26 nov 2009

QUASI QUASI MI ABBONO A FAMIGLIA CRISTIANA

Non c’è nulla. E quel poco che c’era è stato cancellato. Per la famiglia, i figli, gli anziani e gli handicappati nella Finanziaria non è previsto un euro. Nessun governo è riuscito a fare un così straordinario salto mortale all’indietro comeNon c’è nulla. E quel poco che c’era è stato cancellato. Per la famiglia, i figli, gli anziani e gli handicappati nella Finanziaria non è previsto un euro. Nessun governo è riuscito a fare un così straordinario salto mortale all’indietro come quello guidato da Berlusconi. Famiglia Cristiana, 25 novembrequello guidato da Berlusconi. Famiglia Cristiana, 25 novembre

fonte l'unità.it

23 nov 2009

purezza e stato di eccezione: a cosa servono i neofascisti


[di Luca Negrogno]

I gruppi di estrema destra che oggi fanno riferimento alla retorica e alla simbologia del fascismo sono in un rapporto di collaborazione e riconoscimento reciproco con la classe dirigente del partito che governa il paese. I gruppi neo fascisti che negli ultimi anni hanno convogliato la partecipazione popolare, soprattutto giovanile, nella lotta all’invasione straniera e nella difesa dei valori tradizionali della famiglia e della religione, nelle ultime tornate elettorali nazionali hanno stipulato accordi di appoggio elettorale con il gruppo dirigente del centro-destra italiano. queste formazioni, il cui peso politico si sostanzia in percentuali che vanno dall’1% a livello nazionale al 2,7% alle regionali in lombardia del 2005 sono state una delle tante masse di manovra che la classe dirigente berlusconiana ha mosso sullo scacchiere della partecipazione politica. I personaggi di riferimento della destra estrema, per vie traverse, sono tutti riconducibili all’eversione di destra degli anni della "strategia del terrore": gli attuali leader di gruppi come Forza Nuova, Movimento Idea Sociale, Fronte Sociale Nazionale, sono figli della generazione che negli anni ’70 si è resa protagonista della reazione armata e violenta alla forza di penetrazione espressa dai movimenti politici della sinistra, spesso con la connivenza e il sussidio di settori dell’esecutivo.

La classe dirigente del paese ha negli ultimi anni attuato una forma di sdoganamento dell’ideologia e della retorica fascista, portando a compimento l’equazione che pone sullo stesso piano il fascismo e l’antifascismo. Dalla caduta dell’ordine politico forzatamente ricalcato sui grandi blocchi della guerra fredda è emerso un sistema politico che ha inseguito un miraggio di neutralità ed equidistanza rispetto alle tradizioni culturali che, da sinistra e da destra, criticavano la democrazia liberale. In questo processo, la retorica degli "opposti estremismi" ha finito per equiparare fascismo e resistenza. Appiattendo l’antifascismo sulla tradizione della cultura comunista, il sistema politico italiano ha finito per assumere l'assioma della specularità totale di comunismo e fascismo come due contigue manifestazioni di un cieco furore ideologico, naturalmente portato a sfociare nel totalitarismo. Parallelamente, la democrazia italiana ha smesso di riconoscersi nel mito fondativo della resistenza, dell’antifascismo, della collaborazione tra i filoni culturali che, opponendosi alla dittatura fascista, avevano gettato le basi di un sistema di valori da riconoscere, sempre e comunque, come proprio.

Ogni comunità necessita di riconoscersi in un mito che spieghi ai propri membri cosa pensare quando questi dicono "noi". la domanda sul senso dell'esistenza rischia di precipitare ciascuno nell’abisso che assolve da qualsiasi possibile legame, qualsiasi possibile con, nel buio di un io senza fondo. tale interrogativo perviene ad un relativo acquietamento dal momento in cui la comunità del noi risce con una certa stabilità a definire "cosa non siamo", cos’è ciò da cui ci distanziamo, cosa noi non dobbiamo essere, cosa deve stare fuori, cosa noi dobbiamo combattere.

La Repubblica italiana rinata a una forma democratica dal secondo conflitto mondiale aveva costruito il proprio mito fondativo sulla resistenza. Ma la democrazia che il sistema politico italiano ha espresso, a causa di una serie di tendenze storiche e sociali che vanno dalle ferree necessità dell’equilibrio internazionale alle forme di cancrena della struttura sociale ed economica del paese, è stata sempre imperfetta, a sovranità limitata, "corretta" nelle sue dinamiche da poteri che, agendo negli interstizi delle istituzioni democratiche, sono spesso riuscite a svuotarne il senso più profondo e ad orientarne gli esiti decisionali.

I gruppi storici del neofascismo italiano sono stati spesso degli strumenti manovrati dalle classi dirigenti dello stato per inoculare il terrore e la provocazione nei movimenti a larga partecipazione sociale che avevano interessato la vita politica italiana negli anni sessanta e settanta. Parallelamente, sopravviveva come gruppo parlamentare il partito Movimento Sociale Italiano, ispirato alla ideologia social-nazionale del fascismo, corteggiato dalla democrazia cristiana durante i periodi di maggiore instabilità dell'esecutivo. Alla sua destra si poneva una serie di movimenti extraparlamentari (Ordine Nuovo , Avanguardia Nazionale, Nuclei Armati Rivoluzionari , Terza Posizione e Costruiamo l'azione) che era con l'MSI in rapporti di critica, intermezzata da momentanei riavvicinamenti. I gruppi dirigenti di queste formazioni, costantemente oscillanti verso il terreno della clandestitnità e del terrorismo, intrattengono costanti rapporti con i vertici dei servizi segreti e delle forze armate, come hanno dimostrato le commissioni di inchiesta parlamentari degli anni '90 sul terrorismo nero e le stragi.

Negli ultimi dieci anni, i gruppi alla destra di Allenza Nazionale, che sempre più al vertice ha intrapreso un percorso di "berlusconizzazione", oscillano tra varie forme di organizzazione. I processi di riaggregazione e ritorno nell'alveo della destra istituzionale hanno incontrato l'opposizione interna dei gruppi più esplicitamente orientati verso la "terza alternativa" rispetto al bipolarismo parlamentare. Il momento di massimo riavvicinamento alla classe dirigente berlusconiana è il 2006, quando le forze neofasciste si ricongiungono in Alternativa Sociale. Forza Nuova, il movimento che raccoglie la maggiore partecipazione popolare e giovanile tra i gruppi dell'estrema destra è ancora molto vicina all'attuale primo ministro durante l'opposizione al governo Prodi, ha un ruolo di rilievo anche nella manifestazione di piazza del 2 dicembre 2006. Ma la conflittualità interna all'ambiente della destra estrema è forte, tanto da provocare la disgragazione del fronte creato da Alessandra Mussolini e originare, per le politiche del 2008, una ridislocazione radicale dei gruppi e dei leader. Oggi Forza Nuova, presentatasi autonomamente alle ultime elezioni politiche, riprende i temi fondamentali del fascismo "sociale", accompagnati da una forte connotazione xenofoba. Ma sono molteplici le tendenze e gli approcci culturali e politici che si fanno sentire nel movimento, i cui confini sono estrememente fluidi dato che le forme di militanza si ibridano con l'azione politica al di fuori del partito, in gruppi radicati su specifici territori, nella militanza ultras, nei centri sociali di destra. Ciascuno di questi campi stimola maggiormante elementi diversi: la "militanza di strada", le "ronde", i gruppi che vigilano i centri e le pariferie delle città del centro e del nord, sono fortemente orientati verso i temi della purezza nazionale, della lotta alla delinquenza straniera. Nei centri sociali, fenomeno particolmante radicato nell'area romana, si unisce alla militanza politica l'attenzione verso la cultura neo-pagana delle epopee nordiche, la ripresa dei temi dell'elitismo irrazionalista. I gruppi ultras di destra hanno negli ultimi anni colonizzato tutte le curve calcistiche italiane, anche quelle che si erano tradizionalmente orientate ad esprimere il tifo delle classi popolari con i simboli della sinistra; i gruppi ultras sono caratterizzati dalla ricerca dello scontro con le tifoserie avversarie e le forze dell'ordine, l'opposizione alla mercificazione e alla finanziarizzazione del calcio moderno, le pratiche xenofobe. Inoltre Forza Nuova organizza annualmente i campi di socializzazione politica, in cui si susseguono dibattiti, confronti, concerti di "rock non allineato" e banchetti di marketing identitario. I gruppi giovanili conducono campagne contro le droghe e, in generale, il conformismo consumistico, le manifestazioni spettacolari dei fenomeni televisivi (per esmpio nel maggio del 2008 un gruppo neofascista di roma manifesta e interrompe la serata in diretta della trasmissione "Grande Fratello" da piazza San Giovanni. I militanti, intervistati dai giornalisti di Annozero, raccontano di aver votato per Berlusconi, l'unico capace di difendere l'Italia dal comunismo e dai poteri forti globali rappresentati dalla sinistra).

In generale, si riprendono le "due o tre cose buone" fatte dal fascismo (con riferimento alla socializzazione delle industrie, alla modernizzazione, all'orientamento popolare e anticapitalista), si propugna la purezza spirituale della nazione (non mancano tratti anche più biologistici, le metafore medico-immunitarie), si vagheggia un concetto preponderante di Onore, si riprende l'elitismo dalle letture di Evola, si mischiano tradizionalismo cristiano e neopaganesimo celtico, battaglia di Lepanto e Tolkien.

L’ideologia dei ragazzi che si riconoscono in questi gruppi mostra una profonda carenza di analisi, di consapevolezza storica, di riflessione critica sui valori. Ciò emerge chiaramente nelle prese di posizione a proposito della shoah e delle persecuzioni naziste: si nega il mito dell'olocausto non in virtù di una analisi storiografica, ma fondamentalmente per profonda ignoranza. L'identità dell'odierna destra estrema ha ripreso elementi che negli ultimi anni avevano caratterizzato la retorica politica dell'estrema sinistra e dei movimenti no-global, come l'antiamericanismo e l'opposizione popolare alle potenze plutocratiche; un fenomeno per certi aspetti simili si può individuare anche nell'antisemitismo tipico del fascismo europeo, che oggi si tinge di coloriture antisionistiche appropriandosi della retorica filo-araba dell'antisionismo di sinistra. Si può dire che, da questo punto di vista, sia caduto un confine tra le culture "radicali" che avevano occupato il sistema politico degli ultimi anni. Un confine, però, la cui porosità è stata a un certo livello di osservazione sempre evidente.

Non ci spingeremo qui a considerare le oscillazioni che lungo la prima metà del novecento hanno caratterizzato il concetto di "rivoluzione", alla cui retorica hanno pienamente attinto i movimenti fascisti e nazionalsocialisti, o le posizioni del comunitarismo degli anni '70 sull'auspicato ricongiungimento di estremismo di destra e sinistra in forze collettiviste nazional popolari. Il fatto è che, se il confine oggi ci sembra caduto, è anche perchè la sinistra radicale europea, nel tentativo di ridefinire la propria identità dopo la fine dei grandi partiti comunisti occidentali, ha civettato, in funzione anti-globalizzazione, con valori tipici della destra come il nazionalismo, il tradizionalismo e l'autenticità etnica, senza affrontare l'approfondimento che la problematicità di certe scelte strategiche avrebbe richiesto.

C'è, tra gli altri, un problema di rappresentanza di classe alla base di questo fenomeno, che ci appare come una crisi di identità delle forze poste agli estremi del panorama politico a vantaggio di una coagulazione dell'opinione pubblica al centro, un centro le cui alternative di orientamento esprimono un'alterità reciproca estremente limitata dal punto di vista della gestione dei processi sociali ed economici. Da sinistra, ci appare chiaramente che l'elemento più caratterizzante dei partiti "radicali" è stato il totale abbandono della dimensione "proletaria", che sopravvive solo come etichetta, senza esprimere la classe sociale rappresentata da quei partiti. La sinistra italiana è assolutamente borghese; esprime sicuramente la migliore borghesia, in un contesto in cui non ha mai avuto modo di affermarsi una middle class imprenditorialmente avanzata e dotata di valori civici, laici e liberali, che fosse rappresentata da una forza politica adeguata. Ma la borghesia di sinistra, nei partiti comunisti, non è riuscita a stipulare alcuna forma di comunicazione con il proletariato, ha tralasciato uno dei compiti storici che il marxismo classico attribuiva al partito: la socializzazione politica delle masse di sfruttati. Oggi la sfida sarebbe quella di recuperare alla politica le masse che si situano al di là della linea mobile dell'esclusione, la popolazione marginale e periferica che non ha accesso alla libera informazione, alla cultura, alle possibilità economiche e sociali di modificare il proprio destino, di ritenere il proprio destino qualcosa di politico, e politicamente modificabile.

I gruppi neofascisti attraggono masse di giovani proletari ponendosi come unica opposizione rispetto ad un sistema politico fatto di connivenze e accomodamenti ad un potere plutocratico, fondato sulla distruzione dei valori fondamentali, colpevole della peggiore ipocrisia, che attraverso la retorica democratica nasconde l'omologazione dei consumatori, dietro la retorica multiculturalista favorisce la contaminazione etnica che è, in ultima analisi, strumento per lo sfruttamento delle masse. Tale potere è il frutto dell'accordo della grande finanza globale, del movimento sionista, della politica nichilista che la sinistra avalla. Di contro, i neofascisti sono socializzati a questa religione prepolitica abbarbicata stabilmente su pochi, immediati, valori dalla purezza e verità evidenti: tradizione e cristianità, purezza etnica europea, ricerca di una terza posizione alternativa ed equidistante al capitalismo americano come ai regimi storici del comunismo realizzato. Si riafferma la purezza della comunità europea, contro la disgregazione sociale e la contaminazione culturale provocata dal potere finanziario-nichilista.

Emerge l'ansia di giustizia che anima i giovani fascisti. La sensazione di vivere in un mondo sporco e insensato, di una vita sottoposta ad un potere ipocrita che si giova di un mondo impuro. Il rifiuto di un futuro fatto di precariato, consumo omologante e ipocrisia; il conseguente tentativo di ristabilire una visione epica della vita. I nemici sono evidenti: le grandi forze della penetrazione finanziaria che rompe l'unità comunitaria ancorata alla terra (cioè: il sionismo e il suo alleato americano); gli italiani che, ormai contaminati dai non-valori dominanti, divengono vuoti, omologati, omosessuali, compagni (quindi: servi inconsapevoli, e come tali ancora più colpevoli, della distruzione dei valori puri della tradizione, svirilizzati e irregimentati, drogati e atei, illusi e manovrati dal salottiero bertinotti); gli immigrati che aggravano la crisi di valori della nostra comunità nazionale contribuendo a romperne l'unità culturale e raziale, fornendo la massa di manovra al capitale finanziario globale che sposta gli uomini sradicandoli dalle loro comunità di terra e sangue (e quindi rendendoli tutti potenziali criminali, stupratori, ladri, dissacratori) per poter condannare i giovani della bionda europa ad un futuro di sfruttamento e precarietà.

La citazione di un fatto può aiutarci a capire. Il tre maggio del duemilaotto l'episodio di violenza che ha attirato l'attenzione dei media sul fenomeno neofascista: nicola tommasoli, 29 anni, viene aggredito e ucciso da un gruppo di 5 ragazzi tra i 17 e i 25 anni, abituali frequentatori della curva dello Hellas Verona, militanti in formazioni che fanno esplicito richiamo alla simbologia nazista, figli della media borghesia produttiva del nord-est. Emerge all'attenzione dell'opinione televisiva l'escrescenza neofascista veronese: ragazzi che presidiano le strade del centro, tengono pulita la città; fanno sentire la loro presenza nei locali dello struscio serale e nelle piazze; ce l'hanno con i comunisti, i salentini; i giornali dicono: chi ha stili di vita diversi dai loro (la semiotica del corpo, il discorso dei capelli e degli ornamenti, delle marche di jeans e magliette, tutto è espressivo, data la convivenza nei medesimi luoghi pubblici, le stesse piazze e gli stessi luoghi di consumo). Quando le luci del centro si spengono, la serata non è finita: si va in periferia a cercare immigrati, barboni. L'applicazione della legge mancino contro l'istigazione all'odio raziale, il reato di rifondazione del disciolto partito fascista sono paventati durante le indagini della procura sui gruppi ultrà, già nel 2006; negli ultimi cinque anni finiscono coinvolti dai provvedimenti giudiziari personaggi della destra istituzionale del nord-est, uomini di rilievo della lega nord e dell'amministrazione locale di Verona. Si susseguono i gradi di giudizio, non ci sono ancora sentenze definitive. Ma la morte di tommasoli fa emergere un mondo fino ad allora rimosso nei dibattiti televisivi e nelle lapidarie dichiarazioni dei politici (si ricordava solo la polemica sugli "impresentabili", estremisti di folkloristica simmetria televisiva, con prodi e berlusconi, durante la compagna elettorale del 2006). Dal PDL, la solfa è: crisi educativa (come giustamente sottolineato dal santo padre), assenza delle famiglie, fenomeni di bullismo. Dal PD: imbarazzo e costernazione, condanna, "vicenda inquietante", "e' fondamentale l'impegno di tutti perche' non torni un clima di violenza politica e di insicurezza per i cittadini'', conclude Veltroni. La sinistra extraparlamentare dice: berlusconi, lega, aenne e forza nuova: tutti fascisti. Le condizioni di partenza sono dure, ma con una buona dose di calma e onestà potrebbero nascere un dibattito, una riflessione. Termina tutto dopo qualche giorno: sulla prima pagina di repubblica e corriere, i ragazzi dei centri sociali bruciano una bandiera israeliana durante le proteste contro il salone del libro a torino: dopo un'esternazione del vicepresidente del consiglio Fini ("è più grave") il dibattito diventa se sia più pericoloso per la tenuta delle istituzioni democratiche un ragazzo ammazzato o una bandiera bruciata. PD e PDL tergiversano e si rintuzzano dalle prime pagine. L'obiettivo è raggiunto: il ribellismo montante va scongiurato, è un epifenomeno della generalizzata condizione di insicurezza in cui versa la cittadinanza: la soluzione è rifugiarsi al centro, nell'alveo stabile delle libertà democratiche.

In qualche modo, i neofascisti sono solo ciò che serve a farci sentire al sicuro nella nostra democrazia svuotata di significato. Sono una forza minoritaria e marginale; di fronte agli inquietanti episodi diviolenza potremmo spenderci nell'interrogativo: è possibile mai che possano mettere in pericolo la nostra democrazia? No, ci rispondiamo velocemente: sono pochi, marginali, i maggiori partiti nazionali hanno ormai preso le distanze da questi estremisti: la democrazia è salva ( si ingenera una situazione aporetica: portando all'estremo questo pensiero arriviamo a dire: il problema della democrazia è la parresia, che certa genta possa dire pubblicamente certe cose, che tutti possano dire quello che vogliono. La democrazia va salvata da se stessa). Temiamo per la nostra democrazia, ma non sappiamo bene per che cosa temiamo.

La condanna è un atteggiamento sterile. Dovremmo iniziare a chiederci a cosa servono, a cosa serve che loro esistano. I ragazzi socializzati a questa religione prepolitica servono a mantenere uno stato di eccezione all'interno della rappresentazione del potere statuale democratico. Sono proletari, vengono socializzati allo scontro con le forze dell'ordine; il loro onore e la convinzione delle loro scelte non allineate li conduce verso i DASPO (provvedimenti di allontanamento dalle manifestazioni sporitve), le diffide, i provvedimenti precauzionali di sorveglianza, le denunce, le sanzioni, i processi, i casellari sporchi. In virtù di tale processo di soggettivazione, sono sempre ai margini, non aspirano a far parte di alcuna "classe dirigente", a ricoprire posizioni di rilievo nel sistema sociale e politico: sono tenuti ai confini, la loro socializzazione politica è funzionale a tenerli ai margini, a fare in modo che mai loro si vedano come esclusi da un sistema in cui vorrebbero entrare. Per la buona società (cioè: noi nelle aule universitarie, soprattutto) sono etichettati, devianti (per i salotti televisivi e i portavoce di partito c'è bisogno del caso che faccia esplodere l'etichettamento; c'è: quando dal pestaggio di normale amministrazione ci scappa il morto). Loro si autorappresentano come puri, non allineati, votati alla causa, resistenti rispetto all'omologazione. Attraverso di loro si esternalizza il potere sovrano che decide sullo stato di eccezione. Come nella produzione "postfordista", le democrazie liberali attribuiscono a chi sta ai margini della rappresentazione il lavoro sporco. Lo fanno gli Stati Uniti con la tortura, delegandola agli alleati meno schizzinosi, lo fanno i grossi loghi occidentali con la produzione dei manufatti nei paesi a basso costo e basse garanzie per la forza-lavoro. Lo fa il potere sovrano con la gestione della purezza nella città, la continua riaffermazione delle linne di separazione interne al gruppo sociale. I neofascisti ono proletari, figli della piccola borghesia sempre più marginalizzata dalla cultura e dall'informazione, sono figli di operai, piccoli commercianti sempre più indifesi e sfiduciati dalle condizioni di lavoro, sottoposti alla concorrenza della forza-lavoro immigrata e del mercato globale. Hanno di fronte, come dicono i leader dei loro partiti, un futuro di precarietà e disoccupazione. Sono i ragazzi sui quali si è manifestato il profondo fallimento delle agenzie di socializzazione di cultura, sono i ragazzi a cui la scuola non riesce a trasmettere alcun valore, con cui i professori non riescono a comunicare. Sono i ragazzi a cui comunicano in maniera molto indiretta e trasversale anche i modeli di consumo dominanti per adolescenti: mentre a livello ei contenuti vengono rifiutati in quanto trasmettono un'idea vuota di successo, un edonismo senza valori, perverso e drogato, i modelli di consumo dominante penetrano ad un livello più subdolo, formale: comunicano la levigata uniformità dell'identitificazione pura; i giovani neofascisti traggono dai modelli della comunicazione di massa la struttura formale del modello, dell'identità, della separazione nelle sfere del consumo. Reinterpretano tale identificazione creandosi una comunità di Onore, un'avanguardia, una guardia, che vigili sull'ordine nei luoghi di consumo, ben capace di distinguere cosa è giusto che ci sia in una piazza o in un pub il sabato sera. (ci siamo noi, che difendiamo la pulizia dei luoghi; ci sono loro: gli infami, gli sporchi, i compagni, a cui dobbiamo dare una lezione - non fatevi vedere in giro; ci sono gli altri, quelli che stanno al loro posto, non hanno l'onore, non danno la vita per la causa, ma sono puliti. li riconosciamo al primo sguardo, tutti). Non tengono pulite solo le periferie: stanno, chiaramente visiili, nel centro delle città (ancora l'esempio di Verona). I cittadini, che non direbbero mai: "io sono fascista", sono contenti che loro ci siano, che ci sia qualcuno che finalmente tiene un po' d'ordine (lo stato è necessariamente assente, in questi casi. La percezione dell'insicurezza è la percezione della rottura dell'unità simbolica del proprio luogo; l'insicurezza è lo spaesamento del cittadino che, perso ogni legame comunitario che aveva caratterizzato un certo periodo della nostra vicenda democratica, si trova a non uscire per strada la sera perchè non riconosce più la sua città: per l'impatto con l'altro, senza avere alcuna categoria per interagirvi- ma letto attraverso la categoria del delinquente, del pericoloso, del rumoroso, dell'ubriaco, dello sporco. Lo stato, se non costruendo un ghetto, in questi casi non può intervenire. Costruire ghetti si può: cosa è, per esempio, urbino2? Ma se non si vede, il problema non c'è e la soluzione non serve).

Un'analisi della mitologia politica dei giovani fascisti, che non si fermi al livello dell'indignazione, ci può permettere di analizzare il sistema di valori che accompagna le loro scelte, che definisce la loro identità. I vuoti e le contraddizioni rivelate da tale analisi ci spingono a condurre la nostra indagine sui processi di soggettivazione che creano l'identità fascista. Come abbiamo già detto, tale mitologia appare un guazzabuglio di posizioni difficilmente conciliabili. A tenerne l'unità, forse, è la volontà preponderante di collocarsi al di fuori di uno spazio simbolico le cui contraddizioni vengono cassate rapidamente con una attribuzione di sostanziale impurità, alla quale ci si contrappone, con spirito eroico, con l'Onore della scelta identitaria.Lla scelta identitaria fascista si presta particolarmete a tale affermazione di sè attraverso la rimozione dei vincoli contraddittori intrattenuti con l'altro: l'identità fascista viene ripresa con riferimento alle "due otre cose buone" di cui si è accennato, ma tali elementi non vengono mai separati dalla totalità dell'esperienza fascista e dall'identificazione con la sua retorica. Come suggerisce Antonio Pennacchi in "che ne sai tu del lupo cattivo?" (in "nazirock" pubblicato da feltrinelli nel 2008) l'assunzione dell'identità fascista va riconosciuta come un'assunzione del ruolo di capro epiatorio metastorico e volontario; si scorge in essa il frutto di una difficoltà di metabolizzazione del lutto, assunta e idealizzata come collante identitario. La difficoltà di elaborazione del lutto che i giovani fascisti sperimentano nei confronti del fascismo storico, sarebbe alla base di questo processo autonecrofilo, consistente nel voler perpetrare oggi, settant'anni dopo, il ruolo di capro espiatorio che assunsero i ragazzi di salò nei confronti del Popolo Italiano. Tale meccanismo depressivo porta i giovani antifascisti a non poter definire compiutamente una propria identità che sia scevra da contraddizioni e a risolversi in niente più che anti-antifascisti; essi, cioè, finiscono per mischiare elementi identitari confusi e inconciliabili, assolutamente non costruttivi rispetto alla situazione sociale e storica, solo per negare una retorica antifascista che, se da una parte non rende necessaria giustizia alla complessità del fenomeno fascista, dall'altra essi finiscono per assumenre in toto solo al fine di riaffermarla positivamente. Così, in qualità di capri espiatori volontari, sempre tali al di là delle epoche della storia repubblicana, loro vedono confermata nei fatti la loro purezza, la loro giustizia, senza dover sottoporre ad ulteriore critica i loro valori - ma evidentemente condannati a non poter mai sperimentare un processo di crescita attraverso negazioni e riconoscimenti dialettici. E' un fenomeno che interessa l'intera comunità politica, storicamente impegnata nella costruzione di un mito di fondazione democratica attraverso la resistenza e l'antifascismo, sull'altare del quale ha dovuto sacrificare i militanti di salò, gli ultimi convinti assertori del fascismo nel contesto della disfatta nazionale, che per sineddoche sono passati ad indicare tutti i fascisti, tutto il fascismo che, anche tra i buoni cittadini antifascisti, è stato tranquillamente accolto lungo un ventennio. Il sistema democratico che ha operato tale sineddoche vittimaria, giustificando la totalità del cuo corpo a spese di una minoranza di ragazzi che hanno mantenuto l'onore della patria dalla parte sbagliata, forse non ha saputo sostanziare di verità effettiva il mito che ha costruito in questo sacrificio fondativo, lasciando a morire sulla carta l'impegno per la rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

Anzi, le soggettività politiche che avevano celebrato quel rito costituente sono oggi svuotate e obsolete, poichè i nuovi modelli di inclusione ed esclusione nella società non ricalcano più i cleavages storici della società industriale del novecento, sui quali si erano costruiti miti politici progressivi ed emancipatori. La politica, assurta a sistema di governamentalità, rifiuta di rappresentare il conflitto - creatore di valori - ritenendo che tale dinamica sia "novecentesca", legata ad un'idea superata di società. Oggi la politica governamentale accomuna la destra e la sinistra in un alveo di indistinguibilità in cui l'unico slogan, la sicurezza, funziona come centro oscuro che ricopre tutto il corpo politico, in cui ogni cittadino è potenzialmente un terrorista e viene sottoposto agli stessi controlli biometrici un tempo riservati ai criminali recidivi dal potere esecutivo.

E' una situazione in cui stato normale e stato di eccezione vengono a coincidere. Quando non c'è una rappresentazione del conflitto nel sistema politico, questo si ridisloca sui nuovi confini dell'esclusione. Coloro che sono al di là di tali confini sono i corpi eccepiti dal sistema politico delle società occidentali, presi fuori - un esempio su tutti gli stranieri, condannati ad una posizione di costante marginalità creata dalle norme restrittive (che tendono a crearli immediatamente come devianti) e dall'organizzazione del lavoro; gli stranieri sono sempre possibili oggetti della ferocia della massa nazionale, sempre possibili pharmakoi, rispetto ai quali la nostra società lascia le porte socchiuse - un esplicito invito che non implica il dovere dell'accoglienza (c. m. bellei, "la comunità nuda", 2008)

Come da lunga tradizione, il fascismo serve a mantenere uno stato di eccezione nel sistema democratico liberale, per governare la partecipazione popolare e tenere a bada le soggettività sociali e politiche potenzialmente disgreganti. Oggi lo stato di eccezione indistinguibile dallo stato normale è il frutto del processo biopolitico occidentale: nelle democrazie borghesi, la rivendicazione della vita biologica come diritto, come unico carico di cui la politica è portatore, porta al primato del privato sul pubblico e delle libertà individuali sugli obblighi collettivi. Lo spazio politico non è più assimilabile a quello della polis ma funziona come l'oikos collettivo pienamente realizzato - tale oikos non è il luogo realizzato della comunità ma uno stato di indistinzione tra diritto e forza, in cui il modello di inclusione è la spettanza, l'esclusione è data dall'impurità.

Dove le linee di demarcazione interna sono incerte, dove le soggettività politiche sono sbiadite a vantaggio di una comunità domestica gestita dall'economia, in cui gli idividui sono tali in quanto delegano la gestione della vita biologica alla tecnica e ai centri di potere che la tecnica utilizzano, vengono in aiuto le idee di contaminazione per definire la struttra sociale. La purezza è la piena gestione del sè attribuita ai prodotti, l'impurità e data da uno scarso accesso alle possibilità di delegare la gestione della vita biologica a tali sistemi tecnico-mercantili. Ma la totale indistinzione tra norma e stato d'eccezione significa anche che il potere governamentale non è più espressione di alcun potere costituente in cui il popolo - categoria rischiosa e surrettiziamente unitaria - possa riconoscere se stesso, nel quale posssa realizzarsi la lotta tra forze che pongono i valori. Ciascuno sa di potersi sapere buono se crede in un sistema di potere che lo difenda dalla paura di avere paura; gli agenti della paura sono disseminati qua e la in ogni sistema sociale. Sono i neofascisti, le ronde leghiste, le subculture mafiose, i poliziotti esaltati. La sovranità non può esercitare direttamente questa inoculazione di paura senza rompere la rappresentazione armonica della spettanza, nella quale la politica è governo di una massa di individui, perfetti giudici dei propri interessi e imperiosi esattori di sicurezza, indifferentemente alla forma del regime politico stesso. Tali agenti di paura, tali vigilantes della rappresentazione spettacolare e vuota non hanno alcuna regola di ingaggio: la loro marginalità basta a fare in modo che essi adottino un modello di giudizio della sporcizia, un sistema di categorie di contaminazione che autoproduca le proprie istanze e le proprie soddisfazioni (quando qualcuno esagera, o sbaglia bersaglio, il sistema si riorganizza sacrificando qualche ragazzino sull'altare dell'ordinamento giuridico-spettacolare). Le categorie di impurità colpiscono chi deve essere colpito, nella maggior parte dei casi (immigrati, rom, individui che non consumano, non votano, non guardano la televisione, sporcano, rompono l'unità del luogo di consumo, devono restarsene nel loro ghetto, devono sapere di essere sotto controllo); la violenza di questi agenti della paura socializza i giovani dei loro quartieri; si autoriproduce con la forza del "meglio starsene tranquilli". E' un modello di trasmissione di cultura in cui nuovi giovani proletari saranno presi, perderanno ogni possibilità di emanciparsi, saranno puri operatori di purezza.

Perchè un potere (leader per nulla marginali nel sistema politico, emersi spaventosamente indenni da scabrose vicende giudiziarie, legati a doppio filo alla più pervasiva classe dirigente degli ultimi anni) incanala in un ribellismo marginale e assolutamente non-dialettico una massa di corpi esplosivi, la cui energia vive delle tensioni di un modello produttivo escludente e contraddittorio. Questi corpi esplosivi ed energici sono gli esclusi dai modelli accomodanti del sistema occidentale; la socializzazione politica che su di essi viene applicata ne spegne ogni possibilità rivoluzionaria. Il potere scrive sui loro corpi le svastiche e la retorica che li tiene sotto controllo; un giovane proletariato non assimilato dalla democrazia del consumo, potenzialmente sovversivo e destrutturante, viene ricondotto dentro le forme di funzionamento della rappresentazione del potere, viene portato ad essere la guardia armata della sua purezza. I neofascisti, inoculati di violenza, sono disposti sulla scena urbana a ricordare la paura che bisogna aver paura di avere.

E la nostra retorica umanistica e antifascista è colpevole; il nostro discorso antifascista, figlio di un mito democratico con cui non riusciamo più ad interagire criticamente, contribuisce a creare questi soggetti. Non sono in grado di fare alcuna marcia su roma; l'ordinamento giuridico del fascismo sarebbe incompatibile dcon le mutate condizioni economiche, sociali, tecnologiche; non c'è pericolo, siamo al sicuro. Guardiamo questi giovani esaltati e continuiamo ad usarli per sentirci migliori, democratici, liberali, di sinistra. E non ci rendiamo conto di ciò in cui ci siamo.

Questa storia non è nuova. Pasolini ammoniva i suoi contemporanei mostrando la barbarie del nuovo fascismo dei consumi. Il potere omologante dello Sviluppo, devastate le culture contadine, espressive, del popolo ormai assimilato dalla falsa liberazione edonistica del boom economico, genera contraddittori episodi di ribellismo disperato, afasico, irrazionalistico. Mentre i giovani del sessantotto isolano la loro protesta in un ambito autoreferenziale, che li sottrae ad ogni possibilità di interagire dialetticamente con i loro padri borghesi, la classe politica dominante nasconde la propria inettitudine dietro la retorica umanistica dell'antifascismo. Tale antifascismo è inutile contro il novo fascismo dei consumi, lontano dalla retorica umanistica del ventennio ma piuttosto orientato a un pragmatismo pervasivo e violento nella sua falsa tolleranza, volto alla "riorganizzazione e l'omologazione brutalmente totalitaria del mondo". La retorica antifascista dei dirigenti borghesi serve a nascondere le connivenze con le stragi, con i provocatori, cpn i giovani teppisti manovrati dai servizi segreti. Pasolini scrive:

"non abbiamo fatto nulla perchè i fascisti non ci fossero. li abbiamo solo condannati gratificando la nostra coscienza con la nostra indignazione; e più forte e petulante era l'indignazione più tranquilla era la coscienza.

in realtà ci siamo comportati coi fascisti (parlo soprattutto di quelli giovani) razzisticamente: abbiamo cioè frettolosamente e spietatamente voluto credere che essi fossero predestinati razzisticamente ad essere faascisti, e di fronte a questa decisione del destino non ci fosse niente da fare. e non nascondiamocelo: tutti sapevamo, nella nostra vera coscienza, che quando uno di quei giovani decideva di essere fascista, ciò era puramente casuale, non era che un gesto, immotivato e irrazionale: sarebbe bastataforse una sola parola perchè ciò non accadesse. ma nessuno di noi ha mai parlato con loro o a loro. li abbiamo subito accettati come rappresentanti inevitabili del Male. e magari erano degli adolescenti e delle adolescenti diciottenni, che non sapevano nulla di nulla, e si sono gettati a capofitto nell'orrenda avventura per semplice disperazione.

ma non potevamo distinguerli dagli altri (non dico dagli altri estremisti: ma da tutti gli altri). è questa la nostra spaventosa giustificazione."

(24 giugno 1974, sul "corriere della sera" con il titolo "il Potere senza volto". ora in "Scritti Corsari")

da queste righe il grido di dolore di Pasolini ancora ci appella.

21 nov 2009

L'EDITORIALE - una storiella scritta e disegnata da luca negrogno

























transpolitico



La postdemocrazia è

il paradosso che fa valere, sotto il nome di democrazia, la pratica consensuale di annullamento delle forme dell'agire democratico. La postdemocrazia è la pratica governamentale e la legittimazione concettuale di una democrazia post demos, una democrazia che ha eliminato l'apparenza, il resoconto e il conflitto del popolo ed è dunque riducibile al solo gioco dei dispositivi statali e delle mediazioni tra energie e interessi sociali. La postdemocrazia non è una democrazia che ha trovato nel gioco delle energie sociali la verità delle forme istituzionali. E' una modalità di identificazione, tra i dispositivi istituzionali e la disposizione tra parti e parti della società, capace di far scomparire l'oggetto e l'agire tipici della democrazia. Si identifica con la pratica e la riflessione intorno a un completo adeguamento tra le forme dello Stato e lo stato delle relazioni sociali. (...)

E' la scomparsa del dispositivo dell'apparenza e del resoconto conflittuale innescati dal nome del popolo e dallo spazio vuoto della sua libertà. (1)

A questo spazio della rappresentazione conflittuale si oppone il mondo "in cui tutto si vede". La postdemocrazia viene immunizzata dall'apparenza decodificante del popolo attraverso l'instaurazione del regime dell'opinione, l'identificazione tra ogni parte della società e la sua più propria identità, prodotta dal dispositivo di sondaggio costante che armonizza il conto delle parti all'immagine del tutto. Attraverso il dispositivo che rende l'opinione pubblica sempre presente a se stessa come comunità realizzata attraverso la "parola libera" (anzi, più che libera: richiesta, sollecitata e incanalata nella prestazione binaria di una risposta determinata dal codice della domanda), dell'espressione dell'opinione, il popolo perviene all'ultima forma di visibilità totale che si identifica con la sua assenza. E' questo il regime transpolitico che Baudrillard definisce "oscenità", il più vero del vero, la fine di ogni gioco possibilmente conflittuale di rappresentazione. Nella visibilità globale l'apparenza, il luogo privilegiato del conflitto sulla aisthesis, non ha luogo di manifestarsi, una volta che il reale è pervenuto alla identità con se stesso. Come "regime omogeneo del visibile", quello che ci si presenta è una "polizia realizzata", dal momento che ogni parte della società è indagata e spinta a manifestare senza scarti la più profonda verità nella "realtà simulata" del regime dell'opinione. Quando parliamo di realtà simulata, indichiamo la proliferazione mediatica del sondaggio, in cui si realizza il "regime dell'opinione", che è la forma di visibilità a se stessa della comunità attraverso cui è per sempre realizzato l'occultamento della forma della separazione che costituisce nella sua più profonda essenza lo spettacolo. La separazione, la prestazione primitiva del potere che perviene alla sua forma autocosciente nello spettacolo, realizzazione della merce come feticcio, è ormai totalmente ricomposta nel momento in cui il postdemos è costantemente presente a se stesso nell'identità tautologica del reale con se stesso. La "simulazione" del popolo pienamente evidente si realizza come una metapolitica rovesciata, dal momento che in essa è organizzato senza scarto il rispecchiamento dell'opinione in se stessa, "identica alla effettività del popolo sovrano e alla conoscenza scientifica dei comportamenti di una popolazione", vale a dire dei suoi bisogni e dei suoi desideri.

Il popolo è identico alla somma delle sue parti. La sommatoria delle sue opinioni è uguale alla somma delle parti che lo costituiscono. Il conto è sempre pari, senza avanzo. E questo popolo assolutamente uguale a sé è anche sempre scomponibile nel suo reale: le sue categorie socio-professionali e le sue classi d'età. Non può dunque verificarsi nulla sotto il nome di popolo, se non il computo delle opinioni e degli interessi delle sue parti, perfettamente computabili. (2)

Così, la massima istanza politica dell'uguaglianza di ciascuno con chiunque è scomposta nella nuda vita dei cittadini e, attraverso la rappresentazione, realizzata nel corpo sovrano; nel momento in cui il popolo sovrano si realizza come costante presenza a sé dell'opinione aggregata degli individui, viene meno la possibilità di individuare uno scarto metapolitico e archipolitico tra gli omonimi di "popolo" e l'uguaglianza si realizza sussumendo archipolitica e metapolitica nella sua forma poliziesca. L'uguaglianza viene ora dalla possibile scomposizione empirica del popolo nelle sue parti, di quel popolo sovrano che ha pienamente realizzato la sua sovranità attraverso la "scienza dell'opinione". La scienza dell'opinione, infatti, non è solo l'organizzazione oggettiva del sondaggio che scompone empiricamente il popolo in categorie pronte ad esprimere la loro più profonda verità, ma è anche il mediatore ufficiale della totale identità tra opinione e diritto. Il "fare politico", nelle postdemocrazie, si configura infatti come tendenziale adeguamento dello "stato di diritto" al regime dell'opinione; questa è la forma ultima di legittimazione democratica. Questo è possibile in virtù di un'altra e più profonda configurazione della "scienza dell'opinione" come piena realizzazione e assoluzione moderna del platonismo.

La scienza dell'opinione non è, infatti, soltanto la scienza che trova nell'opinione il suo oggetto. E' la scienza che si realizza immediatamente come opinione, la scienza che ha senso soltanto in quel processo speculare per cui un'opinione si vede riflessa nello specchio della sua identità che la scienza le tende. L'unità senza resti del popolo sovrano, della popolazione empirica e della popolazione scientificamente riconosciuta, è anche l'identità tra l'opinione e la sua antica rivale platonica, la scienza. Il regno della "simulazione" non è dunque la rovina della metafisica e dell'archipolitica platoniche, ma la paradossale attuazione del loro programma: la comunità governata dalla scienza, che sistema ciascuno al suo posto, con l'opinione a esso più opportuna. La scienza delle simulazioni dell'opinione è la perfetta realizzazione della virtù vuota che Platone chiamava sophrosunè: il fatto che ciascuno stia al proprio posto, vi svolga i propri affari, abbia l'opinione corrispondente al fatto di appartenere a quel posto, e al fatto di svolgere solo le mansioni che deve svolgere. Questa virtù di identità, per Platone, presupponeva che i simulacri degli specchi e dei burattinai venissero cacciati dalla città. Ma nello specchio offerto all'opinione dalla scienza dell'opinione, appare che opinione può diventare il nome stesso dell'essere al proprio posto, che la specularità può diventare il regime di interiorità in grado di rimandare a ogni cittadino e a ogni parte delle comunità l'immagine autentica di ciò che sono. (3)

Nel momento in cui uno specifico regime di organizzazione del sensibile realizza, attraverso la mediazione del popolo totalmente visibile a se stesso, la piena rispondenza a sé dell'identità di ciascuno, ogni apparizione di conflitto viene scongiurata attraverso la gestione dello spazio, diventato folle, del possibile conflitto. Tale spazio è tematizzato come "problema", preferibilmente attraverso la definizione paradossale di "problema concreto", attraverso delle categorie concettuali che assorbono e predeterminano ogni possibile apparizione del conflitto incanalandole nella pre-comprensione gestionale. Per scongiurare l'apparenza della divisione in seno al popolo ormai pervenuto alla piena unità con se stesso, si producono le megacategorie che inseriscono ogni possibile spazio di conflitto in una "definizione oggettiva del problema" che esclude rigorosamente ogni possibilità di tematizzazione politica e conflittuale del fatto. Questa forma di organizzazione dell'aisthesis, la cui struttura sarà particolarmente evidente nell'analisi del "dispositivo di razzismo" che interessa in modo particolarmente rilevante le società postdemocratiche, realizza all'interno delle singole unità significanti quella forma campo di cui abbiamo parlato come unica possibile localizzazione del nomos in uno spazio sociale omogeneo, in cui fatto e diritto sono divenuti indistinguibili, in cui al linguaggio è tolta ogni possibilità di rappresentazione conflittuale.

Già Heidegger aveva visto che sotto la piena oggettivazione del rapporto tra l'esserci e l'ente nel "si", si gioca e si occulta una possibilità radicale di conflitto, un conflitto totalizzante che sempre si ri-vela nell'equivocità dell'esser-nel-mondo linguistico:

L'esser-'l'uno con l'altro' nel si non è affatto un essere l'uno accanto all'altro, in sé concluso e indifferente ma è, anzi, un teso ed equivocante badare l'uno all'altro, un furtivo reciproco orecchiarsi. Sotto la maschera dell'uno per l'altro si recita la parte dell'uno contro l'altro. (4)

Con la realizzazione piena e la scomposizione del si nell'identità pienamente trasparente di ciascuno con se stesso, raggiunge un livello parossistico di quella che Heidegger definisce precomprensione: non c'è alcun "fatto" che possa dare luogo ad un inserimento potenzialmente conflittuale in categorie di senso, ma la creazione di iper-categorie in cui riposa la potenza di fatti-già-da-sempre-compresi, già totalmente assorbiti nella precisa articolazione dell'apparato che identifica regime dell'opinione e stato di diritto, fornendo la prestazione governamentale più appropriata al fatto che cade nella categoria in questione. La iper-categoria della precomprensione parossistica è estremamente fluida, disarticolata, ma già così a fondo compresa perché porta già in se la opportuna risposta istituzionale, la gestione del fatto come problema oggettivato in una specifica prestazione del kratos, il quale non è più kratos ma articolazione del mero possibile. L'unica risposta valida ad un problema è l'unica oggettivamente possibile. Questo stato di fatto potenziale inglobato dentro una categoria fluida ma già compresa in cui si saldano indissolubilmente opinione e diritto, esaurisce totalmente in sé ogni possibile narrazione. Il computo della "cadenza" dei fatti diviene l'unico modo dei fatti di darsi. Poiché ogni iper-categoria è un preciso dispositivo produttore di "oggettività", nel quale si saldano in una prestazione particolare tensioni specifiche del rapporto tra opinione e stato di diritto, bisogna tener presente che ogni "oggettività" così prodotta porta sempre dietro il residuo di una ambivalenza, della possibile conflittualità che ha rotto e immunizzato. Questa tensione apparirà particolarmente evidente nella prestazione del "dispositivo di razzismo" come articolazione dell'identità della comunità con sé attraverso il sentimento, contrapposta alla prestazione del diritto che può legittimarsi solo come gestione oggettiva. Ma già ora possiamo vedere che questa specifica funzione del linguaggio postdemocratico può mantenersi solo costruendo

l'utopia di un capitale illimitato di linguaggio come valore d'uso e valore di scambio. Ognuno, per significare, procede per accumulazione e scambio cumulativo di significanti la cui verità è altrove. (...) questo "consumo" discorsivo, sul quale non cala mai lo spettro della penuria, questa manipolazione scialacquatrice, sostenuta dall'immaginario della profusione, porta ad un'inflazione prodigiosa che lascia, immagine delle nostre società a crescita incontrollata, un residuo altrettanto prodigioso, un rifiuto non degradabile di significanti usati, ma mai consumati. Perché le parole che sono servite non si volatilizzano, s'accumulano come un rifiuto - inquinamento segnico (...). (5)

(1), (2), (3) - Jacques Ranciere, "Il disaccordo"
(4) - Martin Heidegger, "Essere e tempo § L'equivocità"
(5) - Jean Baudrillard, "Lo scambio simbolico e la morte"

16 nov 2009

siamo costretti

Nell'Europa dei 27 l'Italia è tra i paesi con il numero più alto di poliziotti penitenziari in termini assoluti e relativi. Se si considera l'attuale numero di detenuti - 65 mila circa - in Italia abbiamo un poliziotto penitenziario ogni 1,54 detenuti. La media europea è di 2,94. Sono 42.268 i poliziotti penitenziari in organico. 39.482 sono i poliziotti che lavorano effettivamente per l'amministrazione penitenziaria al netto di distacchi e assenze di vario tipo. Tra le situazioni regionali di maggiore disagio vanno segnalate quelle del Piemonte, Veneto, Emilia Romagna e Sardegna. Posto che circa 1500/1800 agenti svolgono compiti anche di natura contabile, che circa 700 agenti lavorano negli spacci, che circa 4/5000 uomini sono giornalmente impegnati nei servizi di traduzione e piantonamento dei detenuti fuori dalle strutture penitenziarie, che circa 500 agenti lavorano al ministero della Giustizia, che circa 1600 agenti lavorano al Dap, che varie migliaia sono impegnate nei Provveditorati regionali, nelle Scuole di formazione, agli U.e.p.e., al Gom - Gruppo operativo mobile-, al N.i.c. - Nucleo centrale investigazioni, all'U.s.p.e.v. Ufficio per la sicurezza del personale e della vigilanza, al Servizio centrale delle traduzioni e piantonamenti, con annessa la sezione relativa al Servizio polizia stradale, fuori dall'amministrazione penitenziaria (Corte dei conti, Presidenza consiglio dei ministri, Csm, ministeri diversi) ne restano a spanne 16 mila che si sobbarcano il lavoro atto a garantire la sicurezza complessiva nelle carceri. Per un sud che non ha carenze di organico - anzi - vi è un nord dove la situazione è drammatica (a Padova nuovo complesso mancano 78 unità, a Tolmezzo 38, a Torino 187, a Brescia 155).


ilmanifesto

biopolitica

di Marco Mancassola
Lo spettacolo dei corpi
Come sarà ricordato negli annali il 2009 italiano? Potrà essere ricordato come «anno del corpo». Si tratta di una facile profezia se pensiamo ai maggiori scandali di quest'anno: dal processo-celebrazione del corpo del Capo, le cui prestazioni hanno solleticato per mesi la coscienza degli italiani; alle fotografie del povero corpo di un ragazzo martoriato in carcere; fino alle polemiche sul corpo più rappresentativo della nostra tradizione, quello appeso a una croce e onnipresente, nel bene o nel male, nei nostri uffici pubblici.
L'anno che si avvia a concludersi sarà anzitutto ricordato come quello in cui la politica italiana sembrò americanizzarsi, segnando l'ingresso dello scandalo sessuale nel ring dello scontro politico. Sarà ricordato come l'anno in cui molte donne tornarono a interrogarsi davanti all'ormai esplicita, grottesca piega maschilista presa dalla società politica, nonché dalla coincidente società dello spettacolo. Se gli storici del futuro saranno spiritosi, perché no, sarà ricordato come l'anno in cui la penisola italiana smise di somigliare a uno stivale per prendere la forma di un gigantesco pene, gibboso e biforcuto: quello del capo ma anche la sua controparte esotica, a quanto pare non meno ossessionante per molti italiani, rappresentata dal pene del trans.
Nel corso di questo anno ci sono stati dibattiti sull'opportunità di fondare analisi politiche in base a simili vicende. Sarà ricordato, dunque, anche come l'anno in cui tutti ci siamo chiesti, una volta per tutte, quale sia il confine tra pubblico e personale, tra corpo politico e corpo intimo. Più di qualcuno ha detto che scavare troppo nell'intimo del capo è controproducente, un tentativo destinato a ritorcersi contro tutti, proprio come dimostrato dalla vicenda Marrazzo. La vita erotica dei presidenti sarebbe un rischioso vaso di Pandora.
Un tempo i politici italiani parevano senza corpo. Ma poi vennero gli anni Ottanta e da allora, sempre più, la società italiana si è basata su uno straordinario incastro. Il fantasma sessuale come fondamento del dominante spettacolo, e lo spettacolo come fondamento del dominante potere politico: sicché, quando il cerchio si chiude, diventa forse inevitabile interrogarsi sulla sessualità del potere, sulle contraddizioni che essa rivela. Il cortocircuito tra immaginario, tecniche del potere e allusione sessuale non è un'esclusiva italiana, ma ha raggiunto in Italia il suo livello estremo. Era dunque destinato a venire in primo piano e lo ha fatto in questo fatidico anno.
Di mezzo non ci sono solo i corpi dei politici e non solo le questioni del sesso. Sempre più il corpo sarà campo di battaglia e senza sosta saremo chiamati a riflettere sulla nostra dimensione fisica, sul nostro essere più o meno liberi, sulla nostra capacità di vivere il corpo in modo il più possibile trasparente, ovvero in un modo che non ci renda ricattabili. L'«anno del corpo» ci renda più consapevoli.
Ma perché i discorsi sul corpo diventano tanto centrali? Per motivi che vanno oltre le solite ossessioni vaticane. Perché l'avanzare delle biotecnologie mette in subbuglio le biopolitiche; perché nel gioco contemporaneo ci sentiamo sempre più relegati al ruolo di cose intercambiabili; perché di fronte al tramonto di ogni orizzonte di senso condiviso, il corpo è tutto ciò che resta, unico sintomo della nostra incerta presenza. Molti possono essere i motivi, non ultimo il trovarci a vivere nostro malgrado nello spettacolo totale. Ovvero in quella dimensione in cui la realtà ha sempre meno l'aroma della realtà, dove ognuno si sente obbligato a dare spettacolo di se stesso dentro e fuori la rete, dove tutto, i nostri discorsi, i nostri incontri, i nostri gesti, sembra uscire dal copione di uno scadente show. In questo copione, la scena erotica è pur sempre la scena clou; il nostro corpo è il principale mezzo di performance.
Questa svolta percettiva, da tempo segnalata da vari studiosi, riguarda le generazioni giovani e non solo. Di fronte a essa il dolore dei corpi, con il suo realissimo dramma, irrompe come un imbarazzante problema, catalizzando attenzione spettacolare molto prima che umana pietà. A questo riguardo possiamo capire il dilemma di scelte come quella di Beppino Englaro, che decise di non diffondere le foto del corpo della figlia in stato vegetativo, di non immetterle cioè nel circolo mediatico dello spettacolo, pur sapendo che questo avrebbe forse aiutato la sua causa; o della famiglia di Stefano Cucchi, che ha invece diffuso le immagini del corpo massacrato del figlio, nonostante i pericoli dello spettacolo, proprio per ottenere l'appoggio dell'opinione pubblica.
A proposito di pietà. Giunti a questo punto, potremmo rivolgere la nostra al povero cadavere della gioventù italiana. Quella gioventù ormai compresa nell'arco di due significativi poli. Da una parte la gioventù massacrata per strada o nelle carceri, picchiata alle manifestazioni studentesche, fisicamente minacciata dal potere poliziesco; dall'altra la gioventù esposta nei reality show come un pesce in un acquario, spogliata di ogni prerogativa al di là del flebile raggio di sex-appeal che ancora emette, ridotta a fonte di brividi voyeuristici per la gerontocrazia italiana. Queste sembrano le alternative offerte, i due poli all'orizzonte. Chiunque non si adegua ai codici del regime dello spettacolo può aspettarsi di finire massacrato.
Infine, per concludere, la nostra pietà andrebbe magari rivolta anche al corpo che più di tutti è stato mille volte strumentalizzato. Mille volte tradito, ridotto a feticcio, negato nel suo significato profondo: che siamo cristiani o no, il corpo appeso alla croce descrive in modo singolare il dramma fisico in cui oggi siamo tutti immersi. La polemica su questo corpo è corollario perfetto dell'«anno del corpo». Risulta paradossale che i meccanismi finora descritti tocchino il loro livello estremo in un paese che per tradizione dichiara di identificarsi nel corpo crocifisso: non fosse tragica, una tale ipocrisia meriterebbe una sonora risata. Chissà se i cattofascisti che tanto si infervorano hanno mai davvero sollevato gli occhi verso quel corpo. Avranno mai sollevato gli occhi verso qualunque corpo?
Appesa a quella croce c'è un'umanità che accetta l'esperienza fisica, compresa quella indicibile del dolore, per esserne trasformata fino a proclamare la resurrezione spirituale per il credente, o una nuova uguaglianza tra gli uomini per il laico. Si può essere più o meno vicini alla centralità del dolore nel messaggio cristiano. Ma al di là del falso problema del restare nelle aule, si può supporre che questo simbolo suggerisca un ruolo del corpo assai diverso da quello del regime dello spettacolo in cui viviamo. Un corpo che serve a incontrare l'altro e non a utilizzarlo. A ricevere e concedere pietà e non mercificazione. Un corpo che è continua trasformazione e non sterile esibizione. Viviamo in un'epoca in cui pensiamo di conoscere tutto sul sesso, sul dolore, sul corpo, ma la realtà è che rischiamo di conoscere sempre meno e che abbiamo bisogno di essere molto saldi e presenti, nelle nostre esperienze, in questa strana avventura che è la «repubblica dei corpi italiani».




ilmanifesto

Sovranità Alimentare dei Popoli

Sovranità Alimentare dei Popoli: facciamola funzionare !
(documento di Via Campesina sottoscritto da altre organizzazioni)

scarica l'acrobat

Priorità per la produzione nazionale al posto delle esportazioni e il commercio internazionale.
Fuori l'OMC dall'alimentazione e dall'agricoltura!


L'agricoltura e l'alimentazione sono fondamentali per tutti i popoli, sia in termini di produzione e disponibilità di quantità sufficienti di alimenti nutrienti e sicuri, sia in quanto pilastri di comunità, culture e ambienti rurali e urbani salubri. Tutti questi diritti vengono erosi dalle politiche economiche neoliberiste spinte con crescente enfasi dalle grandi potenze economiche come gli Stati Uniti e l'Unione Europea, attraverso istituzioni multilaterali come l'Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO), il Fondo Monetario Internazionale (IMF) e la Banca Mondiale. Invece di garantire l'alimentazione per tutta la gente del mondo, questi organismi presiedono un sistema che moltiplica la fame e diverse forme di denutrizione, con l'esclusione di milioni di persone dall'accesso a beni e risorse produttive come la terra, l'acqua, le sementi, le tecnologie ed il know how. Occorrono cambiamenti urgenti e fondamentali a questo regime mondiale.
La sovranità alimentare è un diritto fondamentale dei popoli.
Per garantire l'indipendenza e la sovranità alimentare di tutti i popoli del mondo, è essenziale che gli alimenti siano prodotti mediante sistemi di produzione diversificati, su base contadina. La sovranità alimentare è il diritto di ogni popolo a definire le sue politiche agrarie in materia di alimentazione, proteggere e regolare la produzione agraria nazionale e il mercato locale al fine di ottenere risultati di sviluppo sostenibile, e decidere in che misura vogliono essere autosufficienti senza rovesciare le loro eccedenze in paesi terzi con la pratica del dumping. La sovranità alimentare non nega il commercio (internazionale), piuttosto difende l'opzione di formulare quelle politiche e pratiche commerciali che servano ai diritti della popolazione per una produzione (alimentare) nutriente, sana ed ecologicamente sostenibile.
Per conseguire e preservare la sovranità alimentare dei popoli e garantire la sicurezza alimentare, i governi dovranno adottare politiche che diano impulso a una produzione sostenibile , basata sulla produzione familiare contadina, al posto di un modello industriale, dagli alti consumi e orientato all'esportazione.
Tutto ciò comporta l’adottare le seguenti misure:
Politiche di mercato
• garantire prezzi remunerativi per tutti gli agricoltori;
• proteggere i mercati nazionali dai prodotti importati a basso prezzo;
• regolare la produzione nel mercato interno al fine di evitare l'accumulo di eccedenze;
• abolire ogni appoggio diretto e indiretto alle esportazioni;
• eliminare progressivamente quei sussidi alla produzione nazionale che promuovano sistemi agricoli insostenibili e modelli iniqui di possesso della terra e in cambio, dare appoggio a pratiche agricole sostenibili e ai programmi di riforma agraria.
Ambiente, qualità e sicurezza degli alimenti
• controllare adeguatamente la proliferazione di epidemie e malattie, garantendo nello stesso tempo la sicurezza e la non nocività degli alimenti;
• fissare criteri di qualità degli alimenti adeguati alle preferenze e necessità della gente;
• stabilire meccanismi nazionali di controllo di qualità degli alimenti, in modo che seguano giuste regole ambientali, sociali, sanitarie di alta qualità.
Accesso a risorse produttive
• riconoscere e far valere i diritti giuridici e le consuetudini delle comunità per quanto concerne le decisioni sull'uso delle risorse locali e tradizionali, anche quando non abbiano ancora goduto di quei privilegi giuridici precedentemente;
• garantire l'accesso equo alla terra, alle sementi, all'acqua, al credito e altre risorse produttive;
• proibire ogni forma di sperimentazione su esseri viventi e la appropriazione di saperi collettivi su agricoltura, salute e alimentazione mediante l'utilizzo della proprietà intellettuale;
• proteggere i diritti degli agricoltori, dei popoli indigeni e delle comunità locali circa le risorse fitogenetiche e i saperi collettivi, incluso il diritto degli agricoltori a scambiarsi e riprodurre sementi.
Produzione - Consumo
• sviluppare economie alimentari locali basandosi nella produzione locale e stabilendo punti di vendita locali
Organismi Geneticamente Modificati
• proibire la produzione e commercializzazione di sementi, alimenti e prodotti geneticamente modificati, così come qualunque prodotto affine.
Trasparenza dell' informazione e leggi anti-monopolio
• garantire l'etichettatura chiara e precisa degli alimenti per il consumo umano e animale, basata sul diritto di consumatori e agricoltori di conoscere l'origine e i contenuti di quei prodotti;
• fissare norme obbligatorie per tutte le imprese, che garantiscano la trasparenza, la responsabilità pubblica, il rispetto dei diritti umani e le norme ambientali;
• adottare leggi antimonopolistiche per evitare la formazione di monopoli industriali nei settori agricolo e alimentare.

La sovranità alimentare al di sopra delle regole del commercio.
Non si deve concedere priorità al commercio internazionale al di sopra degli fini sociali, ambientali, di sviluppo o culturali. Bisogna dare priorità alla produzione di sussistenza e culturalmente appropriata di alimenti sani, nutritivi, di buona qualità e a prezzi ragionevoli, per il mercato interno e i mercati subregionali e regionali. La liberalizzazione del commercio, che lascia nelle mani delle forze del mercato (le poderose imprese transnazionali) il potere di decidere cosa e come produrre e commercializzare gli alimenti, non può garantire queste importanti mete sociali.

No alle politiche agricole e alimentari neoliberiste!
Noi sottoscritti firmatari denunciamo la liberalizzazione degli scambi di prodotti agricoli promossa attraverso accordi di libero commercio bilaterale, regionali e nell'OMC, specialmente la pratica del dumping di prodotti agricoli dei grandi esportatori nei paesi del terzo mondo. Le politiche neoliberiste obbligano i paesi a specializzarsi in prodotti agricoli in cui godono di supposti "vantaggi comparativi", e a commercializzarli in base allo stesso principio. In realtà si determina la produzione per l'esportazione a spese della produzione di alimenti per il mercato interno, e le risorse e i mezzi di produzione si trovano ogni volta di più sotto il controllo di interessi privati d'impresa.
I governi ricchi continuano a sovvenzionare fortemente l'agricoltura d'esportazione nei loro paesi, destinando la maggior parte di quelle risorse ai più grossi produttori. La maggior parte dei soldi dei contribuenti sono consegnati a grandi imprese, grandi produttori, grandi commercianti e catene minori - che sviluppano pratiche agricole e commerciali insostenibili - invece che ai piccoli produttori che producono principalmente per il mercato interno, spesso con pratiche più sostenibili.
Queste politiche di impulso alle esportazioni hanno dato origine a prezzi di mercato per i prodotti che sono molto più bassi dei costi reali di produzione. Questo aumenta e sviluppa la pratica del dumping e permette che le imprese multinazionali comprino prodotti agricoli a prezzi molto bassi, per venderli poi a prezzi molto più alti a consumatori tanto del Sud come del Nord. Le forti sovvenzioni agricole dei paesi ricchi sono in realtà sovvenzioni all'industria agroalimentare, ai grandi commercianti e a una minoranza di grandi produttori.
Gli effetti negativi di queste politiche e pratiche si rivelano sempre di più con maggiore chiarezza. Esse conducono alla scomparsa dell'agricoltura familiare su piccola scala, tanto nel nord come nel sud; è aumentata la povertà, specialmente nelle zone rurali; i terreni e l'acqua sono inquinati e degradati; ci sono state perdite irreparabili di diversità biologica e distruzione di habitat.
Dumping.
Per come lo si intende correntemente, il dumping si realizza quando si vendono prodotti in un mercato a prezzi minori del costo di produzione di quei prodotti in quello stesso mercato. Questa pratica ha preso diverse forme sotto le attuali politiche neoliberiste e si esprime tanto nel commercio Nord-Sud come negli interscambi Sud-Nord e Sud-Sud. Indipendentemente dalla forma adottata è una pratica che porta alla rovina dei piccoli produttori locali tanto nei paesi di origine come in quelli dove si vendono quei prodotti.
Per esempio:
• Esportazione in India di prodotti caseari sovvenzionati dall'Unione Europea;
• Esportazione di maiali industriali (prodotti norcini) dagli Stati Uniti ai paesi del Caraibi;
• Esportazione di maiali nella Costa del Marfil provenienti dall'Unione Europea a prezzi - sovvenzionati - tre volte minori del costo di produzione nell’area;
• Esportazione di fili di seta dalla Cina all'India a prezzi molto più bassi che il costo di produzione in India;
• L'importazione a basso prezzo di mais proveniente dagli USA in Messico - paese di origine del mais - sta provocando la rovina dei produttori messicani del cereale. D'altra parte, le verdure a basso prezzo messicane stanno rovinando, con gli accordi TLCAN (NAFTA), i produttori orticoli canadesi.
E' imperativo impedire la pratica del dumping. I paesi importatori devono godere del pieno diritto di proteggersi contro il dumping e ai paesi esportatori non si deve permettere di scaricare le loro eccedenze nel mercato internazionale a prezzi bassi. Gli esportatori dovrebbero rispondere alla domanda reale di prodotti e beni agricoli che non vadano a minare la produzione locale.

Non esiste un "mercato mondiale" di prodotti agricoli.
Il cosiddetto "mercato mondiale" di prodotti agricoli in realtà non esiste. Ciò che esiste, prima di tutto, è il commercio internazionale di eccedenze di cereali e prodotti di latte e carni immessi sul mercato internazionale principalmente dall'Unione Europea, Stati Uniti e altri membri del cosiddetto gruppo CAIRNS o paesi agroesportatori. A parte ciò, il commercio internazionale di prodotti agricoli coinvolge solamente un 10% dell'insieme totale della produzione agricola mondiale, e costituisce fondamentalmente uno scambio fra multinazionali degli USA, UE e alcuni altri paesi industrializzati. I cosiddetti prezzi del mercato mondiale sono molto instabili e non hanno nessuna relazione con i costi di produzione. Questi prezzi, dovuti al dumping, sono molto bassi per cui mai potranno essere un riferimento adeguato o conveniente per la produzione agricola.

L'OMC è sorda ai reclami per la riforma del sistema.
L'OMC è antidemocratica, non rende conto a nessuno, ha aumentato le disuguaglianze mondiali e l’insicurezza, impone modelli di produzione e consumo insostenibili, erode la diversità e mina altre priorità sociali e ambientali. Ha dimostrato di essere impermeabile alle critiche rispetto al suo funzionamento e ha respinto le richieste di riforma del sistema. L'OMC è un'istituzione completamente inadeguata per affrontare i temi dell'agricoltura e dell'alimentazione.
Noi sottoscritti firmatari, non crediamo sia possibile che l'OMC accetti una riforma profonda che la renda sensibile ai diritti e alle necessità della gente comune. Di conseguenza, noi sottoscritti firmatari pretendiamo che tutto ciò che si riferisce all'alimentazione e all'agricoltura sia escluso dall'ambito di giurisdizione dell'OMC mediante lo smantellamento dell'Accordo sull'Agricoltura (AoA, nella sua sigla in inglese ) e altre clausole affini e accordi dell'OMC, tra cui quelli che includono l'accordo sugli Aspetti della Proprietà Intellettuale in relazione al Commercio (conosciuti come TRIPS, in inglese ), l'accordo sulle Misure Sanitarie e Fitosanitarie ( SPS, in inglese), l'accordo riguardante Barriere Tecniche al Commercio ( TBT, in inglese ), l' accordo sulle Restrizioni Quantitative e l'accordo Generale sul commercio dei servizi (GATS, in inglese).

Esiste una carta per le norme di commercio nelle politiche agricole e alimentari?
Il commercio (internazionale) può sviluppare un ruolo positivo, per esempio in tempi di insicurezza (disponibilità) alimentare regionale, o nel caso di prodotti che si possono solo coltivare in determinati luoghi del pianeta, o per lo scambio di prodotti di qualità. Queste norme di commercio dovranno rispettare il principio di precauzione in tutte le politiche a tutti i livelli, come pure riconoscere i processi democratici e di partecipazione nell'assumere decisioni, oltre alla supremazia della Sovranità Alimentare dei Popoli nei confronti degli interessi del commercio internazionale.

Una cornice istituzionale alternativa.
E' evidente la necessità, come complemento al ruolo dei governi locali e nazionali, di un nuovo accordo istituzionale alternativo di regolamentazione multilaterale del commercio agricolo e alimentare. Questa nuovo quadro dovrà rispettare i seguenti principi:
• la Sovranità Alimentare dei Popoli;
• il principio di precauzione;
• meccanismi internazionali di partecipazione genuinamente democratici;
• priorità per la produzione alimentare nazionale, garantendone gli aspetti sociali e ambientali;
• severa proibizione di ogni forma di dumping, al fine di proteggere la produzione alimentare nazionale, mediante l'applicazione di meccanismi che evitino il formarsi di eccedenze da parte dei paesi esportatori e l'esercizio del diritto dei paesi importatori di proteggere i loro mercati interni contro i prodotti importati a basso prezzo;
• proibizione della biopirateria ed esperimenti su esseri viventi (animali, piante, parti dell'organismo umano) incluso lo sviluppo di varietà sterili mediante processi di ingegneria genetica;
• rispetto dei diritti umani e degli altri accordi multilaterali affini garantiti da una giurisdizione internazionale indipendente.
Chiediamo che i governi approvino, urgentemente, le seguenti misure:
• cessare i negoziati tendenti al lancio di nuove liberalizzazioni commerciali e frenare le discussioni tendenti a incorporare "nuovi temi" o settori nell'ambito di giurisdizione dell'OMC, come quelli sugli investimenti, le norme della competizione, gli approvvigionamenti e gli appalti pubblici, la biotecnologia e i servizi;
• eliminare l'obbligo di accettare una quota minima di importazione del 5% del consumo interno; tutte le clausole obbligatorie di accesso ai mercati devono essere eliminate immediatamente;
• realizzare una revisione esaustiva sia dell'incremento che degli impatti sociali e ambientali di norme e accordi di commercio vigenti (le regole dell'OMC) rispetto all'alimentazione e all'agricoltura;
• prendere misure immediate per sottrarre l'alimentazione e l'agricoltura dal controllo dell'OMC, cancellando, fra l'altro, gli accordi AoA, Trips, Gats, SpS, TbT, (quanti altri ? );
• iniziare consultazioni in una cornice istituzionale alternativa per regolare il commercio di prodotti agrari e alimentari. Questo quadro potrebbe assumere:
- l’Unctad come punto di riferimento per negoziare e definire norme di commercio equo (come sopra detto );
- un meccanismo integrato per risolvere i conflitti in una corte internazionale di giustizia, in modo particolare per impedire la pratica del dumping;
- una commissione mondiale di Sovranità Alimentare creata per valutare le politiche economiche e di commercio vigenti, così come la carta dei governi nazionali e organismi internazionali, e per formulare proposte di modifica;
- una valutazione dell'impatto delle politiche degli organismi multilaterali come la Fao, l'istituto per l'alimentazione e lo sviluppo dell' agricoltura ( Ifad ), l'OMC la Banca Mondiale e l’FMI così come gli accordi di libero commercio bilaterali e regionali sulla sovranità e sicurezza alimentari;
- un trattato internazionale che consacri il concetto della Sovranità Alimentare e il diritto dei popoli, degli agricoltori e dei consumatori all'alimentazione e alla produzione del cibo.

Un' alleanza ampia con un' agenda per il cambiamento!
Gli effetti delle politiche neoliberiste sono evidenti e la società civile in tutto il mondo ne è ogni volta più cosciente e li rifiuta. La pressione per i cambiamenti cresce di giorno in giorno. Nelle tappe che precedono la Conferenza Ministeriale dell'OMC in Qatar, noi sottoscritti, continueremo a smascherare e denunciare gli effetti deleteri delle politiche neoliberiste sull'agricoltura e l'alimentazione e continueremo ad operare proponendo alternative al sistema mondiale di commercio vigente.
Questa dichiarazione costituisce un chiaro segnale della ferma decisione che unisce i movimenti sociali e altri componenti della società civile in tutto il mondo nella lotta per democratizzare le politiche internazionali e organizzare istituzioni capaci di comprendere e difendere politiche sostenibili rispetto all'alimentazione e all'agricoltura.

15 nov 2009

la funzione ideologica del neoanticomunismo

Il neo-anticomunismo
personaggi e interpretidi ILVO DIAMANTI


È proprio vero che le ideologie sono finite? Dissolte insieme al muro di Berlino, vent'anni fa? In parte sì. Ma solo in parte. Perché resistono ancora. Anche se ridotte a parole e immagini, sedimentate nel senso comune. E interpretate dai leader politici.

Personalizzate, come tutta la politica, in quest'epoca senza partiti - dove i partiti sono, comunque, entità flou.

In questo "paese personale". È il tempo dell'anticomunismo senza il comunismo. In cui il "comunismo" ritorna come un mantra, nei discorsi del premier, dei suoi ministri, degli uomini del suo governo. Proprio - e tanto più - perché non c'è più. Ma serve. Come ha confessato Confalonieri a Sabelli Fioretti sulla Stampa: "È un ottimo argomento di vendita". Utile a catalogare gli Altri, quelli che stanno a centrosinistra. Ma anche al centro, perfino a destra. Comunque: a est del muro di Arcore che ha sostituito quello di Berlino. Dove si stende la terra del neo-comunismo. Costellata di riferimenti reali ad alto contenuto simbolico e di simboli ad alto contenuto realista. Recitati ad alta voce da testimonial e leader d'opinione. Gli ideologi del neo-anticomunismo (senza il comunismo). Che colgono fratture antiche e latenti e le proiettano nel presente. Con un linguaggio e argomenti popolari. Parole gridate, sempre più forte, secondo le regole della "politica pop".

Pensiamo, in primo luogo e soprattutto, al ministro Brunetta. Onnipresente sui media. Sempre alla ricerca della provocazione. Buca lo schermo. Suscita, per questo, grande consenso, ma anche ostilità. Nel suo stesso governo. (Com'è avvenuto di recente con Tremonti). Il suo marchio è la missione contro l'inefficienza della pubblica amministrazione. Contro i "fannulloni" che vi si annidano. Nell'intento - meritevole - di premiare i meritevoli. Con l'esito - non involontario - di coniare un'etichetta onnicomprensiva e indelebile, per chiunque insegni oppure operi negli uffici pubblici. Condannato, ora e sempre, a una carriera da "fannullone".

Altra figura importante - e popolare - è la ministra Gelmini. Si occupa della scuola e dell'università. Persegue, in modo determinato, l'obiettivo di ridurre gli sprechi e aumentarne l'efficienza. Anche la riforma dell'università, appena presentata, segue un disegno virtuoso. Introdurre criteri di qualità ed efficienza: nell'offerta formativa, nell'insegnamento, nel reclutamento, nell'organizzazione. Ma appare mossa da una preoccupazione dominante - anche legittima, per carità. Destrutturare il sistema di potere fondato sul ruolo dei professori ordinari. Disarmare i famigerati "baroni". Senza chiarire cosa dovrà diventare, questa università. Scossa da un processo di riforma continua. Da oltre 10 anni. Con una sola costante: la riduzione continua di risorse destinate all'università e alla ricerca. Prevista, puntualmente, anche da questa finanziaria. Con il rischio che, insieme ai baroni, affondi anche l'università. La meno finanziata di tutti i paesi dell'Ocse.

La scuola, l'università, la burocrazia, insieme, definiscono il regno della sinistra. Che ancora oggi attinge i suoi consensi maggiori proprio in quest'area sociale. Nell'impiego pubblico, fra gli insegnanti e nelle professioni intellettuali. Gli intellettuali.

Invece, il neo-anticomunismo rappresenta il mondo di "quelli che lavorano sul serio". Interpretato efficacemente dal ministro Sacconi. Spietato con gli ex-comunisti o presunti tali. Con la Cgil. Il sindacato comunista. (E chi lo è stato in passato è destinato a rimanerlo per sempre). Accusato di agire ispirato da pregiudizio politico più che dagli interessi dei lavoratori. I suoi iscritti operai, d'altra parte, resistono solo nelle grandi fabbriche. Quasi estinte. Oppure sono pensionati. Ex lavoratori che non lavorano più. Assistiti dallo Stato. Anche per questo votano prevalentemente a sinistra.

Contro la sinistra pubblica e intellettuale agisce la Lega popolana e plebea. Immersa nel territorio delle piccole imprese. Ma anche nelle campagne. Come rammenta Zaia. Ministro dell'Agricoltura. Un drago della comunicazione. Contadino fra i contadini, allevatore fra gli allevatori. Anche se non è mai stato né l'uno né l'altro.

È su questa linea di demarcazione che è stato costruito il muro del neo-anticomunismo senza il comunismo. Il nuovo muro. Da una parte, a ovest, il mondo dei lavori e dei lavoratori "che usano le mani". Gli imprenditori e gli artigiani che producono, faticano. Fanno. Dall'altra parte, quelli che parlano, dicono, predicano. A spese dello Stato. Da un lato il privato e dall'altro il pubblico. Da un lato le cose concrete dall'altro quelle virtuali. Da un lato i "fannulloni" e dall'altro i "fantuttoni", per citare Francesco Merlo. Quelli che fanno a quelli che dicono. I piccoli imprenditori e i lavoratori "veri" contro gli statali, i maestri, i professori, i baroni. Contro i giornalisti. Ma anche contro "attori e attrici, artisti e commedianti, registi e teatranti, cantanti e cantautori (...) Schiavi e proni. In attesa di una nuova rivoluzione". Come li ha apostrofati il ministro Bondi, in una lettera al Foglio, a commento della visita degli artisti al Quirinale. Bondi: fino a ieri persona mite e rispettosa. Si è adeguato al linguaggio e allo stile del tempo. All'ideologia che fa ritenere l'"industria culturale" quasi un ossimoro.

Berlusconi non si limita a ispirare questa rappresentazione del mondo. Ne scrive il copione, ne sceglie i personaggi. Delinea la scena con obiettivi simbolicamente reali e realmente simbolici. Offerti dall'emergenza presente. Luoghi come Napoli - da liberare dall'immondizia; l'Aquila - da ricostruire sulle macerie del terremoto. Oppure il ponte sullo Stretto.

Più che un'infrastruttura: una sovrastruttura marxiana. Ideologia allo stato puro. Berlusconi è l'uomo-che-fa, alla guida del governo-italiano - che - ha-fatto-di-più-negli-ultimi-150-anni. Cioè: da quando esiste l'Italia unita. Un vitalismo che schiaccia l'opposizione. Rappresentata e guidata da funzionari, uomini di Stato. Politici di professione. Giornalisti. Artisti. E intellettuali. Quindi ex oppure neo-comunisti.

L'opposizione. Dovrebbe certamente avvicinarsi di più al mondo dei lavori. E magari rifiutare, senza rassegnarsi, questa ideologia. Che considera la cultura inutile. E l'intellettuale una figura improduttiva. Più che una categoria: un insulto.

PRESIDENTE, RITIRI QUELLA NORMA DEL PRIVILEGIO

SIGNOR Presidente del Consiglio, io non rappresento altro che me stesso, la mia parola, il mio mestiere di scrittore. Sono un cittadino. Le chiedo: ritiri la legge sul "processo breve" e lo faccia in nome della salvaguardia del diritto. Il rischio è che il diritto in Italia possa distruggersi, diventando uno strumento solo per i potenti, a partire da lei.

Con il "processo breve" saranno prescritti di fatto reati gravissimi e in particolare quelli dei colletti bianchi. Il sogno di una giustizia veloce è condiviso da tutti. Ma l'unico modo per accorciare i tempi è mettere i giudici, i consulenti, i tribunali nelle condizioni di velocizzare tutto. Non fermare i processi e cancellare così anche la speranza di chi da anni attende giustizia.

Ritiri la legge sul processo breve. Non è una questione di destra o sinistra. Non è una questione politica. Non è una questione ideologica. E' una questione di diritto. Non permetta che questa legge definisca una volta per sempre privilegio il diritto in Italia, non permetta che i processi diventino una macchina vuota dove si afferma il potere mentre chi non ha altro che il diritto per difendersi non avrà più speranze di giustizia.

ROBERTO SAVIANO


Firmate l'appello

14 nov 2009

a cosa serve la violenza nella società?


il nazista che tiene il mafioso che tiene lo sbirro che tiene il presidente che tiene la bomba.

scontro di civiltà




" la barbarie di questi popoli si manifesta soprattutto nell'incapacità di affidare al libero mercato la regolamentazione delle relazioni sessuali. "

NEI NOSTRI MARI


vignetta di luca negrogno

11 nov 2009

BASTA SPACCIARSI PER SBIRRI

REPRESSIONE FASCISTA CONTRO LAVORATORI IN SCIOPERO,
SQUADRACCE

L'irruzione all'alba nello stabilimento Agile di Roma guidata dall'ex amministratore
L'arrivo della polizia evita lo scontro fisico, ma scoppiano le polemicheEx Eutelia, blitz di guardie private
per sgombrare l'azienda occupataI sindacati: "Intimidazioni da squadracce fasciste, il governo intervenga"
L'amministratore: "Nessuna violenza da parte nostra, ma lì dentro c'erano degli estranei"
Uno dei vigilantes portato via dalla polizia

WWW.REPUBBLICA.IT

ROMA - Aprire immediatamente un tavolo di confronto presso la presidenza del Consiglio per valutare la situazione dei lavoratori Agile e le prospettive della vicenda ex Eutelia. A chiederlo è la Fiom-Cgil in una conferenza stampa convocata d'urgenza dopo il blitz di stamattina nello stabilimento romano del gruppo, nel quartiere Tiburtino. Qui, una dozzina di guardie private guidate dall'ex amministratore dell'azienda, Samuele Landi, ha fatto irruzione poco prima dell'alba cercando con intimidazioni e minacce di mandar via i dipendenti che da giorni occupano la sede per protesta contro licenziamenti annunciati e il ritardo nei pagamenti.

Il blitz dei vigilantes Testimone oculare del blitz è stata, tra l'altro, una troupe del del programma "Crash" di Rai Educational: "Una quindicina di guardie private hanno fatto irruzione urlando e intimando minacciosamente ai dipendenti di uscire. Il gruppo di guardie - racconta la redazione di Crash - dichiarava di essere della polizia. Alla vista della telecamera di un giornalista della Rai, i finti poliziotti guidati dal proprietario dell'azienda Samuele Landi chiedevano alla troupe i documenti. Il giornalista Federico Ruffo si è accorto di non avere davanti dei poliziotti e a quel punto rifiutava di consegnare i documenti e chiamava la polizia".

Arriva la polizia Poco dopo le 4,30, secondo il racconto dei testimoni di "Crash", la polizia arriva in azienda, identifica i componenti della "squadra" e l'ex amministratore e li fa uscire dallo stabilimento. Il filmato dell'irruzione, girato dalla troupe Rai, sarà consegnato alla Digos. A questa testimonianza segue poco più tardi la denuncia della Fiom che parla di "squadraccia": "Con i piedi di porco - accusa la Fiom Cgil - hanno divelto le porte degli uffici, hanno svegliato i lavoratori che presidiavano la sede puntando loro negli occhi le torce elettriche, spacciandosi per poliziotti, chiedendo i documenti, minacciando gli stessi lavoratori e impedendo loro di muoversi. L'immediato arrivo delle forze dell'ordine, chiamate dai lavoratori, ha evitato il peggio visto l'atteggiamento violento e arrogante di questi loschi personaggi".

La versione di Landi Samuele Landi ha fornito nel pomeriggio la sua versione dell'accaduto, spiegando di aver accompagnato in azienda "il servizio di portineria appositamente contrattualizzato", sapendo che l'occupazione "avrebbe dovuto terminare il giorno precedente". Landi aggiunge di aver rimosso il fil di ferro con cui era stata legata la porta principale: "All'interno, con mia sorpresa - afferma l'amministratore - , ho trovato a dormire su brandine, fornite dalla Protezione Civile, e relativa cucina da campo, circa 12-15 soggetti di cui uno solo mi risulta fosse dipendente Agile/Omega, mentre gli altri erano estranei pure a questa azienda, probabilmente appartenenti ai centri sociali". L'amministratore sostiene di aver chiamato a quel punto le forze dell'ordine e contesta l'operato del funzionario di ps secondo il quale si trattava di un'occupazione 'regolare'. "Se qualcuno viene a casa tua, ci si ferma a dormire e mangiare e ti vuole cacciare fuori quando torni è un occupazione regolare?", si chiede Landi. Nell'operazione, dice Landi, nessuno ha usato violenza o minacce che semmai hanno subito lui e i vigilantes: "Sappiate - conclude l'amministratore rivolto a politici e sindacati che hanno criticato il blitz - che ne abbiamo TUTTI abbastanza di coloro che fanno della nostra casa, la loro casa, il nostro letto il loro letto e di tutti i nostri beni i loro beni.....".

La vertenza - L'irruzione romana rappresenta il punto più alto della tensione raggiunta in una vertenza nazionale che al momento non vede sbocchi. L'Agile (gruppo Omega) è una delle aziende che ha rilevato di recente attività, debiti e dipendenti dell'ex Eutelia, grande azienda delle telecomunicazioni con sedi e stabilimenti in tutta Italia: oltre Roma, Pregnana Milanese, Bari, Napoli e Ivrea. Con l'ultimo piano di ristrutturazione, il gruppo ha deciso di mettere in mobilità 1.992 dipendenti e inoltre da luglio non paga gli stipendi. Per questo sono in corso proteste e occupazioni nelle varie sedi. Non sono serviti a nulla neppure gli incontri al ministero, nell'ultimo dei quali il gruppo si era impegnato a versare le retribuzioni entro ottobre.

Le reazioni sindacali Durissimi i commenti da tutto il mondo sindacale, dalle istituzioni e dalla politica al blitz di Roma. Gianni Rinaldini per la Fiom e Susanna Camusso per la Cgil nazionali hanno parlato di "squadrismo al di fuori delle regole democratiche". Con la Cgil, anche la Fim Cisl chiede l'intervento della presidenza del consiglio, parlando di "fatto gravissimo e inaccettabile", di un "atto intimidatorio che richiama logiche violente estranee alla vita sindacale e alla storia democratica del nostro paese". Fiom e Fim, con la Camera del lavoro Roma Est hanno presentato un esposto congiunto alla procura. Di "ignobile aggressione" parla la Uilm che giudica il blitz "il risultato della giustizia fai-da-te" il cui rischio era connesso all'autorizzazione delle ronde.

Le reazioni politiche "Un fatto gravissimo - ha detto Anna Finocchiaro, capogruppo pd al Senato - di imbarbarimento dei rapporti tra le parti sociali, contro il quale tutte le forze politiche devono mobilitarsi". Finocchiaro chiede che il governo riferisca alle Camere sulla vicenda. Di "atto vergognoso e infame" parla Paolo Ferrero, segretario di Rifondazione comunista-Se: "E' la prima volta dai tempi del fascismo che una fabbrica viene sgomberata da una squadraccia paramilitare privata". Dichiarazioni di condanna sono arrivate da moltissime sigle della sinistra, dai presidenti delle Province di Roma, Viterbo e Arezzo, da esponenti sparsi di Pd e Italia dei valori, liberali Rete riformista.

Le reazioni di Eutelia La società Eutelia, dal canto suo, "si dichiara estranea" al blitz dell'alba, ma lo considera "il deprecabile epilogo di una situazione gravissima" più volte segnalata alle autorità. Secondo Eutelia, i dipendenti Agile che occupano l'azienda "stanno impedendo di fatto l'accesso ai locali dell'intero stabile" e dunque anche a lavoratori e servizi che non hanno a che fare con la vertenza.

Lo sciopero Il 17 novembre i lavoratori del gruppo Omega, di cui fa parte anche Agile (ex Eutelia) incroceranno le braccia e scenderanno in piazza con una manifestazione nazionale a Roma per denunciare il mancato pagamento dello stipendio e dei contributi previdenziali da tre mesi.
(10 novembre 2009)

10 nov 2009

università

Andrea Capocci. Penso che l'università dovrà diventare un centro erogatore di conoscenza che dia alle persone autonomia nel ciclo produttivo e una formazione permanente gratuita che sia un diritto e non un dovere per il lavoratore. Da quando l'Italia è diventata un paese postindustriale, scuola e università sono state inserite nelle reti dell'economia della conoscenza. Il problema è che questo è stato fatto al di sotto della soglia che permette l'autonomia. Fatto ancora più grave è che l'università non si è accorta di essere passata da un ruolo condiviso ad uno al servizio di un mondo produttivo che non vuole innovazione. Riacquisterà legittimazione sociale solo se smette di essere neutrale rispetto a questo processo. I saperi non devono essere trasmessi assecondando il ciclo economico al ribasso in cui l'Italia si trova oggi. I saperi devono essere usati come strumenti di opposizione e di garanzia sociale per il reddito. Se si esce dall'università sapendo usare solo un software della Microsoft, diventi precario nel giro di un anno perché sai fare solo quello. Chi invece ha competenze a largo spettro, da un'azienda se ne va perché sa riconvertirsi ed è meno ricattabile.


ilmanifesto.it

06 nov 2009

l'antimafia come passerella


Premio Borsellino, analisi n.2: Gasparri si becca la querela
Oggi vi propongo la seconda parte dell'analisi del Premio Borsellino proposta da Benny Calasanzio Borsellino, seguito dell'articolo di ieri.

A Salvatore Borsellino va tutto il mio sostegno.

di: Benny Calasanzio Borsellino

Quello raffigurato accanto è Maurizio Gasparri, presidente al Senato del gruppo Pdl. No, non è Neri Marcorè e la foto non è stata ritoccata. E' proprio così, anzi, pare che sia venuto abbastanza bene. Quest'uomo, o quello che ne resta, ha avuto l'ardire, lo scorso 2 novembre di affermare, con l'educazione che contraddistingue galantuomini come lui, ad una ragazza, Lea Del Greco, che gentilmente gli chiedeva di accettare le dieci domande che gli poneva il Popolo delle Agende Rosse, quanto segue: "Salvatore Borsellino era disistimato dal fratello, lei non lo sa perchè è giovane". Un attimo prima, la sua guardia del corpo, dipendente del sottoscritto e di voi altri che leggete, aveva democraticamente accartocciato il volantino. Una dichiarazione vergognosa e infamante, che solo da bocche di rosa quali quella di Gasparri poteva uscire. Salvatore Borsellino, con tranquillità e forza d'animo invidiabile, ha raccolto articoli e video e ha dato mandato al suo legale, Fabio Repici, di sporgere una querela nei confronti di Marcorè, o di Gasparri, si insomma, contro quello vero. Il fratello di Borsellino, che a quanto dicono i parenti aveva con Paolo un rapporto di stima e di affetto straordinario, si è augurato che Gasparri non si avvalga della immunità parlamentare e risponda in aula della blasfemia detta in nome di chi oggi non c'è più e non può mandarlo a zappare i fertili terreni abruzzesi. Non mi risulta che gli organizzatori del Premio Borsellino, travolti emotivamente dall'aggressione a Nodari (che ha dichiarato "l'educazione consiste anche nel capire da che parte si sta quando una persona viene ferita in nome di Paolo Borsellino e quando invece una persona cerca di ricordare l'immagine, le idee e soprattutto il sacrificio di Paolo Borsellino". Ma non avevano urlato "servo dei fascisti"? Che c'entra Borsellino?), abbiano preso le distanze da quanto detto dal diversamente bello senatore Pdl ed espresso solidarietà a Salvatore.

Chi invece ha reagito subito è stata Libera Pescara, che ha chiesto che venga rimosso ogni riferimento e ogni logo dell'associazione dall'ambito del premio: "prendiamo le distanze dall’atteggiamento di chi continua a considerare la lotta alle mafie un pretesto per dare vita a passerelle di personaggi la cui storia personale ed istituzionale non presenta nessun elemento di sostegno alla lotta per la legalità e la trasparenza". E, in ultimo, la clamorosa rinuncia di Gioacchino Genchi a presenziare ad un incontro nell'ambito del premio: "La mia coerenza di uomo e di servitore dello Stato, il rigore che ho sempre imposto a tutte le mie scelte di vita e professionali, oltre alla determinazione con cui ho sempre rifiutato compromessi con chi fa dileggio della Verità, mi impongono di non partecipare ad un evento al quale ha preso parte uno come Gasparri ed a cui avrebbe dovuto presenziare – come ho pure appreso solo ieri – finanche Clemente Mastella". Non c'è che dire: bilancio di tutto rispetto per il premio di quest'anno.

Postato in: Antimafia



www.soniaalfano.it