29 set 2009

73 ANNI RUBATI AL GOVERNO

Tanti auguri a noi tutti

di Concita De Gregorio

Nel giorno del compleanno del premier (73) abbiamo pensato di farci un regalo, anzi due: di farli a voi. Il primo è la raccolta dei primi otto numeri della Silvio Story, la vera storia delle origini della fortuna e del successo di quest'uomo che «si è fatto da solo», come sempre dice, non senza - tuttavia - qualche aiutino.
Al collega di Le Monde che ci chiedeva come mai abbia avuto tanto successo in edicola questa storia a puntate e perché ce ne sia bisogno abbiamo risposto che la memoria è diventata un bene evanescente (disprezzato, spesso: antimoderno), che ci si dimentica della settimana scorsa figurarsi del ‘73, che l'eterno presente a cui la costante esibizione di sciocchezze ci costringe impedisce di pensare, di ricordare, di tenere a mente le origini della storia. Che non è vero che chiunque abbia talento in questo paese può fare fortuna, al contrario. È vero che la spregiudicatezza e il malaffare hanno costituito le fortune di chi oggi impedisce agli italiani che non partecipano al Monopoli del Sultano di avere la minima chance di campare con decenza. Che i soldi - fatti come, lo si spiega - in trent'anni hanno vinto sul resto. Ma è una vittoria che non lascia eredi poiché si basa sulle fortune - sull'impunità, sullo strapotere - di uno solo: come tutti mortale, l'età che avanza lo ricorda, come tutti destinato a passare. Conviene dunque cominciare a ripassare fin d'ora come questa storia sia iniziata e studiare come a scuola gli errori da evitare in futuro: a destra come a sinistra. Di errori, nei decenni, è disseminato il cammino compiuto fin qui: equamente distribuiti, quelli sì ed è l'unica equità visibile.
Il secondo regalo è la libertà di dire una cosa semplice ma tabù: alle ragazze di vent'anni non piace questo coetaneo del nonno per le sue doti naturali. Lo frequentano perché è potente e può dare qualcosa in cambio. Di solito lo fa. Il paese si sta adeguando rapidamente a considerare la prostituzione - non solo fisica, la prostituzione di chi si mette al servizio di chi paga - come la principale forma di sopravvivenza in epoca di stenti. Anche la moda lo fa. Due giornali come il Financial Times e l'Herald Tribune hanno segnalato ieri, all'unisono, come la moda italiana sia sia piegata allo stile "delle infauste feste di Berlusconi". Velina style. Trasparenze e guepiere da ragazza-immagine in attesa di candidatura. Difendiamoci: le ragazze, noi stessi, l'Italia e persino il made in Italy. Ribelliamoci. L'Italia è piena di donne magnifiche capaci di fare film, scrivere libri e riparare motori, di scendere in fondo al mare a recuperare relitti e studiare le stelle, di crescere figli e insegnare a scuola, di sopportare gli stenti senza perdere la dignità, di tenersi in faccia la propria faccia senza volere quella che cancella il tempo, di credere che il tempo sulla faccia sia una medaglia, invece, segno prezioso della propria storia. Chiediamo silenzio a chi non dà voce, lavoro a chi non lo paga: non un marito miliardario, no, nè una carta di credito per fare shopping. Non è questo che vogliono le donne. Le veline non hanno colpa se non quella di non vedere alternativa. Mostriamogliela. Ribelliamoci subito, a partire dal suo compleanno e per sempre.

fonte www.unita.it

28 set 2009

SPAGNA!

Da lunedì basterà andare in farmacia e pagare 18,76 euro per avere la pillola «del giorno dopo», senza alcuna ricetta. Non siamo in Italia però, ma in Spagna. La decisione è stata annunciata ieri dalla ministra alla salute Trinidad Jimenez, al termine di un consiglio dei ministri straordinari in cui il governo ha varato anche l'attesa riforma della legge sull'aborto.
La decisione sulla pillola del giorno dopo ha l'obiettivo di diminuire il numero di aborti, soprattutto tra le adolescenti. Nel 2007, secondo il ministero, 10.600 le minorenni rimaste incinte di cui 6.273 avevano deciso di abortire, 500 di queste con meno di 15 anni (su un totale di 112.138 aborti volontari).
Cambiano le regole anche per la legge sull'aborto, con un progetto di riforma varato sempre ieri con l'obiettivo di modificare il testo approvato nell'ormai lontano 1985. Il testo deve passare al vaglio dei due rami del parlamento, poi, una volta approvato, l'aborto verrà completamente depenalizzato entro le 14 settimane, si potrà interrompere la gravidanza entro le 22 in caso di problemi al feto e di gravi rischi per la salute fisica e psicologica della donna. La legge abbassa inoltre l'età legale per prendere la decisione autonomamente da 18 a 16 anni. «Diritti, garanzie e rispetto sono le chiavi della nuova legge», ha affermato, presentando il testo, la vicepremier Maria Teresa Fernandez de la Vega. Viene potenziato anche il lato della prevenzione, perché «l'obiettivo del governo è prevenire le gravidanze non desiderate e che nessuna donna si debba trovare di fronte alla durissima decisione di abortire».
Inevitabili le critiche. L'associazione femminista Donne di fronte al Congresso, definisce «intollerabile» il limite di 22 settimane per intervenire in caso di rischi per la salute della donna, un tetto che non esiste nella legislazione attuale. L'Associazione della cliniche che effettuano l'operazione, considera invece «arretrato» il limite delle 14 settimane e i «3 giorni di riflessione» previsti prima dell'intervento.
La battaglia è però attesa da destra. Il Partido popular ha promesso guerra in parlamento, soprattutto per la riduzione a 16 anni della maggior età per decidere. Durissimo l'ultra-conservatore Foro de la Famiglia: «Una legge profondamente ingiusta, un passo indietro nel diritto alla vita". I movimenti per la vita, sostenuti dalla chiesa, si sono dati appuntamento per il 17 ottobre a Madrid per una grande manifestazione di protesta.

fonte ilmanifesto.it
di Alberto D'Argenzio

24 set 2009

L'ORA DEGLI APPELLI

«Le inchieste sul G8 non sono state rigorose, né approfondite. Tantomeno imparziali. Non si è fatta chiarezza sulla responsabilità di chi doveva gestire le operazioni di polizia e mantenere l´ordine». La Corte Europea dei Diritti dell´Uomo ha richiamato la giustizia italiana, esprimendo un inequivocabile e imbarazzante giudizio sui fatti del luglio 2001. Perché giustizia non è stata fatta, dicono a Strasburgo. Non ancora. La magistratura non giudica delle scelte politiche, precisa la giuria internazionale. Ma dovrebbe concentrarsi sui doveri di chi - in quei giorni, e su diversi livelli - comandava le truppe. I vertici delle forze dell´ordine, i cosiddetti superpoliziotti: protagonisti neppure sfiorati dalle sentenze di primo grado.Alla vigilia di una nuova stagione giudiziaria per i fatti del G8, la sentenza emessa lo scorso mese a Strasburgo pesa come un macigno. La Corte Europea, riconoscendo che il carabiniere Mario Placanica uccise Carlo Giuliani per legittima difesa, ha fatto una serie di precise affermazioni. Parole in un primo tempo passate in secondo piano, forse perché l´emozione per il giudizio sull´omicidio di piazza Alimonda era troppo forte. Ma che a partire dai prossimi giorni potrebbero giocare un ruolo decisivo nei processi d´appello. I tre maxi-procedimenti del G8 stanno per riprendere.Il 2 ottobre tocca per primo al dibattimento che vede imputati 25 presunti Black Bloc, le Tute Nere italiane accusate di aver devastato e saccheggiato la città di Genova, condannate complessivamente ad oltre un secolo di prigione e con pene singole equivalenti in alcuni casi a quelle che nei nostri tribunali vengono comminate agli assassini (11 anni di reclusione per Marina Cugnaschi, 10 anni e 6 mesi per Vincenzo Vecchi e Francesco Puglisi). Parleranno alcuni difensori, quindi la seconda sezione del tribunale (Maria Rosaria D´Angelo, Paolo Gallizia, Massimo Cappello) si ritirerà in camera di consiglio: la sentenza potrebbe arrivare nella stessa giornata di venerdì, anche se è presumibile che si dovrà attendere la settimana successiva.Sempre il 2 ottobre riprende l´udienza nel procedimento contro Gianni De Gennaro, l´ex capo della polizia ora al vertice del Dipartimento per le Informazioni sulla Sicurezza, accusato di induzione e istigazione alla falsa testimonianza. La procura ha chiesto due anni di reclusione per il superpoliziotto, che avrebbe convinto l´ex questore Francesco Colucci a mentire su alcune fasi del blitz alla scuola Diaz. Un anno e quattro mesi è la richiesta per Spartaco Mortola, già numero uno della Digos. I due hanno chiesto il rito abbreviato a differenza di Colucci, che sarà giudicato con l´ordinaria scansione.Il 20 ottobre comincia l´appello del processo per i soprusi e le violenze nella caserma di Bolzaneto. La sezione del tribunale è la stessa che un paio di settimane prima deciderà dei Black. Gli imputati - tra funzionari di polizia, agenti, carabinieri, generali e guardie, ufficiali dell´Arma, medici - sono 44. Il verdetto del luglio 2008 fu per molti versi sorprendente: 15 condanne per 23 anni e 9 mesi complessivi di reclusione, meno di un terzo di quanto chiesto dai pm. Sul procedimento è calata la coltre nera della prescrizione, resta da vedere chi per primo la tirerà in ballo in aula.Il 28 ottobre è invece il giorno dell´appello per l´arresto illegale e il pestaggio davanti alla questura di un adolescente preso a calci in faccia. Un episodio che al vicequestore Alessandro Perugini è costato una condanna a 2 anni e 3 mesi di reclusione.A breve sarà infine fissata la prima udienza per l´appello relativo all´assalto della scuola Diaz, una delle pagine più nere nella storia della Polizia di Stato. Una pagina che la giustizia italiana, forte di quelle parole provenienti da Strasburgo, potrebbe un giorno riscrivere.

fonte la Repubblica

23 set 2009















sto iniziando a pensare che la mia tv sia rotta o che qualcuno viva abusivo nel mio salotto

NELLE NOVANTASEI CASE CONSEGNATE AI TERREMOTATI C'ERA LO CHAMPAGNE E I PASTICCINI, COME NELLA CASA DEL GRANDE FRATELLO

22 set 2009


Scontro islamici - Santanchè
Tafferugli, ieri a Milano, in occasione della festa della Rottura del digiuno (‘Id al Fitr) organizzata dall’Istituto Islamico di Milano. I contendenti erano un gruppo guidato da Daniela Santanchè, impegnata in un’iniziativa anti-burqa, e un altro composto da fedeli musulmani: la prima lamenta di essere stata colpita con un pugno, i secondi smentiscono, parlano di “provocazione” e minacciano una querela per “turbativa di funzione religiosa”.
fonte uaar

Il tar del Lazio boccia Sacconi

TAGLIO MEDIO
di Eleonora Martini
ELUANA ENGLARO Il Tar del Lazio boccia Sacconi: «Libertà di cura»«I pazienti in stato vegetativo permanente, che non sono in grado di esprimere la propria volontà sulle cure loro praticate o da praticare», «non devono in ogni caso essere discriminati rispetto agli altri pazienti in grado di esprimere il proprio consenso». E «possono, nel caso in cui loro volontà sia stata ricostruita, evitare la pratica di determinate cure mediche nei loro confronti». Non potevano essere più chiare le motivazioni - rese note ieri - della sentenza con la quale il Tar del Lazio boccia la direttiva emessa nel dicembre 2008 dal ministro del welfare Maurizio Sacconi che imponeva alle regioni e alle Asl di non permettere in nessun caso la sospensione dell'alimentazione e dell'idratazione forzata in pazienti in stato vegetativo permanente, cercando così di evitare che si compisse la volontà di Eluana Englaro, morta poi il 9 febbraio 2009 nella clinica "La Quiete" di Udine. Come già fece il Tar della Lombardia, insomma, viene sancito ancora una volta il diritto costituzionale alla libertà di cura: nessuno può essere nutrito o idratato contro la propria volontà. E infatti i giudici della III sezione quater, presieduta da Mario Di Giuseppe, nella sentenza emessa sul ricorso del "Movimento di difesa del cittadino" contro l'iniziativa di Sacconi, puntualizzano che il paziente «vanta una pretesa costituzionalmente qualificata di essere curato nei termini in cui egli stesso desideri, spettando solo a lui decidere a quale terapia sottoporsi». Quindi anche la libertà di morire di morte naturale è un «diritto costituzionale quale è quello della libertà personale che l'art. 13 qualifica come inviolabile». Una sentenza che risulta indigeribile ai pro-life del Pdl proprio mentre alla Camera si prepara l'ultima battaglia sul testamento biologico. Anche se ieri dal centrodestra si è udita qualche voce laica in più. Ma il ministro Sacconi, invece, non ci sta e rilancia la sua proposta di una «leggina Englaro» da approvare prima che il parlamento concluda l'iter del ddl Calabrò. Al momento però nemmeno la commissione Affari sociali ha un testo scritto con il quale confrontarsi.


fonte: il manifesto

madonna con hitler


«Anche Hitler era figlio di Dio e il mostro è potenzialmente in tutti noi». Ecco come il pittore Giuseppe Veneziano ha spiegato la sua decisione di dipingere un quadro (nella foto a destra) che ritrae il Führer bambino in braccio a una Madonna simile a quelle dipinte da Raffaello, soprattutto la “Piccola Madonna Cowper” del 1505 conservata alla National Gallery of Art di Washington.

La “Madonna del Terzo Reich”, esposta ieri in una galleria all’interno della fiera “ArtVerona”, sarebbe ispirata alla crisi religiosa dei nostri tempi, e ha dato vita a uno scandalo che ha portato fortuna all’autore. In serata, infatti, il dipinto era già stato venduto a un collezionista che ha preferito rimanere anonimo e ha portato immediatamente via la tela in modo da disinnescare le polemiche.

La giornata si era aperta con le dichiarazioni di fuoco del rabbino di Verona, Crescenzo Piattelli, che aveva dichiarato al Corriere del Veneto di considerare l’opera «blasfema». «Offende profondamente i cristiani», aveva aggiunto, «ma anche gli ebrei visto l’impiego che si fa dell’immagine di Hitler». Mentre la Curia aveva chiesto di circondare il quadro di «disinteresse e silenzio» e il sindaco Flavio Tosi attaccava: «Se dipendesse da me, farei coprire quel dipinto. L’autore ha esattamente ottenuto il risultato che si era prefisso, cercando provocatoriamente pubblicità proprio attraverso l’offesa alla religione cristiana».

In difesa di Veneziano era sceso in campo il critico Ivan Quaroni, che aveva spiegato sempre al Corriere del Veneto come «l’iconografia nazista è sempre stata usata e lo sarà ancora, proprio perché disturba. In quanto simbolo assoluto del Male, crea un forte stridore con ciò che rappresenta il suo opposto. Ma non credo che sia una tela offensiva: il suo valore sta nella sensazione di spaesamento che crea questo accostamento tra due opposti».

Dalla parte dell’artista anche Massimo Simonetti, direttore artistico della manifestazione, perché «non è il nostro ruolo ritirare un’opera e prendere posizione su ciò che artisti e galleristi presentano, non ritenendo automaticamente blasfema e quindi condannabile ogni tipo di espressione che contenga simboli religiosi o politici».

Veneziano non è nuovo a queste provocazioni. Anni fa fece scandalo dipingendo una Madonna con ai suoi piedi due supereroi al posto di San Giovanni e di Gesù, e raffigurando un’orgia che aveva come protagonisti Berlusconi, Mussolini e Hitler.

È già successo che l’uso di simboli nazisti susciti forti critiche. Negli anni passati, per esempio, grandi polemiche avevano accompagnato anche le fioriere a forma di svastica di Giovanni Morbin e l’Hitler inginocchiato in preghiera di Maurizio Cattelan.

Fonte: Libero

20 set 2009

LE RONDE NERE SONO ARRIVATE


Un saluto nostalgico doc: braccio destro alzato con tre dita aperte, come le Ss impegnate nel giuramento sulla bandiera ai tempi di un certo Adolf Hitler. Poi, tanto per non farsi notare, camicia color ocra, pantaloni neri stemma tricolore e un'aquila con la sigla Spqr appuntata al petto. Si sono presentati così a piazza della Repubblica gli improbabili volontari della Guardia Nazionale, peggio noti come "Ronde nere" dell'Msi-Dn. Il sindaco di Roma Gianni Alemanno aveva annunciato che le Ronde nere a Roma non avrebbero avuto spazio.In sei si sono radunati davanti all'Hotel Exedra: quattro uomini e due donne, per poi fare «un giro in via Nazionale». Sono partiti da piazza dei Cinquecento «per un'azione dimostrativa», spiega la presidente dell'Msi-Dn Maria Antonietta Cannizzaro che aggiunge: «Non abbiamo mai avuto camicie nere». «Faremo ronde anche in periferia, ma aspettiamo disposizioni da parte dei sindaci, anche da Alemanno, per sapere dove farle» ha concluso. Con lei anche uno dei promotori delle ronde, il presidente del Partito Nazionalista Italiano Gaetano Saia. Le ronde nere erano già state presentate a Milano. Le procure di Milano e Torino avevano avviato indagini, mentre il ministro Maroni il 15 giugno le aveva definite impossibili e il sindaco Alemanno aveva parlato di «cosa indecorosa e vergognosa».«Non andremo in centro ma in periferia, dove regna il degrado. Alemanno ci dica dove», ha detto il presidente dell'Msi-Movimento Destra Nazionale, Maria Antonietta Cannizzaro, durante lo show in via Nazionale. «Alemanno disse che noi non dovevamo venire a Roma e invece ci siamo, siamo a piazza della Repubblica e nei prossimi mesi saremo in tutte le periferie romane a portare la sicurezza», spiega Cannizzaro che ha riferito: «a breve il presidente della Guardia Nazionale Maurizio Correnti si metterà d'accordo con tutti i sindaci e quindi anche con Alemanno sui posti dove dovremo andare. Ovviamente non sarà in centro dove ci sono tante forze dell'ordine a garantire la sicurezza ma nelle periferie, dove regna il degrado, la paura e gli stupri. Faremo turni di tre persone al massimo - aggiunge Cannizzaro - perché la legge non ci consente di essere di più, ma già da ora siamo tantissimi e scenderemo in campo probabilmente ad ottobre».Gianluca Peciola, coordinatore della Sinistra alla Provincia, ha organizzato una «carnevalata per accogliere le ronde nere». Così ha lanciato coriandoli e stelle filanti al gruppo in maschera durante il loro giro da piazza della Repubblica a via Nazionale. Il consigliere ha seguito gli aspiranti organizzatori delle ronde romane, irridendoli durante parte del tragitto e poi ha spiegato: «Ho chiamato la polizia chiedendo di far cessare questa pagliacciata. Questi signori vanno accolti come meritano, con sarcasmo e azioni carnevalesche da parte dei cittadini romani ma l'intento politico è pericoloso. Chiedo al sindaco di negare ogni permesso ad iniziative come questa, che sono il frutto avvelenato del 'pacchetto sicurezzà e in cui intravedo gli estremi del reato di ricostituzione del partito fascista». I volontari dela Guardia Nazionale hanno interrotto dopo breve la loro prima uscita pubblica e si sono dispersi a metà strada di via Nazionale lanciando un ultimo appuntamento: «Questa e stata solo una piccola uscita dimostrativa ma le prossime iniziative saranno molto più grandi».Morassut: Alemanno dia un segnale, rimuova Andrini. «Ora basta! Non va sottovalutata l'iniziativa delle cosiddette Ronde Nere - ha detto Roberto Morassut, segretario del Pd Lazio - Il Sindaco deve dare un segnale netto e inequivocabile nei confronti di queste degenerazioni di destra estrema rompendo ogni equivoco che possa far sentire certi gruppi tollerati o addirittura protetti. Cominci dalla sostituzione di Andrini e dica un chiaro no alla richiesta di finanziamento a Casa Pound avanzata da La Destra di Storace».«Chiedo ufficialmente al Prefetto e al Questore di intervenire immediatamente per evitare che la nostra città venga segnata dalle vergognosa pagliacciata delle ronde nere - dice in una nota il sindaco Gianni Alemanno - Esiste un ben preciso regolamento emanato dal Ministero degli Interni che proibisce le strumentalizzazioni politiche dell'istituto degli Osservatori volontari per la sicurezza, introdotto dal pacchetto sicurezza del Governo. Inoltre questa attività può essere avviata in città solo su specifica richiesta del Sindaco, richiesta che io ancora non ho avanzato al Prefetto di Roma. Per questi motivi, è evidente che il gruppetto di provocatori che ha dato vita alla sceneggiata coordinata da Gaetano Saia stia operando chiaramente fuori dalla legge e deve essere perseguito. Ci deve essere una reazione immediata per evitare provocazioni e strumentalizzazioni da ogni parte politica contro il pacchetto sicurezza proposto dal ministro Maroni e approvato dal Parlamento».Udc: insufficiente la presa di distanza di Alemanno. Secondo il capogruppo Udc in Campidoglio, Alessandro Onorato, «la sfilata dimostrativa della Guardia Nazionale è l'ennesimo campanello d'allarme sul tema delle ronde. La divisa color ocra, lo stemma tricolore, l'aquila con la sigla Spqr e i saluti del legionario rendono inequivocabili i riferimenti ideologici dei sedicenti componenti della ronda nera. Non è dunque stato sufficiente che il sindaco Alemanno abbia preso le distanze dalla Guardia Nazionale per far desistere tali esaltati dall'intenzione di voler svolgere un ruolo di polizia parallela. Vorrei far riflettere il primo cittadino di Roma sul problema delle ronde e sul fatto che generano anche questo tipo di fenomeni. Mi auguro che, laddove previsto dalla legge, il Comune di Roma intraprenda le dovute iniziative legali verso chi si arroga il diritto di presentarsi con una divisa nella quale è ben visibile il logo Spqr, ledendo il tal modo l'immagine della città, un'immagine fatta di pace, integrazione e cultura. Chiedo infine al ministro dell'Interno, al Prefetto e alle forze dell'ordine di intervenire affinché simili pagliacciate, che gettano un'onta sulla città di Roma, non si ripetano più».

16 set 2009

SANTO SUBITO


«Amatevi e pensate serenamente al futuro». Ecumenico Silvio Berlusconi, e insolitamente composto, ieri mattina, tra le gente di Onna che lo circondava tra l’Albero della memoria e l’asilo dedicato a Giulia Carnevale. Lo “spottone”, in realtà, il Premier lo rinviava al Porta a Porta della prima serata tv. «Entro settembre non ci saranno più tendopoli – prometteva a Bruno Vespa – Entro la fine dell’anno circa 30mila persone entreranno nelle nuove case».

Bertolaso, collegato dall’Aquila, si manteneva cauto. Ma il Presidente del Consiglio non si scomponeva e, mettendo da parte la consegna “del governo del fare” - glielo avevano consigliato, invano, per esorcizzare escort e veline - se la prendeva, manco a dirlo, con l’opposizione. Con la minoranza catto-comunista, con l’atteggiamento «delinquenziale» di chi gli imputa davanti al mondo il conflitto d’interessi e con chi – anche in Rai – lo addita come «il male» assoluto. Troppi «farabutti», quindi, nella politica e nell’informazione. D’Alema? «Vetero-comunista e stalinista». Fini? Se non c’era in passato forza più democratica di Forza Italia, non si comprende perché non sia più così «con l’apporto di altri partiti». Non ci sono «problemi da parte mia» - sottolinea Berlusconi – mentre il Presidente della Camera è un «professionista della politica», che fa chiacchiere, e con lui «c’è una visione diversa del partito».

Un fuoco di fila, quindi, con il terremoto che scompare presto dall’orizzonte del Premier. E dire che, poco prima, aveva descritto le case di Onna come «nidi d’amore». Poco loquace, al contrario, ieri mattina, il capo del governo. La presidente della Provincia, Stefania Pezzopane, con una lettera aperta, lo aveva esortato alla sobrietà, a mettere da parte – cioè – i brindisi e le torte per festeggiare i prefabbricati. Perché l’Abruzzo, con le sue vittime, i suoi disoccupati, e le ferite dei crolli, è stremato e non merita gli spot della politica. La consegna di 93 “moduli abitativi”, tra l’altro, è solo l’inizio, una goccia nel mare con decine di migliaia di sfollati. Anche perché, mentre si comprende la soddisfazione degli abitanti di Onna («grazie Silvio»), è palpabile la rabbia dei più che affollano le tendopoli e che, ieri, si è fatta sentire in modo appena trattenuto. «Dove andremo a settembre? No alla deportazione», chiedeva lo striscione di Tempera. «Una sola grande opera, ricostruire L’Aquila», esortava un altro cartello. «Case, case», scandivano altri al passaggio del premier.

«Era una promessa ardita ma l’abbiamo mantenuta», spiegava a Onna il Cavaliere, indicando i prefabbricati dove entro sabato alloggeranno gli sfollati. Non avrebbe detto granché Berlusconi prima e dopo la cerimonia della consegna delle chiavi. In attesa, cioè, del Porta a Porta serale confezionato per totalizzare audience, complice l’oscuramento di Ballarò e Matrix. Bruno Vespa, ieri, seguiva passo passo il Cavaliere in Abruzzo. Unico, tra i giornalisti, ammesso a visitare, insieme al premier, il villaggio di Bazzano: 700 appartamenti da consegnare entro il mese. La sua macchina in corteo, dopo quella di Berlusconi. «Lui è abruzzese – giustificavano dallo staff – e Porta a Porta ha dato un contributo anche per i fondi di Onna». Quei prefabbricati? «Non c’entrano col progetto case del governo - ricordava Giovanni Lolli del Pd - Sono stati finanziati dalla Croce rossa, realizzati dalla provincia di Trento e urbanizzati dal Comune dell’Aquila». Durante la cerimonia Berlusconi aveva lasciato il microfono a Guido Bertolaso; al giornalista del “Centro”, Giustino Parisse, che ha perso nel sisma due figli e il padre; alla madre di Giulia Carnevale, la studentessa d’ingegneria, vittima del terremoto, che conservava nel cassetto il progetto dell’asilo; a monsignor Giuseppe Molinari, Vescovo dell’Aquila, e al suo monito sugli «abruzzesi stanchi delle chiacchiere sterili e della politica dell’odio».

A Onna era apparso, a tratti, perfino commosso il Cavaliere. Dentro l’asilo, soprattutto mentre prendeva in braccio i bambini. Una promessa al sindaco Cialente: «L’Aquila risorgerà». Perché qui la richiesta è «tornare a passeggiare tra le vie dei nostri antichi paesi», mentre il terrore - a dispetto delle promesse - è una vita tra tende, alberghi e prefabbricati. Perfino nei 94 alloggi di Onna. «Sono case dotate di tutto - si inorgogliva il premier - C’è anche il sapone, la carne e le coperte... ». E poi il record, 5 mesi per la consegna. «Nancy Pelosi, capo dei democratici americani, ha detto che mai in America ci sarebbero riusciti». Alla fine un pensiero sulla libertà di stampa: «È in pericolo? Parlarne è ridicolo».

fonte unita.it
di Ninni Andriolo

una purulenta mescolanza di sudditanza, disservizio e falsa coscienza

Il Volontariato e il nuovo Welfare (Guido Contessa)

Affrontare questo tema è non solo un sintomo della maturità di questo cruciale comparto della società ma è anche un ineludibile passaggio per la dignità e la libertà dei volontari. Poiché il tema viene proposto da una persona tanto credibile quanto interna al volontariato, credo che anche il contributo di chi, come il sottoscritto, è solo un ricercatore e un formatore possa oggi essere ascoltato. La premessa al mio discorso, perché non venga frainteso , è di profonda stima del Volontariato, come risorsa indispensabile e come diritto di libertà civile, e la consapevolezza che, nel quadro che propongo, esistono eccezioni serie e nobili.

Quello che si è verificato in questi oltre venti anni di Volontariato organizzato deve ricevere la massima gratitudine di tutti, ma non può essere esente dalla analisi critica. Critica teorica, astratta forse (di fronte alla sofferenza quotidiana), ma non sempre inutile. Il Volontariato reale, cioè non quello dei Convegni e dei leaders, solitamente molto avanzati nelle enunciazioni, ha in due decenni avuto tre precisi limiti, oltre agli indiscutibili meriti Esso infatti :

ha vicariato lo Stato e le Istituzioni
ha creato una ambigua confusione fra Volontariato e privato-sociale
ha dequalificato le professioni sociali
ha creato una sacca larghissima di precariato giovanile
Il vicariamento.
Uno Stato del Benessere, sia pure nella italica accezione di Assistenziale, dovrebbe occuparsi di fornire ai cittadini i Servizi essenziali di risposta ai bisogni primari (fisiologici e di sicurezza) e secondari (di socialità, autonomia e autorealizzazione). La risposta può essere diretta o indiretta, cioè delegata al privato sociale, profit o no, ma deve essere di Qualità. La fornitura dei Servizi essenziali non esclude la qualità dello Stato e delle Istituzioni in quanto sistemi, che ne è la necessaria precondizione. In una simile situazione il Volontariato ha diversi compiti integrativi: occuparsi di quelle aree di frontiera che non sono ancora recepite dallo Stato (20 anni fa la tossicodipendenza, oggi l’immigrazione, ecc.); fornire i servizi non ancora considerati strettamente necessari (come l’assistenza psicologica ai malati cronici o terminali, o il tempo libero degli handicappati); assumere la funzione di difensore civico dei soggetti più deboli (con varie forme di patronato); svolgere il ruolo di interlocutore e critico e stimolatore per la qualità e l’allargamento dell’intervento pubblico nel settore dei bisogni sociali.

In concreto però lo Stato in questi 20 anni ha dato elemosine invece che Servizi di qualità, non ha mai funzionato come sistema integrato, ed ha chiesto in cambio solo segregazione e pace sociale. La prova di questa asserzione, che può sembrare pessimistica, si trova nelle comunità terapeutiche, negli Assessorati comunali, nei programmi socio-culturali che operano in modo isolato, poco qualificato, per nulla integrato anzi competitivo, e con una pressante richiesta di anestesia culturale. Di fronte a questa realtà il Volontariato, certo in buona fede e sotto la spinta di un disagio che lo Stato non affrontava, ha accettato di continuare ad occuparsi di settori tradizionali (oggi lo sono i Servizi per tossicodipendenti, per anziani, per handicappati). E questa accettazione non è stata accompagnata da una progressiva istituzionalizzazione dei Servizi, con paghe sindacali, qualifiche professionali accertate, sistemi di controllo pubblico. Al contrario, il Volontariato ha accettato di farsi carico di settori cruciali dell’intervento pubblico, ma in condizioni di marginalità: rimborsi fuori dal mercato del lavoro, professionalizzazione debole, privatizzazione dei processi interni.

E’ eclatante la differenza con cui lo Stato cerca di rispondere ai bisogni sanitari ed ai bisogni socio-assistenziali.
Un malato che va in ospedale, sia pure con molti limiti e difetti, trova un infermiere diplomato ed un medico laureato, pagati secondo tariffe sindacali, e sottoposti al giudizio degli organi di controllo pubblico, degli organi amministrativi interni, degli Ordini professionali, della comunità territoriale. Un tossicodipendente che va in comunità (ma anche un handicappato o un anziano che entrano in un servizio del privato-sociale o volontariato) trova magari amore e buona volontà, ma incontra operatori raramente professionalizzati, spesso mal pagati, e sempre senza alcun controllo se non autoreferenziale. Lo Stato paga poco e male il Volontariato, ma non gli chiede null’altro che segregazione del disagio e pace sociale, e ottiene inoltre di scaricarsi la coscienza continuando a farsi chiamare Welfare. Il Volontariato viene umiliato, ma ottiene una nicchia politica e culturale di potere, sia pure a isole in competizione fra loro e finora utilizzato a scopi particolari (ideologici, personalistici, a volte partitici).

In questa situazione il Volontariato ha anche abdicato, il che è il male peggiore, alle sue due nobili funzioni di difensore civico e di interlocutore critico e stimolante verso le Istituzioni. E’ noto a tutti che, salvo le solite lodevoli eccezioni, il Volontariato ha accolto nel silenzio, quando non in una complicità attiva, le politiche sociali di tutti i governi nazionali e locali, di ogni colore, degli ultimi vent’anni. Molte politiche sociali del Governo o delle Amministrazioni locali sono state demenziali, scorrete o dannose, ma nessuna voce si è mai alzata a criticare. Tangenti, voti di scambio, scalate familistiche sono la regola nel Sociale ma nessun Ente del Volontariato o del privato-sociale ne ha mai fatto oggetto di denuncia. Il motivo di questa collusione è semplice: la politica ha "comprato" il consenso con danaro (peraltro poco danaro), cooptazione in Comitati vari, assenze di controlli.

2. La confusione.


Progressivamente si è creata nel Paese, con la complicità del Volontariato stesso e delle Istituzioni, una grande confusione fra Volontariato e privato-sociale. Il primo è frutto di azioni gratuite, svincolato da questioni economiche, ispirato al principio di libertà e di cittadinanza. Il secondo è una impresa privata, non profittevole, che opera nel settore sociale secondo i principi economici (non guadagna, ma deve retribuire il lavoro). Il Volontariato vero è l’associazionismo applicato al disagio (famiglie di tossicodipendenti, gruppi di auto-aiuto fra alcolisti, associazioni di ex-pazienti psichiatrici, ecc.). Il privato sociale non profit è assimilabile (in cosa è diverso?) all’impresa cooperativa classica, anch’essa non profit. In questa confusione, il Volontariato perde libertà e dignità; il privato-sociale perde lo statuto e l’autonomia di impresa. Lo Stato è l’unico a guadagnare, perché paga poco e male tutti, ma ne ottiene Servizi e consenso. Perché, per esempio, un appalto per una strada da affidare ad una cooperativa edilizia prevede un costo sindacale per i manovali, mentre un appalto per un Servizio Domiciliare di una cooperativa sociale prevede per gli operatori solo una "mancia" ?

3. La dequalificazione delle professioni.

L’asservimento allo Stato unito alla confusione fra Volontariato e impresa sociale hanno causato diversi problemi, non ultimo quello di una progressiva dequalificazione di tutte le professioni sociali. Il ricorso a ex-pazienti, a obiettori di coscienza e tirocinanti,in quanto tali (cioè senza un’apposita preparazione), nel ruolo di operatori; il riconoscimento a religiosi, non solo del ruolo classico di assistenti spirituali, ma di direttori e managers; l’uso, nel ruolo di formatori e supervisori, di operatori selezionati in base alla vicinanza ideologica prima che alla accertata competenza: tutto ciò ha rallentato o fermato un processo di qualificazione ed emancipazione delle professioni sociali,iniziato negli anni Settanta e potenzialmente capace di rendere il settore sociale non residuale o merginale. Per esempio, in Lombardia si può diventare Educatore di Comunità facendo l’Università (4-5 anni), oppure una Scuola professionale (3.000 ore), oppure facendo esperienza in una Comunità e poi frequentando un Corso a sanatoria di 1.500 ore: cosa ha a che fare questo con la Qualità? Senza contare poi le centinaia di Servizi nei quali uno passa in 5/6 anni da utente o obiettore a tirocinante a operatore precario e poi stabile, senza avere fatto un solo giorno di formazione.


Il precariato giovanile.

In questo turbinìo di Volontariato, Associazionismo, privato-sociale, Corsi FSE per l’autoimprenditorialità sociale e così via, nessuno sembra preoccuparsi del destino di legioni di giovani che vivono per anni in precariato. Senza stabilità né sicurezza, senza possibilità di carriera né verticale né orizzontale, senza un reddito che possa autonomizzarli, a costante contatto con disagi anche gravissimi, migliaia di giovani ogni giorno rischiano la salute mentale, ed nel prossimo futuro non potranno avere una famiglia, farsi una casa, cambiare lavoro o settore. Gli operatori professionali o volontari sono l’unica ricchezza del Sociale, l’unica prospettiva per i Soggetti a disagio, ma le politiche del lavoro sociale sono quanto di più retrivo, irresponsabile e pericoloso si possa immaginare. Nel nome della buona fede e della missione, gli operatori sociali vengono trattati in modi tanto arcaici e repressivi in un modo che nessuna impresa privata potrebbe permettersi.

Per concludere segnaliamo che i punti 2-3-4 sono il risultato del punto 1: una collusione politica fra lo Stato, che preferisce investire in rottamazione anziché nel Welfare, e Organizzazioni del Volontariato che hanno abdicato alle loro nobili funzioni di aggregazioni gratuite, critiche e di frontiera. Invece di anticipare la Qualità del futuro, il Volontariato ha inseguito la Quantità del passato. Invece di essere l’espressione di una libera cittadinanza è divenuto una forma di sudditanza funzionale. Alla fine di questa corsa, sulla soglia dell’Immaterialesimo, c’è da sperare che il Volontariato, insieme a tutte le altre aggregazioni sociali e immateriali, ritrovi le sue ragioni di fondo e si disponga ad assumere il ruolo di guida etica e civile che gli spetta



fonte: http://www.psicopolis.com/synaptica/notiziari/egeocon/fict.htm

15 set 2009

VAURO

AGENDA ROSSA



Manifestazione "Agenda Rossa"
Roma, sabato 26 settebre 2009 - ore 14
Il popolo della "agende rosse" scende in piazza a sostegno dei magistrati di Palermo e Caltanissetta


14 set 2009

SILENZIO, PARLA VESPA.

Doveva andare in onda martedì prossimo. Ma la Rai fa slittare la prima puntata di Ballarò per non oscurare Vespa, che per quella sera ha già preparato uno speciale di Porta a porta dedicato alla consegna delle prime case ai terremotati d'Abruzzo.

La decisione è stata presa per «valorizzare un momento importante per il paese», spiega Antonio Marano, vicedirettore generale che si affretta ad assicurare: «Per Ballarò non c'è alcun problema, Giustificaè solo uno spostamento che abbiamo ritenuto opportuno visto il tipo di evento e per non far sovrapporre due pòrogrammi di approfondimento».

Ma il conduttore di Ballarò non ci sta: «È un atto immotivato ai miei occhi, non riesco a comprenderne le ragioni. Avremmo potuto trattare gli stessi temi dello speciale di Raiuno, non vedo il motivo di sostituirci». «Abbiamo un inviato in Abruzzo da due settimane - spiega Floris -, e la cerimonia del 15 settembre era un avvenimento previsto da prima che presentassimo la trasmissione. Naturalmente poi avremmo parlato anche di altro, di attualità politica e di attualità economica. La prima puntata era stata inoltre presentata una settimana fa in una conferenza stampa tenuta alla presenza del capo ufficio stampa Rai». Per questo, conclude Floris, «sono dispiaciuto, certo, ed è dire poco. È come aver lavorato per mandare in stampa un giornale e vederne poi un altro in vendita nelle edicole. A tutti quelli che mi telefonano allarmati dico che mi auguro che sia solo un episodio sgradevole e grave, e che mi auguro che andremo in onda prima possibile dicendo tutto quello che abbiamo da dire».

E il Pd attacca: «La cancellazione voluta dalla direzione generale Rai della puntata di Ballarò è grave e inaccettabile». «La Rai blocca l'esordio stagionale di una trasmissione chiave nel palinsesto informativo per far spazio ad una trasmissione che si annuncia come celebrativa e 'spettacolare' tutta programmata a favore del premier», denuncia Vincenzo Vita, senatore del Pd e componente della commissione di Vigilanza sulla Rai. «Contro queste tentazioni di trasformare l'informazione e l'approfondimento in reality show - aggiunge - è ancora più importante partecipare in massa alla manifestazione di sabato 19 in favore della libertà e dell'autonomia dell'informazione promossa dalla Federazione della stampa e da tantissime associazioni».

fonte www.unita.it
13 settembre 2009

PROSSIMAMENTE . .



La nuova lettera di Michele Santoro ai vertici Rai

Al Direttore generale
p.c. al Direttore di Raidue

Gentile Direttore,
da più di una settimana i nostri spot giacciono presso gli “uffici competenti” e non vengono trasmessi. Nel frattempo sono diventati i più visti su Youtube in Italia e tra i primi dieci al mondo. Sempre su Youtube sono anche al primo posto per gradimento.
Ma forse a lei e al Direttore di RaiDue non piacciono. Perché? Intendete sostituirli? E con cosa e quando intendete farlo, visto che gli spot di altre trasmissioni sono in onda da mesi, mentre RaiDue non da’ notizia dell’inizio di Annozero previsto per il 24 settembre?
Resto in attesa di una risposta e invio cordiali saluti
Michele Santoro

da voglioscendere.ilcannocchiale.it

08 set 2009

LETTERA DAL CARCERE DI ORISTANO

I detenuti del carcere di oristano, impossibilitati a dialogare con la direzione, in quanto tutte le nostre forme di protesta pacifiche si sono rilevate inutili. Tutte le petizioni in cui si elencavano i numerosi problemi sono state brutalmente cestinate e chi si è reso portavoce e promotore di petizioni sono stati intimoriti e ricattati.Infatti lo scrivano di turno Dario, ammonito a non prestarsi a far circolare le istanze in cui si reclamavano i nostri diritti:

N°1 Ad oggi, nel carcere di Oristano, si trovano 114 detenuti, in una sistuazione di vita da terzo mondo. Siamo stippati come sardine, in una cella da 4 ci troviamo in 7 persone, circa 1 m quadro a testa, con tre brande che sfiorano il soffitto.Il bagno, non ci sono parole per descriverlo in che condizione versa.

N°2 Per lo più si rischia di morire asfissiati!Le celle sono munite di bocche di lupo, già da anni fuori legge, e se non bastasse questo, abbiamo giorno e notte il blindo chiuso a braccetto, con temperatura di 40° celsius. Il ricircolo d’aria non avviene a sufficenza e si rischia prorio di svenire.

N°3 La ditta appaltatrice per le forniture della spesa per i detenuti, ci deve aver scambiato per vecchi cassonetti della spazzatura, in quanto tutta la frutta e la verdura che ci viene rifilata e di pessiama qualità.

N°4 Ad oggi non è ancora stata fatta la disinfestazione, infatti l’istitituto è invaso da topi, blasse giganti che circolano liberamente nelle celle.

N°5 Gli scopini dei piani vengono pagati per 1 ora sola, e in quell’ora vengono puliti solo gli uffici della direzione.

N°6 La sala colloqui non è a norma di legge, spuntano chiodi dai banchi che spesso provocano lesioni a gli abiti e alla pelle dei detenuti e dei visitatori e per lo più è lercia.

N°7 Oggi per rippicca siamo stati minacciati dall’ispettore per la protesta di martedì 26 Agosto 2009,che consisteva nella battitura delle sbarre.Di fatti, questo pomeriggio, due detenuti: Corroda Giovanni e Maurizio leone, sono stati trasferiti d’urgenza, senza permettergli di prendere i loro indunmenti personali, ritenendoli ingiustamente promotori.vi preghiamo alla gentilissima Redazione di pubblicare questa nostra lettera di protesta


I DETENUTI DEL CARCERE DI ORISTANO

fonte osservatoriorepressione.org

07 set 2009

REPORT SENZA COPERTURA LEGALE

Il primo affondo lo aveva sferrato Giulio Tremonti, presentando un esposto per la puntata di Report del 5 aprile dedicata alla social card, nel corso della quale, secondo il ministro, erano stati lesi "i principi di completezza, correttezza e obiettività" dell'informazione. Tesi bocciata dall’Agcom che ha archiviato la denuncia del titolare del dicastero dell’economia sostenendo che "non si rilevano sconfinamenti del diritto di critica", poiché "la tecnica informativa tipica di Report è stata ritenuta legittima dal Tribunale civile di Roma". La seconda tappa dell’operazione silenzio spetterebbe ora alla stessa Rai, che – secondo il tam tam che circola in rete in queste ore – per bocca del direttore generale Masi avrebbe annunciato di non garantire più ai giornalisti della fortunata trasmissione di RaiTre condotta da Milena Gabanelli la copertura legale. Il che equivarrebbe a una chiusura quasi certa: gli inviati della trasmissione, da sempre attivi nel denunciare le illegalità e i soprusi che ci circondano, dovrebbero provvedere di tasca propria alle spese legali cui, da bravi reporter, vanno continuamente incontro. Di qui il lancio di una petizione subito diffusa su numerosi siti tra cui Facebook, per bloccare l’iniziativa della tv di Stato.I giornalisti di Report dedicano la propria esistenza a ricerche scrupolose: viaggiano in lungo e in largo per arrivare alla verità e rivelarla al pubblico a casa. Scoprono traffici loschi e furti che spesso avvengono sotto i nostri occhi. Smascherano impostori, sfruttatori e tutto questo per offrire un servizio alla gente. La Rai, invece, pur dovendo ancora risolvere la questione della direzione di Raitre ancora vacante, o anche quella di Annozero, programma minacciato di doppia conduzione "equa" (Santoro affiancato da un collega di destra) in nome della par condicio, avrebbe deciso di affrontare salomonicamente la questione, mettendo la popolare trasmissione nelle condizioni di chiudere.
07 settembre 2009

CASO LONZI

LIVORNO - C'era chi picchiava all'interno del carcere delle Sughere nel 2003, l'anno in cui Marcello Lonzi morì all'interno della sua cella in quel maledetto 11 luglio. E' questo quanto la magistratura al momento suppone, ripercorrendo le tappe e facendo luce su quella misteriosa morte tramite interrogatori e indagini. L'inchiesta sulla morte di "Marcellino", come era da tutti conosciuto, è stata riaperta dal sostituto procuratore Antonio Giaconi a tre anni dalla morte del detenuto. Era il 2006 quando il pm decise di riportare alla luce dall'archiviazione (per morte naturale ndr) il caso "Lonzi" con l'inchiesta "bis". Adesso le indagini stanno volgendo al termine e dopo un lungo periodo di investigazioni gli inquirenti hanno stretto il cerchio individuando chi all'interno del corpo di polizia penitenziaria, con mezzi un po' troppo pesanti avrebbe punito nei giorni precedenti alla sua morte Marcello Lonzi.

In sostanza "Marcellino", era stato preso a botte prima di quell'11 luglio del 2003 a causa dei suoi atteggiamenti poco in linea con le regole del carcere. Lonzi era un tossicodipendente che utilizzava spesso e volentieri i fornellini da campeggio per "sniffare" gas. Pratica che non veniva tollerata di certo da chi era addetto alla sorveglianza delle celle. E' quindi certo che nei giorni precedenti a quel tragico 11 luglio Marcello Lonzi avesse già passato alcuni giorni in isolamento e lì avrebbe subito percosse. La magistratura sarebbe riuscita a ricostruire tutto questo dando quindi un'altra chiave di lettura alle indagini in corso in via di conclusione. Il pm Antonio Giaconi sta ancora attendendo la terza perizia medico legale che dovrà arrivare sulla sua scrivania direttamente da Siena entro la fine del mese di settembre. Poi ancora qualche ultimo interrogatorio e infine la conclusione delle indagini prevista entro la fine dell'anno.
Adesso dunque mancherebbe soltanto da ricostruire per filo e per segno cosa accadde quel giorno per poter dimostrare che Marcello Lonzi subì delle percosse che lo portarono alla morte. Le perizie medico legali fino ad oggi analizzate dalla Procura hanno sempre dimostrato come Lonzi sia morto per un arresto cardiaco.

Adesso c'è da capire se qualche elemento esterno stressante (come ad esempio le percosse) abbia potuto determinare l'arresto del cuore del detenuto. Venerdì la madre di Lonzi, Maria Ciuffi, è stata ricevuta dal Procuratore della Repubblica Francesco De Leo, con il quale ha parlato dello stato delle indagini per circa un'ora. A dimostrazione del fatto di come la giustizia voglia dire ancora la sua in questa storia.

Giacomo Niccolini

tratto da Il Corriere di Livorno del 30 agosto 2009

fonte www.senzasoste.it

"IL FILM CHE CRITICA IL GOVERNO"

ACCORRETE AL CINEMA COMPAGNI

IL CONTO ALLA ROVESCIA


Chi e' piu' furbo

Dice un antico adagio che in Italia senza il Vaticano non si governa. Quando è ostile suonano campane a morto. Lo spiegava Gianni Letta qualche giorno fa ai suoi più giovani colleghi, gli anziani lo sanno benissimo. Lo diceva ieri su questo giornale Cirino Pomicino, l'antica scuola democristiana non lascia dubbi: quando la Chiesa volta le spalle comincia il conto alla rovescia. È accaduto a governi di ogni colore, è accaduto sempre. Non c'è dubbio che l'eliminazione di Boffo avvenuta per mano del giornale di Berlusconi - seppure funzionale ad una resa dei conti tutta interna alle gerarchie ecclesiastiche - segni un punto di non ritorno. Letta aveva lavorato a lungo, nei mesi estivi, per accorciare la distanza tra le due sponde del Tevere. Oggi, dopo gli stracci, la distanza è una voragine. Dunque: meno dieci, meno nove... Per il dopo Berlusconi vescovi e cardinali stanno lavorando alla ricostituzione di una nuova Dc: un nuovo centro, si chiami Rosa bianca o altro, capace di tenere insieme i cattolici in fuga da Berlusconi e quelli che non dovessero sentirsi più a loro agio nel Pd in caso di sconfitta del progetto Franceschini. L'ago della bilancia - il magnete della nuova Dc - sarebbe in questo caso Pierferdinando Casini, da tempo in sapiente equilibrio al Centro. A sinistra c'è chi pensa, Bersani tra questi, che si debba guardare in prospettiva ad alleanze strategiche con l'Udc. C'è anche chi osserva - Franceschini e Marino, in modo diversamente esplicito - che le articolazioni dell'Udc sul territorio, i dirigenti locali nelle regioni e nelle città non siano esattamente quello che si intende quando si parla di rinnovamento e di risanamento della classe politica. Il popolo della sinistra - forse, chissà - non gradirebbe: a Cosenza e a Tempio Pausania assai meno che a Roma. A destra intanto scalda i muscoli Gianfranco Fini proiettato verso un prestigioso avvenire. An sta lavorando a un progetto sul testamento biologico, per dire l'ultima, assai distante da quello degli alleati di governo. Più equilibrato, diciamo. E sull'immigrazione, e sulle donne, e sul lavoro: Fini si smarca. In prospettiva anche il partito di Fini (depurato dai berluscones) potrebbe essere un buon alleato del Nuovo centro. Quando c'è di mezzo il Vaticano - direbbe Andreotti - non conviene fare a chi è più furbo. Meno che mai se Berlusconi impalla l'orizzonte. Speriamo che chi sovrintende alle strategie abbia fatto bene i conti nel disegnare il percorso dei prossimi cinque anni, speriamo che lo sforzo di prevedere il futuro non offuschi il presente. Bisognerebbe pensare ad una proposta per il paese, nell'attesa: una proposta di lungo respiro e se non porta frutti subito pazienza. Le astuzie, in tempi così, durano un attimo.
Dei tempi che ci aspettano vi raccontiamo: storie di precari della scuola, di medici inoccupati, di operai ancora sui tetti. Un autunno disperato e frastornato dai rulli di tamburo delle truppe del Caimano assoldate per zittire. Lo scriveva qui Luigi De Magistris: è alle porte il tentativo finale di affondare il sistema democratico. Da oggi ogni domenica De Magistris scriverà per noi una pagina di diario: la sua «Agenda rossa», come quella scomparsa di Borsellino. Agenda dall'Europa, rossa perché è un gran bel colore. Benvenuto tra noi.


di Concita De Gregorio

fonte l'unita.it

l'immagine è di edoardo baraldi

06 set 2009

ZEITGEIST

Zeitgeist è un film documentario realizzato da Peter Joseph, il cui scopo è, secondo le sue esatte parole, ispirare le persone ad iniziare a guardare il mondo da una prospettiva più critica, e a capire che molto spesso le cose non sono come la maggioranza della popolazione crede.

Basato su ricerche effettuate dall’autore, è un film a volte duro, ma che indubbiamente dà un forte scossone a chi lo vede. Le parole del suo creatore:

[..] è mia speranza che le persone non prendano quello che vedono nel film come verità, ma la trovino per loro stesse, perchè la verità non è parlata, è realizzata.

sono del tutto sensate, soprattutto in contesti come questi, in cui vengono trattati argomenti di vasta portata sociale ed emozionale, come la religione, gli eventi dell’11 settembre, l’ingerenza di gruppi bancari di lungo corso sul sistema economico-politico mondiale.

Il film nasce per essere diffuso e condiviso il più possibile, ed è dunque disponibile per la visione ed il download gratuito. Grazie al lavoro di traduzione e sottotitolatura in italiano effettuato da luogocomune.net, è possibile vederlo direttamente su Google Video cliccando su questo collegamento: http://video.google.it/videoplay?docid=4684006660448941414


fonte http://www.marenectaris.net/journal/?p=12

LA TESSERA DEL TIFOSO

La tessera del tifoso è un altro tassello del disegno repressivo e liberticida attuato negli ultimi anni a danno dei tifosi e dello sport intero. Non ci meraviglia l'insistenza del Ministro Maroni di accelerare la messa a regime di un tale strumento, poichè risponde pienamente alla logica della Lega e del Governo di controllare ogni settore sociale attraverso meccanismi rigidi e spesso anticostituzionali. Ed anticostituzionale è la stessa tessera, che non sarebbe concessa a coloro che in passato hanno subito e scontato la diffida del Daspo. Cioè, si può vietare l'ingresso in una struttura pubblica, come lo sono gli stadi italiani, a qualcuno solo perché sospettato di essere potenzialmente pericoloso. Insomma, una misura punitiva per tutta la vita. Così come il divieto degli striscioni, anche questa decisione fa parte della forzata trasformazione del calcio da gioco a luogo di business accessibile solo a pochi e selezionati consumatori. Se poi gli spettatori saranno sempre meno può solo far piacere alle Tv a pagamento, tra cui Mediaset e Sky, che vedranno moltiplicarsi gli abbonati come avvenuto negli ultimi anni. Chiediamo al Governo di riflettere sulle conseguenze negative che la tessera porterebbe, soprattutto dal punto di vista degli incidenti che si sposterebbero solo fuori gli stadi, e di iniziare ad aprire un dialogo serio con le tifoserie per avviare progetti educativi nelle scuole e nelle strutture sportive frequentate dai giovani.

fonte osservatoriorepressione.org

LIBERI TUTTI

Caro Papa, parla delle violenze ai gay

di Delia Vaccarello

"Caro Papa avrai certamente saputo di Dino, quel giovane omosessuale che è ricoverato all'ospedale sant'Eugenio per le ferite riportate a causa di un'aggressione che si è svolta a Roma". Inizia così la lettera aperta a Benedetto VXI di Gianni Geraci del Guado, gruppo di cristiani omosessuali di Milano.

Due gay si scambiavano effusioni: uno è stato accoltellato all'addome, l'altro ferito al cuoio capelluto per via di una bottiglia spaccata sulla testa. E' successo dieci giorni fa a Roma dinanzi al Gay village. Il caso non isolato, in una estate che si annunciava violenta, potrebbe interrogare la coscienza di molti. Il gruppo Pd alla Camera ha chiesto a Fini di discutere alla riapertura la proposta di legge contro l'omofobia, prima firmataria Paola Concia. La proposta ha incassato l'appoggio del sindaco Alemanno e di Adolfo Urso viceministro del commercio estero (il no di Buttiglione).

La lettera continua: "Caro Papa, la persona che ha picchiato non approvava il fatto che Dino scambiasse pubblicamente tenerezze con un altro giovane. Li ha apostrofati, alla fine li ha aggrediti... Di certo non approvi questa aggressione, anche se, probabilmente, in merito all'opportunità di certe manifestazioni pubbliche di tenerezza tra due persone dello stesso sesso, potresti pensarla più o meno come il disgraziato che l'ha compiuta.".

La legge ci vuole, ma non basta. Lo ricorda Vittoria Franco, Pd, occorre "approvare anche una normativa per il riconoscimento delle unioni civili. Solo la cultura dei diritti può contrastare questo clima di intolleranza". Diritti? Un attentato incendiario lo scorso martedì alla discoteca Qube, luogo di serate gay e friendly, è il seguito. Nel frattempo, a Rimini, Daniele Priori vicepresidente di Gaylib e il suo compagno Ciri Ceccarini, vengono presi a pugni e calci e insultati con epiteti omofobici . E' la degenerazione di un diverbio per il parcheggio. Non basta, a Napoli una coppia di uomini viene aggredita da un gruppo di ragazzini.

A Roma si parla di fiaccolata contro tutte le intolleranze. Il presidente della Provincia, Zingaretti, auspica che tutti rispondano all'appello. Alemanno e Cicchitto condividono. L'indignazione del mondo glbt è alle stelle: "Ci mobiliteremo" annunciano molte sigle. "Ormai è una violenza al giorno", dichiara Mancuso, Arcigay. Si profila una grande manifestazione per ottobre.

Geraci prosegue la sua missiva: "Caro Papa, tante persone hanno criticato le veglie di preghiera per le vittime dell'omofobia dei gruppi di omosessuali credenti. Dicevano che non aveva senso parlare di una violenza omofobica che c'era solo nelle nostre teste. A costoro, a quelli che, come l'aggressore del giovane Dino, non si vergognano degli istinti violenti che suscita in loro l'immagine di due uomini o di due donne che si scambiano un bacio, credo si debbano ricordare le parole della Congregazione per la Dottrina della Fede: Va deplorato con fermezza che le persone omosessuali siano state e siano ancora oggetto di espressioni malevole e di azioni violente...".

Sono necessarie una legge contro l'omofobia e una primavera dei diritti. Ma urge che il valore della non-violenza venga ribadito senza tacere il nome di alcune tra le tante vittime.

Geraci conclude: "Caro Papa, ti chiedo di intervenire per esprimere la tua solidarietà al povero Dino, per condannare l'episodio di violenza che si è svolto nella tua diocesi e per condannare tutti gli episodi analoghi che si svolgono in ogni parte del mondo".

Fonte www.unita.it

BASTA DORMIRE!

Cara Opposizione e cari Sindacati Tutti della Scuola, per favore: non continuate a dormire. Non è più tempo. I precari della scuola stanno facendo di tutto e di più per protestare contro il più grande licenziamento di massa della storia della Repubblica italiana: 150mila docenti in tre anni, di cui quasi 60mila solo quest'anno. A Milano e Torino scendono in piazza e si incatenano davanti al provveditorato. A Palermo fanno lo sciopero della fame. A Napoli e Caserta salgono sui tetti. A Roma si mettono in mutande, non sono le hostess dell'Alitalia e allora per attirare l'attenzione dei media bloccano per ore le assegnazioni delle supplenze annue fino all'arrivo dei carabienieri. A Benevento Dario Franceschini sale sui tetti dell'ufficio scolastico provinciale insieme a loro e dice: «Lo Stato sta mettendo in atto il più grande licenziamento di massa della storia italiana nel settore in cui bisogna investire di più, ossia nell'educazione dei nostri figli». Ha usato le parole «licenziamento di massa». Per la prima volta. Anche se è deciso da oltre un anno.
Insomma, cara Opposizione e cari sindacati uniti tutti, fino ad ora dove eravate? In vacanza? In attesa di un'altra Onda da cavalcare? La protesta si allarga. Da Milano a Palermo, da Roma e Napoli. Da Campobasso alla Sardegna. Da Torino a Catania. Da Messina a Bologna. Sud. Nord. Est. Ovest. Isole comprese. Protesta unitaria. Striscioni e dialetti gridati in italiano corretto e anche in dialetto, così i Leghisti non si possono lamentare. Basta andare su www.retescuole.net per accorgersi delle proporzioni della protesta. Sulla rete è in atto un grande dibattito sulla scuola. C'è chi fa notare a Gelmini che, anche prima delle sue recenti dichiarazioni, l'indennità di disoccupazione esiste già da anni, come l'accesso alle supplenze brevi: attraverso le graduatorie di istituto. Domanda: ma chi paga i supplenti, signorina Gelmini, lo Stato o i comuni? Chi si interroga su che fare per avere più visibilità in un paese in cui l'informazione non è più informazione. C'è chi parla di Gelmini come di una calamità naturale e chi si rende conto che il disastro non coinvolge solo i precari, ma tutti i docenti che da anni, anzi decenni, lavorano su posti vacanti che non vengono posti in ruolo. C'è chi ricorda che lavora in scuole senza carta igienica e chi propone di bloccare autostrade, ferrovie e strade come gli agricoltori o i camionisti. Chi si accorge come l'informazione ha messo l'pinione pubblica contro i docenti visti come «lavativi» e «scansafatiche» per giustificare i tagli al bilancio. Chi invoca Napolitano e chi Obama: «Arruolerà legioni di insegnanti pagandoli meglio anche a costo di aumentare le tasse!».
Bene, questa è la realtà . Ma troppi media italiani non sono sintonizzati con la realtà . Città invisibili, docenti invisibili. Opposizione e cari sindacati uniti tutti, e voi? Il fatto è questo: migliaia di docenti e genitori non si sentono rappresentati dal governo, ma neppure da voi. Tremonti e Gelmini da oltre un anno parlano di quello che hanno in mente. E voi? Di fronte a questi dati allarmanti, anche solo per ragioni di puro opportunismo politico, come è possibile che non riusciate a mettere in moto un'opposizione più forte e più determinata su questo tema specifico? Come è possibile che anche sul tema scuola riusciate solo a giocare di rimbalzo dicendo che il governo sbaglia senza opporre alternative di segno completamente opposto? Già vi siete fatti superare a sinistra una volta dall'Onda; quest'anno replicate?
Cara Opposizione e cari sindacati tutti della scuola, vi ricordate come Cei ha difeso le scuole private cattoliche di fronte all'ipotesi ventilata di togliere un po' di fondi? Imparate da loro, se non avete idee. O aprite gli occhi: se vedete veramente anche voi il più grande licenziamento di massa della storia della nostro Repubblica, che poi avviene sulla formazione dei più giovani, muovetevi. E presto. O ancora non è abbastanza per mettere la difesa della scuola pubblica italiana come punto centrale di qualsiasi vostro programma di oggi e di domani? Per smetterla di parlare con un governo incapace e pericoloso che sta facendo male ogni giorno di più ai nostri bambini e ai nostri ragazzi? Non è abbastanza per mettere da parte i personalismi di corrente e di partito e organizzare una seria e determinata opposizione unitaria a oltranza? Cosa di peggio deve ancora accadere? I precari della scuola stanno facendo di tutto e di più per protestare contro il più grande licenziamento di massa della storia della Repubblica italiana: 150mila docenti in tre anni, di cui quasi 60mila solo quest'anno. A Milano e Torino scendono in piazza e si incatenano davanti al provveditorato. A Palermo fanno lo sciopero della fame. A Napoli e Caserta salgono sui tetti. A Roma si mettono in mutande, non sono le hostess dell'Alitalia e allora per attirare l'attenzione dei media bloccano per ore le assegnazioni delle supplenze annue fino all'arrivo dei carabienieri. A Benevento Dario Franceschini sale sui tetti dell'ufficio scolastico provinciale insieme a loro e dice: «Lo Stato sta mettendo in atto il più grande licenziamento di massa della storia italiana nel settore in cui bisogna investire di più, ossia nell'educazione dei nostri figli». Ha usato le parole «licenziamento di massa». Per la prima volta. Anche se è deciso da oltre un anno.
Insomma, cara Opposizione e cari sindacati uniti tutti, fino ad ora dove eravate? In vacanza? In attesa di un'altra Onda da cavalcare? La protesta si allarga. Da Milano a Palermo, da Roma e Napoli. Da Campobasso alla Sardegna. Da Torino a Catania. Da Messina a Bologna. Sud. Nord. Est. Ovest. Isole comprese. Protesta unitaria. Striscioni e dialetti gridati in italiano corretto e anche in dialetto, così i Leghisti non si possono lamentare. Basta andare su www.retescuole.net per accorgersi delle proporzioni della protesta. Sulla rete è in atto un grande dibattito sulla scuola. C'è chi fa notare a Gelmini che, anche prima delle sue recenti dichiarazioni, l'indennità di disoccupazione esiste già da anni, come l'accesso alle supplenze brevi: attraverso le graduatorie di istituto. Domanda: ma chi paga i supplenti, signorina Gelmini, lo Stato o i comuni? Chi si interroga su che fare per avere più visibilità in un paese in cui l'informazione non è più informazione. C'è chi parla di Gelmini come di una calamità naturale e chi si rende conto che il disastro non coinvolge solo i precari, ma tutti i docenti che da anni, anzi decenni, lavorano su posti vacanti che non vengono posti in ruolo. C'è chi ricorda che lavora in scuole senza carta igienica e chi propone di bloccare autostrade, ferrovie e strade come gli agricoltori o i camionisti. Chi si accorge come l'informazione ha messo l'pinione pubblica contro i docenti visti come «lavativi» e «scansafatiche» per giustificare i tagli al bilancio. Chi invoca Napolitano e chi Obama: «Arruolerà legioni di insegnanti pagandoli meglio anche a costo di aumentare le tasse!».
Bene, questa è la realtà . Ma troppi media italiani non sono sintonizzati con la realtà . Città invisibili, docenti invisibili. Opposizione e cari sindacati uniti tutti, e voi? Il fatto è questo: migliaia di docenti e genitori non si sentono rappresentati dal governo, ma neppure da voi. Tremonti e Gelmini da oltre un anno parlano di quello che hanno in mente. E voi? Di fronte a questi dati allarmanti, anche solo per ragioni di puro opportunismo politico, come è possibile che non riusciate a mettere in moto un'opposizione più forte e più determinata su questo tema specifico? Come è possibile che anche sul tema scuola riusciate solo a giocare di rimbalzo dicendo che il governo sbaglia senza opporre alternative di segno completamente opposto? Già vi siete fatti superare a sinistra una volta dall'Onda; quest'anno replicate?
Cara Opposizione e cari sindacati tutti della scuola, vi ricordate come Cei ha difeso le scuole private cattoliche di fronte all'ipotesi ventilata di togliere un po' di fondi? Imparate da loro, se non avete idee. O aprite gli occhi: se vedete veramente anche voi il più grande licenziamento di massa della storia della nostro Repubblica, che poi avviene sulla formazione dei più giovani, muovetevi. E presto. O ancora non è abbastanza per mettere la difesa della scuola pubblica italiana come punto centrale di qualsiasi vostro programma di oggi e di domani? Per smetterla di parlare con un governo incapace e pericoloso che sta facendo male ogni giorno di più ai nostri bambini e ai nostri ragazzi? Non è abbastanza per mettere da parte i personalismi di corrente e di partito e organizzare una seria e determinata opposizione unitaria a oltranza? Cosa di peggio deve ancora accadere?

di Giuseppe Caliceti
fonte www.ilmanifesto.it

01 set 2009

L'INCOERENTE



Tutto si può dire di Silvio Berlusconi, meno che non sia coerente. Recita il ruolo di pilastro dell'alleanza atlantica quando si trova a colloquio con Bush e Obama, ma non rinuncia alle effusioni con Vladimir Putin quando va in visita in Russia. Discute affettuosamente con Angela Merkel e Nicolas Sarkozy salvo poi siglare importanti accordi energetici con Turchia e Russia. Va a braccetto con Gheddafi prima di firmare contratti petroliferi e poi rivendica il ruolo di paladino dei diritti umani e della democrazia quando torna in patria. Non importa quante giravolte gli tocchi fare, la politica estera del presidente del consiglio sembra avere una sola infallibile bussola: il proprio interesse.

Non stupisce quindi che Silvio Berlusconi, capo di un governo che ha promosso alcune delle norme più rigide d'Europa sull'immigrazione, dal reato di immigrazione clandestina ai medici spia, fino al sistematico ricorso ai respingimenti al confine, si trasformi in un agnellino terzomondista quando si trova in visita nei paesi del Nordafrica.

E' sfuggita ai media italiani - ma non alla rete - la performance del presidente del consiglio dello scorso 18 agosto, allorché si trovava in visita privata a Tunisi. Durante la visita, al termine di un incontro con il presidente tunisino Ben Alì, il presidente del consiglio ha partecipato a Ness Nessma, programma della televisione satellitare tunisina Nessma TV, acquisita lo scorso anno per il 50 per cento da Mediaset e dalla società di Tarak Ben Ammar Quinta Communications. Interpellato sui temi dell'immigrazione su una tv maghrebina di sua proprietà, guardata da centinaia di migliaia di nordafricani, poteva il premier ripetere il solito copione «cattivista» ormai noto in patria o vantarsi delle norme emanate dal suo governo? Certo che no: ricordatevi la storia della bussola.

Ecco un'altra giravolta, quindi: Berlusconi spalanca le porte dell'Italia ai cittadini del Maghreb. Il video è stato trovato, sottotitolato e reso disponibile dal blogger e collaboratore de l'Unità Daniele Sensi, che sostiene – e ne ha ogni ragione – che a questo punto “il pacchetto sicurezza in realtà non è mai esistito”. Nel corso della trasmissione, infatti, Berlusconi sostiene la necessità di "aumentare le possibilità di entrare legalmente in Italia" (altro che quote) e che il nostro paese ha “il dovere di guardare a quanti vogliono venire in Italia con totale apertura di cuore, e di dare a coloro che vengono in Italia la possibilità di un lavoro, di una casa, di una scuola per i figli e la possibilità di un benessere che significa anche la salute, l'apertura di tutti i nostri ospedali per le loro necessità, e questa è la politica del mio governo". Insomma, lavoro, case, scuole e ospedali per gli immigrati. Come programma di governo non è male. Chissà che ne pensano gli elettori della Lega...

fonte unita.it

IDEA NAZISTA

Probabilmente è soprattutto colpa della corporazione cui appartengo, quella dei linguisti, se alle ripetute provocazioni di leghisti in materia di dialetti e di scolarità e lingue di immigrati le risposte sono state ispirate più a giusto sdegno e ad amor di patria che a considerazione dei fatti. Tre fatti soprattutto meriterebbero di essere tenuti in conto se si guarda all’Italia linguistica di oggi, al volto che essa ha assunto dopo sessant'anni di vita repubblicana e democratica. Rispetto a essi le uscite leghiste, i loro «arrivano i nostri» filodialettali, rassomigliano a uno sciocco remake dell’arrivo della cavalleria nei vecchi film di Tom Mix, una cavalleria che arriva in ritardo quando le cose sono profondamente mutate.

Il primo fatto potrebbe dirsi storico, se questo aggettivo non fosse ormai inflazionato. Conosciamo abbastanza bene le vicende delle popolazioni italiane lungo tre millenni. E si può dire con certezza che mai nella loro lunga storia esse avevano conosciuto un così alto grado di convergenza effettiva e generalizzata verso un’unica lingua come è avvenuto in questi nostri anni. Dopo secoli in cui, Firenze e Toscana a parte, l’uso dell’italiano era restato appannaggio dei soli radi ed esili ceti istruiti quando scrivevano, dopo i decenni posteriori all’Unità politica, in cui l’uso effettivo dell’italiano aveva mosso alcuni passi, restando però sempre nettamente minoritario rispetto all’uso dei molti dialetti, nell’Italia della Repubblica e delle istituzioni democratiche masse crescenti si sono volte all’uso dell’italiano. Oggi ne è capace, come l’Istat permette di affermare con attendibilità statistica, il 95% della popolazione. Una convergenza del genere non si era mai vista nella nostra storia. Connesso a questo, un secondo fatto. Non in tutte, ma in molte famiglie italiane (comprese quelle di leghisti) l’italiano è diventato lingua d’uso abituale: si stima (sempre grazie all’Istat) nel 40% dei casi. Non bisogna più nascere in Toscana o in famiglie «di signori», come era ancora cinquanta o sessant’anni fa, per possedere l’italiano come un bene propriamente nativo, che si trova in famiglia e non più soltanto o soprattutto a scuola. Certamente questo è destinato a pesare e già pesa nella nuova familiarità e tranquillità con cui molti usano la nostra lingua.

Con ciò siamo al terzo fatto. Solo i più colti ricordano i nomi di Graziadio Isaia Ascoli e Giacomo Devoto. I due grandi linguisti, il primo nel 1874, il secondo quasi un secolo dopo sostennero che l’italiano andava appreso e usato generalmente, cosa che a lor tempo non avveniva, senza che però si dovessero mettere al bando i dialetti e le parlate minoritarie (di cui Ascoli fu tra i primi indagatori), ma anzi conservandone l’uso come punto di partenza dell’apprendimento scolastico della lingua (diceva Ascoli) e (aggiungeva Devoto) come riserva naturale di energie espressive per un parlare e scrivere meno inamidato e paludato dell’usuale. Usuale allora, ma ancora anni dopo Italo Calvino diagnosticava il «terrore semantico», il terrore delle efficaci e semplici parole dirette che troviamo nel parlato e nei dialetti, come difetto costitutivo dello scrivere di troppi intellettuali italiani. Ascoli e Devoto pochi li hanno letti, qualcuno in più ha letto i saggi di Calvino, ma a buon senso, affidandosi istintivamente al fai da te nazionale, se il 95% della popolazione sa esprimersi in italiano, il 60% conserva, accanto all’uso della lingua comune, la possibilità e abitudine di usare uno dei dialetti, nella vita privata, tra amici e conoscenti.

Ma i dialetti italiani non sono solo questo. Tutti sono la testimonianza viva di un patrimonio di cultura e di tradizioni e, spesso, sono diventati espressione d’arte. E la cultura italiana migliore, Croce come Gramsci, non ha esitato a considerare e additare come cosa propria, parte di un composito patrimonio unitario, i grandi testimoni delle letterature dialettali, il romanesco Belli come il milanese Porta, e, nel Novecento, Tessa e Noventa, Buttitta e il Pasolini friulano, Pierro e De Filippo, il ligure Firpo e il marchigiano Scataglini. E si potrebbe e dovrebbe continuare. Del resto, anche su più ampia scala di massa, la fortuna delle canzoni dialettali, tradizionali e recenti o recentissime, le napoletane, milanesi, siciliane, è una fortuna significativamente nazionale. Nessuna grossolanità leghista impedirà di sentire nostre, dalle Alpi e Trieste a Lampedusa, O mia bela Madunina e O suldato innammurato. Paolo Conte ha spiegato bene, una volta, che ritmo e struttura sillabica delle nostre parlate dialettali rispondono meglio dell'italiano alle esigenze non solo della melodia, ma dei ritmi rock. Molti, non solo genialmente Renzo Arbore, hanno sfruttato questa indicazione. E, canzoni a parte, il toscano Benigni, il napoletano Troisi, il romano Sordi, il milanese Iannacci, a tacere di Fo che ha varcato i confini nazionali, circolano liberamente, senza passaporto regionale, nella nostra comune cultura. Nessun passaporto ha chiesto e chiede nemmeno la nostra prosa letteraria per intarsiarsi di dialettalità lombarda o napoletana o romana o siciliana come hanno fatto Gadda e Pasolini, fanno Mazzucco e Pariani e Starnone. Tutto questo sta dentro il nostro dna comune sia più affinato sia più popolare.

Così l’Italia ci si consegna oggi come un paese capace finalmente di possedere e usare la comune lingua nazionale, ma anche capace d’essere un paese fruttuosamente e marcatamente plurilingue. Oggi sappiamo che il plurilinguismo non è un’eccezione. L’idea che in un’area, entro i confini di un territorio, o nel cervello di un singolo, ci sia e debba esserci un’unica lingua è ampiamente falsificata dagli studi. A partire dagli anni cinquanta una valorosa e tenace sociolinguista americana, Barbara Grimes, ha avviato e aggiornato il non facile censimento delle lingue vive nel mondo. Oggi ne contiamo settemila, mediamente circa 35 per ogni stato della terra. Lasciando per ora da parte le parlate importate dagli immigrati, che richiedono un’attenzione specifica, con le sue trentasei parlate native (italiano, grandi raggruppamenti di dialetti, lingue di minoranza d’antico insediamento) l’Italia è dunque nella media. Se fa eccezione è per la circolazione nazionale dei patrimoni linguistici locali entro la comune italianità linguistica.

In questo consapevole costituirsi in grande comunità plurilingue ha avuto una parte di rilievo la nostra scuola di base. Ho accennato prima ad Ascoli e Devoto. Ho omesso di dire che le indicazioni ascoliane furono raccolte e tradotte in chiave educativa da un grande filologo, Ernesto Monaci, e un non meno grande pedagogista, Giuseppe Lombardo Radice. A partire dagli anni sessanta e settanta del Novecento i loro suggerimenti e le loro esperienze educative sono stati raccolti prima da singoli gruppi di insegnanti, come quelli del Movimento di Cooperazione Educativa, poi, filtrati e coordinati, sono diventati indicazioni di programma e di curricolo nella scuola di base. Il rispetto delle differenze linguistiche e dialettali è diventato pratica ovvia e corrente nella scuola elementare ed è stato certamente non ultimo dei fattori che l'hanno portata a diventare una delle migliori, più efficienti e qualificate del mondo. Questa consapevole vocazione plurilingue della nostra scuola di base è stata di recente additata a modello esemplare nel recente DERLE-Document européen de référence pour les langues de l’éducation, elaborato da studiosi di vari paesi (non italiani!) entro il Consiglio d'Europa e ora in traduzione in italiano a cura di una associazione di insegnanti e studiosi.

La mediocrità opinante a ruota libera di troppa parte degli interventi giornalistici in materia di educazione e scuola annebbia tra troppi colti e tra i politici la percezione di tutto ciò. E forse neanche educatori e linguisti hanno fatto tutto il possibile per rendere noto che la pluralità idiomatica non è un accidente stravagante, ma un fatto fisiologico per la specie e le comunità umane e che una cattiva scuola o provvedimenti stolidi possono tentare di soffocare questo fatto, ma non riescono a spegnerlo senza tentare di spegnere l’umanità stessa. Nel mondo antico di cui restiamo sempre debitori furono primi gli Epicurei e poi i primi cristiani, quelli del miracolo della Pentecoste, a capire e insegnare ciò che gli studi moderni confermano: che il seme della differenza linguistica e culturale è in ciascuno di noi, nelle nostre coscienze e nel nostro cervello. Soltanto un nazista pazzoide, come fu Hitler, o un decerebrato che si rivolga a decerebrati può rovinosamente fantasticare di altre strade.

di Tullio De Mauro

31 agosto 2009
fonte unita.it