (potere di vita e di morte) non appaia vuoto. Da allora ogni disastro, naturale o terrorista, è occasione di affermare tale essenza. Di mettere in scena non il morire o il multiforme soffrire dei cittadini, ma la possibile morte del sovrano e della stessa politica. L’unità si fa non attorno alle salme ma al sovrano, il quale dice: «Sono io in causa, e la vera posta in gioco è la dilazione della mia messa a morte, l’anticipazione rituale del lutto della mia persona».Nella storia della democrazia c’è anche questo: l’eccezione che cessa d’esser tale, facendosi regola. Che non proclama più giorni di lutto, ma epoche. Tutto è guerra, in permanenza si tratta di riconfermare il sovrano unendo il mio col suo, la solidarietà emotiva di cui ho bisogno io e quella di cui necessita lui. L’idea che tale sia la guerra moderna nasce nel ’14-’18, ed è teorizzata da uno dei suoi protagonisti, Erich Ludendorff, nella Guerra Totale scritta nel 1935. Nella guerra democratica totale scompare la distinzione tra fronte e retrovia, militari e civili (Heimatfront è la fusione hitleriana - animista, dice Ludendorff - tra fronte e patria). Il governo delle emozioni permette di metter fra parentesi libertà e norme, e in questo ha le stesse funzioni della violenza fuori-legge. Il giornalista che aderisce agli imperativi di tale emergenza distrugge il proprio mestiere.Nei disastri c’è chi soffre, chi governa, chi racconta (messaggero nella tragedia antica, giornalista oggi) e chi indaga rammentando. Ogni ambito ha un suo dover-essere, una sua autonomia. Se la priorità per il messaggero sono i sofferenti, si racconterà tutto quel che essi provano: gratitudine ma anche rabbia, sollievo per i soccorsi e ira suscitata da uno Stato complice di speculazioni edilizie. Chi ha letto Gomorra, ricorderà quel che Saviano scrive nel capitolo sul cemento armato, «petrolio del Sud», a pagina 235-236: «Tutto nasce dal cemento. Non esiste impero economico nel Mezzogiorno che non veda il passaggio nelle costruzioni: appalti, cave, cemento, inerti, mattoni, impalcature, operai… L’imprenditore italiano che non ha i piedi del suo impero nel cemento non ha speranza alcuna. È il mestiere più semplice per far soldi nel più breve tempo possibile.… Io so e ho le prove. So come è stata costruita mezza Italia. E più di mezza. Conosco le mani, le dita, i progetti. E la sabbia. La sabbia che ha tirato su palazzi e grattacieli. Quartieri, parchi e ville. A Castelvolturno nessuno dimentica le file dei camion che depredavano il Volturno della sua sabbia... Ora quella sabbia è nelle pareti dei condomini abruzzesi, nei palazzi di Varese, Asiago, Genova». L’emergenza, come la guerra, ha sue leggi speciali. Non sono le leggi della dittatura, perché la dittatura crea nuove leggi. Lo stato d’eccezione permanente è più insidioso: non instaura regolamenti nuovi, ma sospende leggi e libertà creando vuoto legale, anomia. L’Ecclesiaste a questo punto non è parola di Dio, ma decreto del sovrano che assieme al giornalista-messaggero invoca unanimismo. Il giornalista nega se stesso, quando consente a mettere sullo stesso piano gli abusi dell’edilizia e gli «abusi di libertà» di chi punta il dito su tali abusi: invece di vigilare, giustifica - per sé e i concittadini - lo stato d’eccezione.
Barbara Spinelli

21 apr 2009

Scioperi, il disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministriapre la strada a crescenti limitazioni anche in altri settori
Lavoratori senza diritti
di LUCIANO GALLINO


IL disegno di legge approvato ieri dal Consiglio dei ministri persegue palesemente due finalità: rendere oltremodo difficile l'esercizio del diritto di sciopero nel settore dei trasporti, e in specie far sì che diventi pressoché impossibile per la Cgil indire da sola uno sciopero nel settore; aprire la strada a crescenti limitazioni del diritto di sciopero in altri settori. Cominciamo da quest'ultimo punto. Tutti parlano (compreso il sito del ministero del Lavoro) del provvedimento in questione come di un disegno di legge delega per la riforma del diritto di sciopero nel settore dei trasporti. In realtà nel testo della legge delega la parola trasporti non esiste. Sia nel titolo che in vari articoli si parla sempre di "libera circolazione delle persone" e di "diritto alla mobilità". È vero che si tratta d'una revisione della legge 146 del 1990, che in tema di tutela della libertà di circolazione menziona esplicitamente i trasporti pubblici autoferrotranviari, ferroviari, aerei, aeroportuali e marittimi. Resta il fatto che insistendo in più punti sul diritto alla mobilità e sulla libertà di circolazione, senza mai far riferimento ai trasporti, la nuova legge amplia di molto il suo ambito di applicazione. Infatti è possibile che libertà di circolazione venga lesa da molte altre attività che con i trasporti pubblici, i treni, gli aerei o le navi hanno poco a che fare.
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D'altra parte la legge delega non fa mistero dell'intenzione di andare molto al di là del settore dei trasporti propriamente inteso. L'articolo1, comma 2/j, prevede infatti il "divieto di forme di protesta (sic) o astensione dal lavoro in qualunque attività o settore produttivo (sic) che, per la durata o le modalità di attuazione, possono essere lesive del diritto alla mobilità e alla libertà di circolazione". Questo articolo apre alla volontà repressiva del legislatore oggi, e domani del giudice, spazi sterminati. Gli addetti ai rifornimenti d'una nave in partenza per la Sardegna, che dipendono da una società di catering e non dalla società padrona della nave, sono in sciopero e la fanno ritardare di un giorno o due? Secondo la nuova legge, è chiaro che ledono il diritto alla mobilità dei passeggeri. Sono in sciopero i tecnici dell'Airbus o della Boeing che dovevano fare determinate verifiche o briefing di aggiornamento, senza le quali gli aerei un certo giorno non possono partire? La libertà di circolazione di coloro che avevano acquistato i biglietti per quel giorno risulta evidentemente compromessa. Ergo quei tecnici, pur appartenendo a un altro settore produttivo, hanno violato il divieto dell'articolo in questione (ovvero di quelli che lo trasporranno nei decreti delegati). Può davvero portare molto lontano, l'articolo 1 del ddld sulla libera circolazione delle persone, nel limitare la libertà di sciopero. Per quanto riguarda il settore specifico dei trasporti, è chiaro che dal momento in cui il disegno di legge delega diventasse legge e poi decreto attuativo, i sindacalisti del settore, nessuno escluso, potrebbero dedicarsi ad altre incombenze. La proclamazione di uno sciopero diventa per chiunque un'impresa improba, oltre che non poco rischiosa per le possibili conseguenze sanzionatorie. Per intanto, se vuol dichiarare uno sciopero un sindacato deve vantare a priori un grado di rappresentatività superiore al 50% "a livello di settore". Il limite pare fatto apposta per tagliar fuori la Cgil, poiché se il limite fosse di qualche punto inferiore in diversi settori dei trasporti forse ce la farebbe. Ma oltre all'ostacolo della percentuale di iscritti sussiste quello di stabilire quale sia il perimetro esatto di un determinato settore; compito diventato difficile per chiunque a causa della frammentazione di tutti i settori dei trasporti in gran numero di aziende aventi statuti differenti. A norma del disegno di legge delega, quando il grado di rappresentatività sia inferiore al 50%, o non determinabile, è d'obbligo procedere a un referendum preventivo. A una condizione: l'organizzazione che lo indice deve avere un grado di rappresentatività superiore al 20%. Fatta una simile fatica, se mai qualcuno ci riesca, lo sciopero sarebbe sì autorizzato, ma potrebbe anche non essere legittimo. Per ricevere questo riconoscimento bisogna infatti che lo sciopero abbia ricevuto il voto favorevole del 30% almeno dei lavoratori interessati. Non basta. Lo sciopero potrebbe essere magari votato dalla quota richiesta dalla legge, e però configurarsi ancor prima di aver luogo come un solenne fiasco. Questo perché i contratti di lavoro o le regole da emanare in seguito dovranno prevedere nulla meno dell'adesione preventiva allo sciopero stesso del singolo lavoratore. Per cui ecco la sequenza: prima il lavoratore vota pro o contro la proclamazione dello sciopero, oppure si astiene; poi prende atto che lo sciopero si può fare, o no; e a questo punto trasmette a qualcuno, oppure no, una dichiarazione preventiva di adesione allo sciopero stesso. Nell'insieme, visto che l'intento del disegno di legge delega risiede palesemente nel rendere in pratica impossibile proclamare uno sciopero nei trasporti, il Cdm poteva anche risparmiarsi la fatica di varare un testo con cinque articoli e dozzine di commi e paragrafi. Bastava una riga: lo sciopero nei trasporti è vietato. Questa cosiddetta riforma godrà presumibilmente di un vasto consenso popolare. Vari elementi portano in questa direzione. L'articolo 40 della Costituzione è insolitamente striminzito e lascia tutto lo spazio alla legislazione. La legge che regola gli scioperi nei servizi pubblici è vecchia di vent'anni. Gli scioperi proclamati troppo di frequente da alcune dozzine di autisti di autobus o qualche centinaio di ferrovieri o piloti d'aereo o assistenti di cabina hanno recato innumerevoli disagi a moltissime persone. Però il disegno di legge in questione non ha nello sfondo questi elementi. Ha invece tutta l'aria di prenderli a pretesto per ridurre gli spazi di libertà, di protesta, di manifestazione di gran parte del mondo del lavoro. E' probabilmente tardi; ma forse bisognerebbe riuscire a dire forte e chiaro al governo che per riformare l'attività sindacale nel settore dei trasporti questa strada è sbagliata. (28 febbraio 2009)

da: la Repubblica

democrazia formato Guantanamo



Obama ha annunciato che entro un anno la prigione di Guantanamo sarà chiusa. Contestualmente alla pubblicazione dei documenti segreti che rivelano le verità aberranti della tortura, ha anche annunciato che gli agenti della CIA implicati non saranno in alcun modo perseguiti. La via dell'amnistia e dell'impunità sembrano ad Obama indispensabili per traghettare il suo mutamento epocale preservando la controversa nozione di unità nazionale.

Sui metodi di tortura Obama ha ribadito che gli Usa hanno una volta per tutte messo la parola fine alle pratiche «che minano la nostra autorità morale e non ci rendono allo stesso tempo più sicuri». Da qui la decisione di voltare pagina mostrando la cruda realtà: «Le nostre informazioni riservate vengono normalmente protette per ragioni di sicurezza, ma ho deciso di pubblicare questi memorandum perchè credo fortemente nella trasparenza e nella responsabilità». Una decisione comunque destinata a creare polemiche: da Amnesty International sono infatti arrivate le prime critiche alla decisione di non punire i responsabili («un salvacondotto gratis per l’impunità») mentre il Centro per diritti costituzionali Usa ha parlato della «più grande delusione» arrivata dall’Amministrazione Obama.

da: La Stampa

L'autorità morale dei "portatori di democrazia" va preservata dall'effetto perverso della stretta sicurezza.
Ma cosa significa portare la democrazia? Un cittadino europeo che conosca la storia del proprio paese e del popolo a cui appartiene dovrebbe rispondere: lavorare per un’organizzazione della vita in comune che impedisca al più forte e al più ricco di schiacciare gli altri come pulci, creare un sistema di leggi valido per tutti, alle quali siano sottoposti i cittadini comuni e i governanti, organizzare un sistema di rappresentanza politica attraverso il quale ogni cittadino possa, secondo i suoi valori, il suo credo, i suoi interessi, partecipare a definire l’interesse generale della comunità, decidere chi andrà a scrivere quelle leggi, e che non andrà a scriverle solo per il proprio tornaconto.

Democrazia significa, nella pratica, che la polizia non verrà a prenderti in casa senza motivo, che avrai un giusto processo, in cui non conta se sei arabo, rumeno o figlio di Rockfeller, se sei comunista o ebreo o musulmano, per decidere se hai rubato una mela e quanto è grave che tu l’abbia rubata. Democrazia significa: scuola gratuita e la possibilità di informarsi su ciò che i potenti decidono, cercarsi un lavoro che non ti faccia sentire uno schiavo, poter esprimere delle critiche e delle proposte su come il paese dovrebbe funzionare. Questo è un progetto ideale, una specie di paradiso, che gli uomini hanno immaginato e tentato in vari modi di realizzare nella storia, contro oppressioni e violenze, contro le illusioni diffuse dai potenti e contro le difficoltà che si incontrano ogni volta che si tenta di trasformare una idea in realtà.

Quando ho chiesto a Ruhal Ahmed, dopo tre anni di reclusione a guantanamo, cosa pensa quando sente parlare di “democrazia”, mi ha guardato con un’espressione incredula e severa, ma rassegnata; mi ha risposto: “what is democracy?” “come posso credere nella democrazia?”. In quella domanda c’è tutta la tragedia del nostro tempo. Noi cittadini europei, con i nostri diritti garantiti, le nostre libertà, siamo alleati degli Stati Uniti nella guerra contro il terrorismo globale per portare la democrazia nel mondo, ma forse abbiamo un problema. Forse abbiamo smesso di farci questa domanda. Forse, il nostro sistema politico è arrivato a un punto in cui alla domanda “cosa è la democrazia?” si possono dare solo risposte contraddittorie, mezze verità. Forse abbiamo organizzato la nostra società in un modo che ci faccia scordare di porci questa domanda.


Guantanamo è una base militare che funziona come prigione per tutti gli stranieri sospettati di attività terroristiche contro gli Stati Uniti d’America; dipende direttamente dal capo del governo statunitense, che con una legislazione d’emergenza, dopo gli attentati dell’11 settembre del 2001, ha disposto che tutti i soggetti pericolosi per il paese fossero sottoposti a delle restrizioni straordinarie, utilizzati per ottenere informazioni sulle attività terroristiche attraverso interrogatori violenti e umilianti, privati di ogni diritto e garanzia. I detenuti di Guantanamo, secondo l’ordine presidenziale del 2001 sulla "detenzione, trattamento e giudizio dei cittadini non americani nella guerra contro il terrorismo", possono essere reclusi senza limiti di tempo e sottoposti a interrogatori-torture, non hanno diritto ad un legale che conosca prima del processo gli elementi dell’accusa e vengono giudicati solo da tribunali militari. Il loro stato e quello di “combattenti stranieri”: non vengono riconosciuti come prigionieri appartenenti ad un esercito nemico, quindi non godono dei diritti che la convenzione di Ginevra del 1948 riconosce ai prigionieri bellici. I reati per i quali questi “combattenti stranieri” possono essere condannati, anche a morte, dal tribunale militare di Guantanamo sono stati introdotti dalla legge militare d’emergenza e riguardano tutte le azioni che, in ogni luogo e tempo, compiono i maschi armati dei popoli in guerra. Inoltre, il fatto che la base di Guantanamo sia posta fuori dal territorio Statunitense consente alle autorità militari di non applicare le leggi che in patria garantiscono il giusto processo e un equilibrio tra il potere militare del governo e il potere giudiziario della magistratura. Il segretario di stato americano ha detto, nel 2003: “non ci si deve preoccupare per le condizioni dei detenuti di Guantanamo. Bisogna pensare che essi si trovano lì solo perché sono scampati alle bombe. Sono fortunati.” I detenuti passati per Guantanamo, secondo le ultime stime, sono stati quasi un migliaio. Nel 2006 una relazione di Amnesty International, inviata anche al presidente degli Stati Uniti, descriveva la loro condizione. Eccone alcune frasi:

I prigionieri sono rinchiusi 24 ore su 24 in delle piccole celle singole (un metro e ottanta per due metri e mezzo) con pareti di rete metallica aperte all’osservazione esterna su tutti e quattro i lati, sempre illuminate dalla luce solare di giorno e da quella artificiale di notte e soggette alle temperature subtropicali (spesso oltre i 43 gradi centigradi). Dormono su pavimenti di cemento, senza materassi, e il bagno è un buco per terra. I prigionieri non hanno nome: sono solo un numero, che corrisponde alla loro cella. In una settimana, dalla gabbia si esce per soli novanta minuti. I detenuti devono vestire il “tre pezzi”, che è una cintura di cuoio, stretta in vita da robusti anelli cui vengono agganciati due metri di catena che tengono insieme caviglie e polsi. In una lettera ai membri della Commissione Forze Armate del Senato degli Stati Uniti due prigionieri, Shafiq Rasul e Asif Iqbal, che sono stati liberati nel marzo 2004 e quindi sono potuti tornare in Gran Bretagna, raccontano come si svolgono gli interrogatori a Guantánamo: «siamo stati incatenati per ore […] ai prigionieri veniva imposto di urinare mentre venivano interrogati e non era concesso loro di andare al bagno. Eravamo costretti a stare con le gambe in aria, con le mani legate tra le gambe e incatenati al suolo […]. Venivamo lasciati in questa posizione per ore prima dell’interrogatorio (che poteva durare anche 12 ore) […] Veniva alzata l’aria condizionata, così dopo pochi minuti si gelava. C’erano una lampada stroboscopica e la musica ad alto volume, che costituivano a loro volta una forma di tortura. A volte venivano portati anche dei cani per terrorizzarci. Non sempre venivamo nutriti e quando tornavamo in cella per quel giorno non ricevevamo nessun pasto […]. Soldati ci hanno detto personalmente che andavano nelle celle e davano bastonate con spranghe di metallo di cui poi non relazionavano. Noi stessi abbiamo assistito a brutali assalti ai prigionieri […] Desideriamo chiarire che questi e altri episodi e tutta la brutalità, l’umiliazione e la degradazione avevano chiaramente luogo come risultati di politiche e ordini ufficiali»

I detenuti di Guantanamo sono solo corpi, senza diritti e senza identità. Sono come gli ebrei, i rom e gli omosessuali nei campi di concentramento nazisti. Non è difficile finire a Guantanamo. Ruhal Ahmed, per esempio, vent’anni, cittadino inglese di origini pakistane che nel novembre del 2001, poco prima dei bombardamenti americani, era andato a festeggiare il matrimonio di sua cugina in paese, è stato venduto come “guerrigliero” dagli alleati degli americani, l’Alleanza del Nord che si opponeva ai talebani, insieme ad altre decine di uomini indifesi, in cambio di qualche migliaio di dollari. Non ne sapeva niente di guerriglia.

Tra i detenuti di Guantanamo sono finiti centinaia di migranti, che, sospettati di appoggiare il terrorismo, di simpatizzare con le idee di Al Quaeda o di essere in procinto di attaccare in qualche modo gli Stati Uniti, sono stati colpiti dalla forza militare d’emergenza senza passare da tribunali in cui difendersi.

È quello che succede ovunque, anche in Italia: i cittadini sono spaventati, si continua a parlare di emergenza sicurezza e si limitano le libertà degli individui per permettere al potere politico armato di tenere lontano gli indesiderabili; è uno strumento che viene usato contro i migranti e contro i cittadini che potrebbero criticare il potere. Per tenerli a bada, in scacco, disposti a lasciarsi schiavizzare per il pane. Tutti i cittadini, in qualche modo, fanno la loro parte: bisogna stare al sicuro, e quindi si ha paura di ogni diverso, che potrebbe nascondere un nemico. La nostra democrazia non significa più niente: i diritti fondamentali su cui si fonda sono stati sospesi per affrontare un’emergenza che non capiamo. Anzi, forse uno dei motivi per cui si fa una guerra assurda, dolorosa e infinita, contro un nemico che non si conosce, è che dobbiamo essere in guerra contro qualcuno per sentirci buoni.

Lavorare per una vera democrazia sarebbe un altro modo per creare una specie di bene. Sarebbe più difficile, dovremmo sentirci molte volte deboli, incapaci, stupidi. Ma avremmo qualcosa in cui credere.

20 apr 2009

intervista ad Agamben

Un filosofo e le politiche della sicurezza.
"I governi ci considerano terroristi in potenza"
ANDREA CORTELLESSA

Presentando il «pacchetto sicurezza» all’indomani dell’omicidio di Giovanna Reggiani a Roma, il ministro dell’Interno Giuliano Amato disse che non occorreva «tirare in ballo la filosofia». Ma che ne pensano i filosofi? Lo abbiamo chiesto a Giorgio Agamben, uno tra quelli che più ha riflettuto sui dispositivi della politica.

Le statistiche dicono che i delitti effettivamente perpetrati diminuiscono eppure nell’opinione pubblica cresce un senso di insicurezza. Perché la questione sicurezza è oggi la più sentita?

«Come già lo Stato di eccezione, oggi la Sicurezza è divenuta paradigma di governo. Per primo Michel Foucault, nel suo corso al Collège de France del 1977-78, ha indagato le origini del concetto mostrando come esso nasca nella pratica di governo dei Fisiocratici, alla vigilia della Rivoluzione francese. Il problema erano le carestie, che sino ad allora i governanti si erano sforzati di prevenire; secondo Quesnay occorre invece quella che definisce appunto "Sicurezza": lasciare che le carestie avvengano per poi governarle nella direzione più opportuna. Allo stesso modo il discorso attuale sulla Sicurezza non è volto a prevenire attentati terroristici o altri disordini; esso ha in realtà funzioni di controllo a posteriori. Nell’inchiesta seguita ai disordini di Genova per il G8, un alto funzionario di polizia dichiarò che il Governo non voleva l’ordine, voleva piuttosto gestire il disordine. Le misure biometriche, come il controllo della retina introdotto alle frontiere degli Stati Uniti del quale ora si propone l’inasprimento, ereditano funzione e tipologia di pratiche introdotte nell’Ottocento per impedire la recidiva dei criminali: dalle foto segnaletiche alle impronte digitali. I governi sembrano considerare tutti i cittadini, insomma, come terroristi in potenza. Ma questi controlli non possono certo prevenire i delitti: possono semmai impedire che vengano ripetuti».

Tanto più inefficaci di fronte a un kamikaze. Che per definizione agisce una volta sola!

«Una democrazia che si riduca ad avere come unici paradigmi lo Stato di eccezione e la Sicurezza, non è più una democrazia. All’indomani della Seconda guerra mondiale politologi spregiudicati come Clinton Rossiter giunsero a dichiarare che per difendere la democrazia nessun sacrificio è abbastanza grande, compresa la sospensione della stessa democrazia. Così oggi l’ideologia della Sicurezza è volta a giustificare misure che, da un punto di vista giuridico, possono essere definite solo come barbare.»

Il delitto Reggiani a Roma ha avuto come conseguenza l’abbattimento di campi Rom e, di fatto, la messa in discussione del principio della libera circolazione delle persone, che è tra i fondamenti dell’Unione Europea, di cui la Romania fa parte a pieno titolo. Ma cosa pensare di provvedimenti del genere, che oltretutto lasciano all’opinione pubblica solo un giorno per riflettere?

«Il dato di fatto più preoccupante, di fronte a misure che violano i più elementari principi di diritto, è il silenzio dei giuristi. All’interno del pacchetto sulla Sicurezza annunciato ci sono disposizioni - come quelle nei confronti della pedofilia on line - che di fatto istituiscono il reato d’intenzione. Ma nella storia del diritto l’intenzione può costituire un’aggravante; non può essere mai un crimine in sé. È solo un esempio della barbarie giuridica cui siamo di fronte: abbiamo assistito a dibattiti sull’opportunità o meno di praticare la tortura. Se uno storico confrontasse i dispositivi di legge esistenti durante il Fascismo e quelli in vigore oggi, ho paura che dovrebbe concludere a sfavore del presente. Sono ancora vigenti leggi, emanate durante i cosiddetti anni di piombo, che vietano di ospitare una persona in casa propria senza denunciarne la presenza all’autorità di polizia entro ventiquattro ore. Norma che nessuno applica, e della quale la maggior parte delle persone neppure è a conoscenza; ma che punisce tale comportamento con un minimo di sei mesi di reclusione!»

Questo stato di cose deforma anche la nostra percezione del tempo. Sia i controlli proposti come preventivi e invece tardivi, sia l’intenzione sessuale che al contrario punisce reati non ancora commessi (così realizzando un racconto di Philip K. Dick portato al cinema da Spielberg), istituiscono un falso presente. Non crede sia entrato in crisi l’unico fra i valori della Rivoluzione francese che sembrava ancora avere un qualche appeal, e cioè quello della Libertà?

«Questo in larga misura è già un dato di fatto. Le limitazioni della libertà che è disposto ad accettare oggi il cittadino dei paesi cosiddetti democratici sono incredibilmente più ampie di quelle che avrebbe accettato solo vent’anni fa. Prendiamo il progetto di un archivio del DNA: una delle cose più aberranti, ma anche più irresponsabili, di questo famoso pacchetto Sicurezza. Fu l’accumulo di dati anagrafici a permettere ai nazisti, nei paesi occupati, di identificare e deportare gli ebrei. Possibile che non ci si chieda che cosa avverrà il giorno che un dittatore potrà disporre di un archivio genetico universale? Ma basta pensare a come sia passata l’idea che gli spazi pubblici siano costantemente monitorati da telecamere. Un ambiente simile non è una città, è l’interno di una prigione! Le ditte che fabbricano i dispositivi biometrici suggeriscono di istallarli nelle scuole elementari e nelle mense studentesche, in modo da abituare sin dall’infanzia a questo tipo di controlli. L’obiettivo è formare cittadini completamente privi di libertà e, ciò che è peggio, che non se ne rendono affatto conto.»

Tutto ciò in nome della democrazia. Mistificazione anzitutto linguistica, proprio come quella del 1984 di Orwell: Guerra è Pace, Schiavitù è Libertà. Parla chiaro la storia linguistica delle pratiche di guerra condotte negli ultimi quindici anni. In questo modo non le pare che la politica, intesa come dibattito delle opinioni, non abbia più alcuno spazio?

«Come le guerre vengono presentate come operazioni di polizia, così la democrazia diventa sinonimo di una mera pratica di governo dell’economia e della sicurezza. È quella che nel ‘700 si chiamava "scienza di polizia" per distinguerla dalla politica. Sempre più si afferma l’idea, equivalente a un vero e proprio suicidio del diritto, che sia possibile normare giuridicamente tutto, compreso ciò che riguarda l’etica, la religione e la sessualità. Una parte importante viene svolta dai media che, perdendo ogni funzione critica, sono sempre più a loro volta organo di governo».


CHI E'
Il fiosofo Giorgio Agamben è nato a Roma nel 1942. Laureatosi in legge nel1965 con una tesi su Simone Weil, ha scritto numerosi saggi sui rapportitra filosofiae politica. Ha insegnato al Collège International de philosophie di Parigi e in numerose università americane. Ora è all'Istituto Universitario di Architettura (IUAV) di Venezia.

19 apr 2009

NOTE per una corretta lettura della stampa borghese

Era ora che qualcuno lo affermasse e noi finalmente lo gridiamo: VIVA LA STAMPA
BORGHESE!
Non tutti sanno che sui fatti fondametali, quelli che riguardano il nascere e il diffondersi di una
nuova critica globalmente negatrice dell' esistete, i giornali borghesi, a differenza degli
organi ideologici dei singoli rackets, non nascondono nulla. L'unica mistificazione che son
costretti ad operare per mantenere il loro ruolo di garanti dell'ideologia nel suo complesso, è
presentare i fatti in modo che il loro valore risulti capovolto. Questo rovesciamento viene
compiuto per mezzo di alcuni artifici teorici e qualche separazione ideologica. D'altra parte è
estremamente agevole leggere tra le righe e riafferrare i contenuti reali, ad un'unica
condizione, (questa sì difficile da realizzare): che il lettore sia un proletario, cioè
pienamente cosciente di sè e del mondo in cui vive e non uno zombie ottenebrato. L'intuito di
questi giornali è spesso assai più penetrante dell'analisi di molti teorici: essi sanno che il
capitale non è qualcosa di esterno alle persone, di diverso da esse; sanno che il capitale è
nelle persone, è le persone stesse. Questo è il fondamento e lo strumento essenziale del
potere, è il potere. Pertanto, consapevole che l'ideologia vive già in ognuno, più o meno
accettata e difesa, esso si rivolge senza mezzi termini a ciò che di alienato, di ottenebrato
vi è in ciascuno di noi, senza bisogno di persuadere, di incitare, di far passare un discorso
come fa la pubblicistica estremista. Gli altoparlanti del potere si limitano dunque a
riaffermare, dandola per scontata in tutti, la realtà del mondo dell'apparenza. I fatti
divulgati non vengono interpretati, sono semplicemente comunicati nella presunzione che
contribuiscano a corroborare un discorso fondamentalmente già accettato da chi legge. Non
troveremo mai su un quotidiano un'esposizione organica dell'essenza del pensiero borghese. Non
ce n'è bisogno, esso è già dappertutto e in nessun luogo particolare. Il potere è giustamente
arrogante e presuntuoso. Ma il proletariato cosciente non lo è di meno; sa che in ognuno esiste
un barlume, un frammento di teoria, che altro non è se non la comprensione di ciò che sta
dietro lo schermo dell'apparenza, cioè la comprensione della realtà. Ma poichè la teoria è
unitaria o non è tale, possederne una parte è nulla, se non contiene in sè la potenzialità di
conquistarne la comprensione totale. Per i rivoluzionari non si tratta che di sollecitarne tale
processo. Forti di ciò noi ci rivolgiamo a ciò che di ancora vitale vi è in ognuno, consci che
la verità non solo è semplice, ma è presente in tutti. Di conseguenza ogni proletario cosciente
dagli organi di informazione borghese non può che trarne diletto e incitamento a proseguire
sulla via della rivoluzione. Qualsiasi notizia passa immediatamente attraverso il filtro della
teoria che ne trattiene poche scorie restituendo al contenuto la limpidezza della verità. "Ma
come è possibile - si domanderanno sinistri di ogni risma - è risaputo che la stampa borghese è
la madre di ogni menzogna". Infatti ciò che è spontaneo e semplice per un proletarìo, sembra
risulti ostico ai politici di ogni colore, in misura sempre maggiore man mano che la loro
ideologia si sposta verso la sinistra estrema. Ma questo fenomeno non è difficile da spiegare.
Il pensiero borghese al suo più alto grado di consapevolezza è eminentemente dialettico, e cela
in sè i germi del proprio superamento. Questo lo ha ben compreso Marx, che non si è fatto
scrupolo di fondare la sua critica dell'economia politica sulle teorie degli economisti
borghesi e di prendere le mosse dalla dialettica Hegeliana. Il superamento del pensiero
borghese non è altro che il suo capovolgimento, operazione che ad un certo grado di chiarezza è
elementare e che ogni proletario sente dentro di sè come esigenza insopprimibile. I "politici"
invece si affannano nel tentativo di superare il pensiero borghese dallo interno, o aggiungendo
ideologie alle ideologie, o negandone alcune per ripresentarle in nuova veste; abbattono un'ala
dell'edificio per ricostruirne un'altra evitando accuratamente di toccare i muri maestri; poi
terrorizzati dal pericolo di un crollo totale, si affrettano a puntellarlo in ogni modo. In
sostanza aggiungono mistificazioni alle mistificazioni mantenendo l'integrità di quel sistema
che solo formalmente mettono in discussione. Pertanto, specialmente a costoro consigliamo
un'attenta lettura quotidiana della "Stampa" o del "Corriere della Sera" e li esortiamo
vivamente ad abbandonare i loro fogliacci ideologici. Se Marx è riuscito a stravolgere
l'economia e la filosofia borghese tramite il loro rovesciamento, siamo fìduciosi che costoro
riusciranno nel più modesto compito di restituire il suo reale significato ad un articolo di
quotidiano o di rotocalco e che ne trarrannno ogni giovamento. Tuttavia, poichè per costoro una
lettura proficua di questi fogli teorici presenterà all'inizio difficoltà pressochè
insormontabili, abbacinati come sono da idee separate da ogni prassi reale, siamo disposti a
soccorrerli: l'articolo che precede è un esatta traduzione di un testo fondamentale apparso su
"La Stampa". La traduzione, 1o confessiamo, non è del tutto soddisfacente, poichè non siamo
riusciti ad operare un totale rovesciamento del testo. Questo vuoi perchè il nostro rigore
teorico non è ancora assoluto, vuoi perchè il povero Adelfi, misero cantastorie di fatti più
grandi di lui, non è riuscito ad esprimere il massimo dell'autocoscienza borghese, incline come
è a sbavature reazionarie. Tuttavia sarà apparso evidente ai nostri ideologi come un simile
articolo, correttamente interpretato, risulti per un sincero rivoluzionario di conforto per il
suo avvenire; di giusto incitamento a compiere sempre peggiori nefandezze, di grande utilità
per le sagaci indicazioni e gli esperti consigli. E' quanto speriamo sia anche per costoro.


INTERNAZIONALE SITUAZIONISTA
1972

16 apr 2009

non avvalersi

da michele santoro al direttore generale Rai Mauro Masi
Alla c.a.Prof. Mauro MASI
Direttore Generale RAI
e p.c.
Dott. Antonio Di Bella
Direttore TG3
Dott. Antonio MARANO
Direttore RAI DUE
Roma, 15 aprile 2009

Egregio Direttore, mi riferisco alla Sua di oggi contenente rilievi sull’ultima puntata del programma Anno Zero.Respingo gli addebiti che mi vengono mossi in quanto sono certo di aver esercitato con i miei collaboratori la professione di giornalista con grande correttezza.Inoltre faccio presente che alla mia redazione non sono pervenute richieste di rettifica o annunci di iniziative legali da parte di alcuno.Le ricordo come la stessa Rai abbia recentemente riconosciuto che l’autonomia del giornalista non può essere menomata, nemmeno dall’editore.Riguardo ai rilievi sui singoli servizi ribadisco che l’equilibrio di una trasmissione deve essere valutato nel suo complesso, nel generale contesto dell’informazione offerta dal servizio pubblico e valutando nel merito se ciò che si descrive o si narra sia vero o falso.Le nostre critiche alla mancata pianificazione dei soccorsi trovano ampia conferma nei giornali di tutto il mondo. Lo stesso Enzo Boschi, presente in trasmissione, presidente dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia, facente parte della Commissione Grandi rischi ed uno dei massimi esperti italiani in materia di eventi sismici e di Protezione Civile, ha più volte sottolineato: “Santoro ha ragione a fare questi rilievi”.Tutto ciò non sminuisce il comportamento straordinario dei soccorritori dopo che si è verificato il terremoto, comportamento che nessuno di noi ha mai messo in discussione e che siamo pronti a ribadire in tutte le circostanze.Mi lasci infine dire che la sua decisione di sospendere Vauro rappresenta una censura che produce una grave ferita per il nostro pubblico e per l’immagine della Rai. La invito a soprassedervi.Con i migliori saluti.
Michele Santoro

regime

Norma Rangeri
Colpire Santoroper punirne altri cento


Ci sono cose che non si possono dire, equilibri che non si devono modificare. La libertà di informazione è un bene sancito dalla Costituzione formale, ma sfigurato da quella berlusconiana. Lo dimostra il virulento attacco che la politica, nei suoi massimi rappresentanti istituzionali e di governo, ha sferrato contro la puntata di Anno Zero sul terremoto in Abruzzo. Per la sua natura strumentale e preventiva.
Chiunque abbia visto la trasmissione incriminata sa che la critica di Santoro alla Protezione Civile è stata circostanziata e testimoniata. Che la struttura di Bertolaso non avesse predisposto un piano di emergenza nella regione colpita, è evidente. Nessuna esercitazione, nessuno in Prefettura pronto a intervenire. Otto ore dopo la tragedia, alle 11,30 del mattino successivo alla grande scossa, i medici dell’ospedale non avevano ricevuto aiuto, e alle 6 del mattino non c’erano ambulanze disponibili. Sono i fatti testimoniati dai primari intervistati dagli inviati di Anno Zero e confermati dal sismologo più accreditato Boschi. Peccato che nessun telegiornale li avesse notati, e che solo i cronisti di alcuni giornali li avessero denunciati. Sensatamente, Emma Bonino, che non figura tra i filosantoriani, si chiede «Che cosa si contesta, visto che la libertà di espressione ha un solo limite: la falsità. E per questo c’è la magistratura».
La patente strumentalità delle accuse si lega alla necessità di prevenire, come insegna la strategia dell’editto bulgaro, qualunque forma di dissenso e di critica all’operato del governo da parte degli organi di informazione controllati dal premier. E’ un avvertimento per tutti i giornalisti Rai, è un preambolo al prossimo organigramma, alle nuove nomine con cui si sta mettendo a punto la task-force che gestirà la comunicazione del servizio pubblico. Colpire Santoro per educare tutti gli altri. Il consenso è una merce delicata, va prodotta, distribuita e difesa senza fare prigionieri.
In questa replica dell’editto berlusconiano, a differenza di sette anni fa, il clima politico del paese è cambiato, il centrodestra è diventato un partito unico che marcia compatto a difesa del monopolio dell’informazione. Il presidente della Camera si stringe al fianco del presidente del Consiglio, e i caporali (da Cicchitto a Gasparri) seguono. Tutti uniti contro l’anomalia della libertà di espressione e di informazione, consapevoli che incrinare la sfera del potere mediatico potrebbe riverberare su quel che resta dell’opinione pubblica. Con il rischio remoto di svegliare dal letargo il Pd, immediatamente disinnescato dall’abbraccio nazionale attorno ai morti. A dir la verità, la voce del democratico Merlo, vicepresidente della commissione di vigilanza, si è levata, ma per attaccare Santoro («incredibile trasmissione») e chiedere ai vertici Rai di riportarlo in riga. Più cauto e attento il presidente Zavoli. All’unisono i capi di viale Mazzini, il presidente Garimberti e il direttore generale Masi, hanno promesso di aprire un’inchiesta.
Del resto la prateria italiana in cui Berlusconi galoppa è un paesaggio spianato dall’assenza di leader e di partiti capaci di ostacolarne l’egemonia culturale e la presa proprietaria stabilmente incardinata sul conflitto d’interessi. Che ancora possano alzare la voce giornalisti, giornali, forze sociali e sindacali è un’eccezione alla regola.