25 dic 2009

NATALE

E' nato oggi gesù ilsalvatore, pesa 3kg e maria, la madre, per metterlo al mondo è stata costretta a perdere la sua storica verginità, che l'aveva portata agli onori della cronaca locale.
Denunciato l'aggressore, un certo gabriele, rappresentante di macchine per aerosol, reo di averla fecondata con una soluzione da inalare, contenente seme divino allo stato gassoso.
Fonte ANS(i)A

22 dic 2009

Alberto Asor Rosa e Ezio Mauro

EDITORIALE | di Alberto Asor Rosa
L'ETERNA BICAMERALE
Quando qualche tempo fa scrissi e pubblicai su queste colonne un articolo intitolato Il golpe bianco (5 dicembre), non mi sarei aspettato che di lì a qualche giorno (10 dicembre) il Cavaliere sarebbe volato in soccorso delle mie tesi con le sue clamorose esternazioni al Congresso del Ppe, che sembravano fatte apposta per convalidarle e renderle definitive: ripeto, definitive.
Siamo usciti allora dal clima provvisorio di (presunta) isteria e di (patologica) rabbia: i tre elementi fondatori della strategia berlusconiana, - la denegazione del prestigio, dell'autorevolezza e della funzione di garanzia delle massime cariche dello Stato (Presidenza della Repubblica e Corte costituzionale), lo scardinamento dell'autonomia del potere giudiziario e la revisione del dettato costituzionale in vista di un proprio illimitato e sconfinato nel tempo potere personale, - venivano ormai sotto tutti gli occhi di tutti, il «golpe bianco» prendeva la sua forma finale, per giunta di fronte ad una platea europea, cosa che anch'essa finora non era mai avvenuta (il fatto che non ci siano state reazioni visibili costituisce di per sé un avallo importante alla strategia in quella sede chiaramente delineata).
Questo è avvenuto negli ultimi quindici giorni in Italia e su questo occorre tornare a riflettere, riflettere, riflettere. Insomma, il ragionamento è davvero elementare: se in Italia c'è «lo stato di eccezione» (E. Mauro, La Repubblica, 11 dicembre), la strada da battere è una; se non c'è, è un'altra. Questo è il punto: se sia in atto oppure no in Italia un processo strisciante di natura eversiva, che scende dall'alto, risponde a un disegno preciso (non sussultorio, non puramente difensivo) e si avvale per ora, con estrema durezza, di tutti gli strumenti istituzionali attualmente disponibili. E' ovvio che, in base alle risposte, se ne dipanino due possibili (e ampiamente contrapposte) risposte politiche. Le risposte politiche, e le conseguenti iniziative, invece sembrano arrivare senza che il punto nella sua essenza sia minimamente affrontato. Il massimo che si ottiene è che vengano avvistate, - e qualche volta persino denunciate, - le singole eccezioni alla regola. Ma non si vede, o non si vuole vedere, la trama che le unisce organicamente l'una all'altra, cioè non si vede, per tornare a noi, lo «stato d'eccezione». E questa rimozione (in molti casi voluta) mi sembra di per sé una terribile debolezza.
Lo strillo di Pier Ferdinando Casini dopo le ultime esternazioni, - «se vuole trasformare la repubblica in una monarchia, faremo fronte comune, e ci saranno delle sorprese», - forse dettato da emotività (ma vivaddio, in casi del genere), poteva essere l'inizio di un discorso, anche dalle ridotte ricadute pratiche sul momento, ma significativo politicamente e idealmente. Invece niente.
In questa davvero eccezionale segmentazione dell'analisi dei singoli fenomeni dalla causa vera che li determina, oltre a vasti settori dei media e dell'informazione, sarebbe vano tentare di celare che si distingue l'attuale gruppo dirigente del Pd. Tutto ciò meriterebbe un lungo ragionamento a parte, me ne rendo conto, ma ne accenno per la parte che riguarda più direttamente questo discorso. Se non c'è lo «stato di eccezione» e se di conseguenza viene scartato lo sforzo più intenso allo scopo di creare un vasto schieramento onde fronteggiarlo, - allora cosa c'è?
Lo dice, a piccoli tocchi e a prudenti dinieghi, l'attuale segretario Bersani, ma lo dice, come al solito con grande decisione e chiarezza, Massimo D'Alema, in una illuminante intervista al Corriere della Sera (17 dicembre). Agli «opposti populismi», - quello di Berlusconi e quello, ca va sans dire, di Tonino Di Pietro, - va contrapposto secondo lui il disegno serio e responsabile di un grande partito riformista, il quale, scrive D'Alema, deve avere «il coraggio di dire che le riforme istituzionali comportano una comune assunzione di responsabilità, senza temere l'accusa (va detto che, comunque, la lingua batte dove il dente duole) di voler fare inciuci». Lo scopo è quello, niente di meno!, «di rifondare il sistema politico e questo è l'unico spazio in cui il Pd può agire, tra gli opposti populismi».
Ma come si fa a pensare che si possa ragionare di riforme con la canea urlante di turibolanti e di corifei che costituisce la corte dell'Uno? Si può benissimo: «interloquendo con quelle componenti riformiste presenti anche nel centrodestra». Ad esempio? Ma è ovvio, come non pensarci: uno che anche nelle opposte, «violente strumentalizzazioni» di questi giorni, fa «considerazioni molto (apprezzare l'intensificazione) ragionevoli», e cioè, of course, Gianni Letta. E Berlusconi (di cui peraltro Gianni Letta è un fedelissimo grand commis)? E il suo disegno eversivo? Non si sa, o, a quanto sembra, non importa.
Dunque la risposta allo «stato d'eccezione», sul quale beninteso D'Alema non spende neanche una parola, né per negarlo né per denunciarlo, è l'«eterna bicamerale», perché non esiste altra parola per definire questa singolare risposta alla crisi verticale del paese.
Sarebbe più ragionevole dire che, se al populismo berlusconiano non si contrappone, e per giunta con qualche fortuna, null'altro che il populismo dipietrista (per quanto, a dir la verità, anche della nutritissima piazza antiberlusconiana non si fa cenno, ed è, occorre dirlo, un silenzio sprezzante, come si conviene ad un adoratore del «politico puro»), la responsabilità sarà se mai proprio del Pd, che non riesce a elaborare una risposta politico-sociale a tale crisi, che appaia più persuasiva di quella del dipietrismo, e al contrario s'infila nel vicolo cieco delle «riforme condivise», nel nome del supremo interesse del paese.
O non l'abbiamo già vista questa storia? Prima di entrare nel merito di una risposta alternativa e possibile, che è la cosa che c'interessa di più, e che cercheremo di fare più avanti, avanziamo alcune facili previsioni. La proposta di una nuova bicamerale con Berlusconi è dirompente: per chi la fa, naturalmente. Bersani potrebbe rapidamente giocarcisi il posto.
Il «populismo» dipietrista risulterebbe agli occhi di un numero sempre più grande di cittadini l'unica opposizione possibile. E il Pd, se non m'inganno, andrebbe a spaccarsi lungo una linea trasversale che taglia tutte le forze che lo compongono.
Siccome a me sembrerebbero tutt'e tre conseguenze non auspicabili, spero che il gruppo dirigente Pd ci ripensi.





IL COMMENTODove ci porta lo stato d'eccezionedi EZIO MAURO



Silvio Berlusconi
IERI è finita la lunga transizione italiana. Siamo entrati nello stato d'eccezione: ed è la prima volta, nella storia della nostra democrazia. Si apre una fase delicata e inedita, che chiude la seconda Repubblica su una prova di forza che non ha precedenti, e non riguarda i partiti ma direttamente le istituzioni.
Silvio Berlusconi ha scelto una sede internazionale, il Congresso a Bonn del Partito Popolare Europeo, per attaccare la Costituzione italiana (annunciando l'intenzione di cambiarla) e per denunciare due organi supremi di garanzia come la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale, accusandoli di essere strumenti politici di parte, al servizio del "partito dei giudici della sinistra" che avrebbe "scatenato la caccia" contro il premier.

Il Presidente della Camera Fini ha voluto e saputo rispondere immediatamente a questo sfregio del sistema istituzionale italiano, ricordando a Berlusconi che la Costituzione fissa "forme e limiti" per l'esercizio della sovranità popolare, e lo ha invitato a correggere una falsa rappresentazione di ciò che accade nel nostro Paese. Poco dopo, lo stesso Capo dello Stato ha dovuto esprimere "profondo rammarico e preoccupazione" per il "violento attacco" del Presidente del Consiglio a fondamentali istituzioni repubblicane volute dalla Costituzione. Siamo dunque giunti al punto. L'avventurismo subalterno del concerto giornalistico italiano aveva cercato per settimane di dissimulare la vera posta in gioco, nascondendo i mezzi e gli obiettivi del Cavaliere, fingendo che la repubblica fosse di fronte ad un passaggio ordinario e non straordinario, tentando addirittura di imprigionare il partito democratico nella ragnatela di una complicità gregaria a cui Bersani non ha mai nemmeno pensato.

Ora il progetto è dichiarato. Da oggi siamo un Paese in cui il Capo del governo va all'opposizione rispetto alle supreme magistrature repubblicane, nelle quali non si riconosce, dichiarandole strumento di un complotto politico ai suoi danni, concordato con la magistratura. È una denuncia di alto tradimento dei doveri costituzionali, fatta dal Capo del governo in carica contro la Consulta e contro il Presidente della Repubblica. Qualcosa che non avevamo mai visto, e a cui non pensavamo di dover assistere, pur pronti a tutto in questo sciagurato quindicennio.

Tutto ciò accade per il sentimento da abusivo con cui il Primo Ministro italiano abita le istituzioni, mentre le guida. Lo domina un senso di alterità rispetto allo Stato, che pretende di comandare ma non sa rappresentare. Lo insegue il suo passato che gli presenta il conto di troppe disinvolture, di molti abusi, di qualche oscurità. Lo travolge la coscienza dell'avvitamento continuo della sua leadership politica, della maggioranza e del governo nell'ansia di un privilegio di salvaguardia da costruire comunque, con ogni mezzo e a qualsiasi costo, trasformando il potere in abuso. La politica è cancellata: al suo posto entra in campo la forza, annunciata ieri virilmente dal palco internazionale dei popolari: "Dove si trova uno forte e duro, con le palle come Silvio Berlusconi?".

La sfida è lanciata. E si sostanzia in tre parole: stato d'eccezione. Carl Schmitt diceva che "è sovrano chi decide nello stato d'eccezione", perché invece di essere garante dell'ordinamento, lo crea proprio in quel passaggio supremo realizzando il diritto, e ottenendo obbedienza. Qui stiamo: e non si può più fingere di non vederlo. Berlusconi si chiama fuori dalla Costituzione ("abbiamo una grande maggioranza, stiamo lavorando per cambiare questa situazione con la riforma costituzionale"), rende l'istituzione-governo avversaria delle istituzioni di garanzia, soprattutto crea nella materialità plateale del suo progetto un potere distinto e sovraordinato rispetto a tutti gli altri poteri repubblicani, che si bilanciano tra di loro: la persona del Capo del governo, leader del popolo che lo sceglie nel voto e lo adora nei sondaggi, mentre gli trasferisce l'unzione suprema, permanente e inviolabile della sua sovranità.

Siamo dunque alla vigilia di una forzatura annunciata in cui lo stato d'eccezione deve sanzionare il privilegio di un uomo, non più uguale agli altri cittadini perché in lui si trasfigura la ragion di Stato della volontà generale, che lo scioglie dal diritto comune. Si statuisca dunque per legge che il diritto non vale per Silvio Berlusconi, che il principio costituzionale di legalità è sospeso davanti al principio mistico di legittimità, che la giustizia si arresta davanti al suo soglio. La teoria politica dà un nome alle cose: l'assolutismo è il potere che scioglie se stesso dal bilanciamento di poteri concorrenti, l'autoritarismo è il potere che non specifica e non riconosce i suoi limiti, il bonapartismo è il potere che istituzionalizza il carisma, la dittatura è il comando esercitato fuori da un quadro normativo.

Avevamo avvertito da tempo che Berlusconi si preparava ad una soluzione definitiva del suo disordine politico-giudiziario-istituzionale. Come se dicesse al sistema: la mia anomalia è troppo grande per essere risolvibile, introiettala e costituzionalizzala; ne uscirai sfigurato ma pacificato, perché tutto a quel punto troverà una sua nuova, deforme coerenza. I grandi camaleonti sono invece corsi in soccorso del premier, spiegando che non è così. Hanno ignorato l'ipotesi che pende davanti ai tribunali, e cioè che il premier possa aver commesso gravi reati prima di entrare in politica, e l'eventualità che come ogni cittadino debba renderne conto alla legge. Hanno innalzato la governabilità a principio supremo della democrazia, nella forma moderna della sovranità popolare da rispettare. Hanno così dato per scontato che il diritto e la legalità dovessero sospendersi per una sola persona: e sono passati ai suggerimenti affettuosi. Un nuovo lodo esclusivo. E intanto, nell'attesa, il processo breve. E magari, o insieme, il legittimo impedimento, possibilmente tombale. Qualsiasi misura va bene, purché raggiunga l'unico scopo: il salvacondotto, concepito non nell'interesse generale a cui i costituenti guardavano parlando di guarentigie e immunità, ma nell'esclusivo interesse del singolo. L'eccezione, appunto.

Ma una democrazia liberale si fonda sul voto e sul diritto, insieme. E il potere è legittimo, nello Stato moderno, quando poggia certo sul consenso, ma anche su una legge fondamentale che ne fissa natura, contorni, potestà e limiti. Il principio di sovranità va rispettato quanto e insieme al principio di legalità. Perché dovrebbe prevalere, arrestando il diritto davanti al potere, e non in virtù di una norma generale ma nella furia di una legge ad personam, che deve correre per arrivare allo scopo prima di una sentenza? Come non vedere in questo caso l'abuso del potere esecutivo, che usa il legislativo come scudo dal giudiziario? È interesse dello Stato, della comunità politica e dei cittadini che il premier legittimo governi: ma gli stessi soggetti hanno un uguale interesse all'accertamento della verità davanti ad un tribunale altrettanto legittimo, che formula un'ipotesi di reato. Forse qualcuno pensa che il Presidente del Consiglio non abbia i mezzi e i modi e la capacità per potersi difendere e far valere le sue ragioni in giudizio? E allora perché non lasciare che la giustizia faccia il suo corso, anche nel caso dell'uomo più potente d'Italia, ricongiungendo sovranità e legalità?

L'eccezione a cui siamo di fronte ha una posta in gioco molto alta, ormai. Qualcuno domani, messo fuori gioco da Napolitano e Fini, condannerà le parole di Berlusconi, ma ridurrà lo sfregio costituzionale del premier a una questione di toni, come se fosse un problema di galateo. Invece è un problema di equilibrio costituzionale, di forma stessa del sistema. Siamo davanti a un'istituzione che sfida le altre, delegittimandole e additandole al popolo come eversive. Con un ricatto politico evidente, perché Berlusconi di fatto minaccia elezioni-referendum su un cambio costituzionale tagliato su misura non solo sulla sua biografia, ma della sua anomalia.

Per questo, com'è chiaro a chi ha a cuore la costituzione e la repubblica, bisogna dire no allo stato d'eccezione. E bisogna aver fiducia nella forza della democrazia. Che non si lascerà deformare, nemmeno nell'Italia di oggi.
© Riproduzione riservata (11 dicembre 2009)

19 dic 2009

in carcere

COMMENTO | di Marco Bascetta
TARTAGLIA TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO
Qualche parola, credo, dovrebbe essere spesa sulla sorte di Massimo Tartaglia, non certo per conferire un senso o una giustificazione a un gesto che non ne ha né può averne, ma per evitare almeno che una persona qualunque, malata, vittima delle sue ossessioni, finisca stritolata in un gioco che la sovrasta e la utilizza. Che sia quello dello scontro tra poteri costituiti, tra contrapposte demagogie o tra schieramenti politici. Temo che proprio questo stia accadendo e che la magistratura sia stata sospinta ad agire non sulla base di un'equa considerazione dei fatti, ma con grande attenzione allo scontro in atto con il premier e larga parte del suo schieramento politico.
Non è difficile immaginare i titoli di Libero, del Giornale, della Padania o gli strepiti di Cicchitto, Bondi e Fede, se il giudice per le indagini preliminari Cristina di Censo avesse accolto la richiesta dei difensori di Tartaglia di trasferire l'aggressore di Berlusconi in una struttura protetta, prima in un ospedale psichiatrico, poi in una comunità terapeutica. Meglio, dunque, attenersi alla richiesta del procuratore aggiunto Armando Spataro e lasciare in carcere Massimo Tartaglia. Con l'incredibile motivazione che esisterebbe un concreto rischio di reiterazione del reato (addirittura verso chiunque) nonché la possibilità che l'indagato tenti di inquinare le prove. Come questo possa avvenire tra le mura di un ospedale psichiatrico è a dir poco problematico. Senza contare il fatto che il riferimento a «eventuali prove» inquinabili allude alla possibilità di oscuri retroscena di cui, con tutta evidenza, non v'è traccia. Assai più probabile è dunque che «con l'aria che tira» a prescindere dallo stato di salute di Tartaglia, della sua e dell'altrui sicurezza, prudenza politica suggerisca di tenerlo in galera, almeno fino a quando si saranno calmate le acque.
Tutto ciò non scandalizza né i fieri avversari del «comunismo giudiziario», né gli apologeti di una magistratura salvifica e pura che dovrebbe tenerci al riparo dalle malefatte della politica. Corporazioni e poteri, compresi quelli giudiziari, sono assai poco inclini a mettere in secondo piano i propri interessi e il calcolo delle opportunità, condannando all'insignificanza la vita e la sofferenza di un singolo. Non è la prima volta che ne danno prova. E anche la stampa, pur costretta a difendersi dalla ridicola accusa di essere «mandante morale» dell'aggressione di piazza Duomo, dovrebbe prendere molto sul serio i legittimi timori dei familiari dell'aggressore.


ilmanifesto

14 dic 2009

TARTAGLIA STA GUARENDO

"Si potrebbe almanaccare a lungo sul valore simbolico di quel gadget a forma di duomo di Milano (se le testimonianze riferite dicono il vero) scagliato sul volto dell’uomo che dalla Madunina ha cominciato il suo viaggio verso il potere. O meglio, l’onnipotenza. Un volto che artifici cosmetici e chirurgici vorrebbero conservare intatto nel tempo, e che in un attimo viene prostrato dal sangue che copioso sgorga dalla ferita. E il sovrumano rientra nei limiti dell’umano."
(Angelo d'Orsi)

immagine di Edoardo Baraldi

13 dic 2009

Ivan Illich


A differenza della produzione di beni e servizi, il lavoro ombra è svolto dal consumatore di merci, specificatamente dal nucleo familiare consumatore. Definisco lavoro ombra qualunque attività con la quale il consumatore trasforma una merce acquistata in un bene utilizzabile. Chiamo lavoro ombra il tempo, la fatica e lo sforzo che è necessario investire per aggiungere a qualsiasi merce acquistata il valore senza il quale non sarebbe utilizzabile. Lavoro ombra è dunque un’attività cui le persone sono costrette a dedicarsi nella misura in cui cercano di soddisfare i propri bisogni mediante le merci. (Ivan Illich)

Ibrahim non fa notizia

di Gianni Rinaldini *
Ibrahim non fa notizia
Il segretario Fiom Rinaldini scrive ai direttori dei giornali «L'immigrato ucciso dal padrone, risorsa umana dismessa»
Egregio Direttore,
qualche giorno fa, in provincia di Biella, un ragazzo è andato dal suo datore di lavoro per chiedere che gli venissero pagati tre mesi di stipendio arretrato: qualche migliaia di euro che si era guadagnato onestamente, lavorando tutti i giorni e facendo quindi ciò per cui era stato assunto. Forse ne è nata una discussione, forse il ragazzo e il datore di lavoro - un artigiano - hanno litigato, forse si sono insultati, non sappiamo. Ciò che importa è che il datore di lavoro lo ha ucciso con nove coltellate, ha forse chiesto aiuto a qualcuno di fidato, ha caricato il corpo del ragazzo nel bagagliaio di una macchina e lo ha scaricato sulla riva di un torrente, nella vicina provincia di Vercelli. Il datore di lavoro si è così disfatto di «qualcosa» che in quel momento risultava essere inefficiente e antieconomico per la sua impresa edile: un peso morto.
Il corpo del ragazzo è stato poi trovato senza vita dalla polizia ed è stato quindi identificato dai suoi familiari. Il ragazzo si chiamava Ibrahim M'Bodj, aveva 35 anni, era originario del Senegal e lavorava in edilizia. Il datore di lavoro ha ammesso di averlo ucciso. Sì, il ragazzo era un immigrato, uno di quei tanti uomini e donne che decidono di lasciare il proprio paese alla ricerca di condizioni di lavoro e di vita migliori. Uno di quei tanti che sperano di trovare un lavoro che gli permetta di avere una prospettiva di vita dignitosa, che possa garantire un futuro migliore a se stesso e ai suoi familiari; un lavoro che possa garantire una prospettiva di vita, appunto. Ibrahim ha trovato condizioni di lavoro che gli hanno dato la morte. Ibrahim non ha trovato un datore di lavoro, ma un padrone con potere di vita e di morte su di lui.
Ibrahim era un ragazzo normale come tanti altri. Ibrahim non era un eroe, e quando è andato a chiedere che gli venissero pagati i tre mesi di stipendio arretrati pensava di andare a chiedere solo ciò che gli spettava legittimamente. Di certo non pensava che quelle sarebbero state le ultime ore della sua vita. Di certo non pensava di fare niente di eccezionale. Per tre mesi si era arrangiato e aveva aspettato, ma a quel punto - dopo novanta giorni senza stipendio - doveva continuare a vivere, doveva fare qualcosa, e ha deciso di chiedere all'artigiano per cui lavorava ciò che gli spettava, niente di più.
La ferocia della reazione del datore di lavoro è purtroppo significativa del clima sociale e culturale del nostro tempo. Ma ciò che quasi ancor più ci colpisce di questo episodio è il fatto che i giornali, le televisioni, e in generale i mass media, se ne siano completamente disinteressati. Nei giorni successivi al ritrovamento del corpo di Ibrahim, quasi nessuno ha scritto o detto qualcosa su ciò che era successo, con pochissime eccezioni come nel caso del manifesto che ha scelto di dare rilievo a questa storia orribile. E allora viene in mente l'idea che, a parti rovesciate, si sarebbe forse mobilitato l'intero circo mediatico e che per settimane questo episodio sarebbe stato, giustamente, al centro delle riflessioni e delle analisi di politici, giornalisti, intellettuali e opinionisti vari, animando una fitta serie di dibattiti e discussioni.
Ibrahim, evidentemente, aveva una doppia sfortuna: era un lavoratore ed era un immigrato. Ibrahim era doppiamente invisibile, nonostante avesse un contratto di lavoro regolare e soggiornasse regolarmente in Italia da molti anni. Ibrahim non era uno qualsiasi: non era nessuno.
Per il suo datore di lavoro, probabilmente, Ibrahim non era un uomo in carne e ossa, dotato di una vita propria. Sì, certo, era umano, ma era una risorsa, una risorsa umana, alla pari o forse poco più importante delle risorse tecnologiche, di quelle energetiche o naturali, di quelle organizzative. E se una risorsa, anche se umana, non serve più, la si dismette, se ne fa a meno, la si scarica. Certo, per dismettere le risorse, ci sono modi civili e modi incivili, ma il concetto è sempre lo stesso.
A pensarci bene, questa è anche, e sempre di più, la logica costitutiva di quello che, non a caso, viene definito come il «sistema di management dell'immigrazione» degli Stati liberali (non solo dell'Italia). Primo: prendere le risorse umane che ci servono (qualche tempo fa si diceva di prendere gli immigrati che sono disponibili a fare quello che gli italiani non vogliono più fare, ma l'attuale crisi economica ha complicato un po' le cose). Secondo: essere ancor più ricettivi nei confronti delle risorse umane che possono contribuire a fare acquisire al paese un vantaggio competitivo nei settori produttivi strategici (gli immigrati con alte competenze professionali). Terzo: evitare l'arrivo delle risorse che non risultano utili o, nel caso in cui queste siano già presenti, reindirizzarle verso i paesi da cui provengono. Anche in questo caso, esistono modi civili e modi incivili di disfarsi di queste particolari risorse umane: le si può rimpatriare, se mai attraverso incentivi economici, ma si può anche buttarli a mare come le scorie radioattive.
Per quel datore di lavoro, Ibrahim era una risorsa da dismettere. Se si fosse trovato senza lavoro e senza la possibilità di rinnovare il permesso di soggiorno, Ibrahim sarebbe potuto diventare una risorsa da dismettere anche per l'intero paese Italia. Ma, evidentemente, è proprio così che è stato considerato da molti di coloro che fanno parte dei salotti televisivi, delle redazioni dei giornali e dei telegiornali. Un uomo che muore può fare notizia, una risorsa dismessa no. Se poi questa risorsa è straniera, anzi extra-comunitaria, è come se non fosse mai esistita.
Ci sono dei singoli avvenimenti che hanno la capacità di raccontare un dato assetto della realtà sociale quanto un'analisi statistica o un'inchiesta sociologica, se non addirittura di più. Rappresentano quello che sta accadendo in determinati tempi e luoghi, di sintetizzare il senso dei processi sociali e culturali che attraversano questi luoghi e tempi, e di svelare le logiche che sottostanno ai sistemi mediatici.
Sono passati più di vent'anni dall'assassinio di Jerry Maslow, un omicidio che tanto clamore e tanta indignazione suscitò nella società civile. Ciò avvenne anche grazie all'attenzione che i mass media del nostro Paese dedicarono allora a quell'episodio. L'impressione è che oggi, a venti anni di distanza, si sia tornati indietro di secoli.

* Segretario generale Fiom-Cgil


www.ilmanifesto.it

09 dic 2009

video

04 dic 2009

Salute mentale, la Puglia si affida al privato

Salute mentale, la Puglia si affida al privato
Di AipsiMed , Mar, 27/05/2008 - 08:21
http://www.aipsimed.org/node/1707
Di Rosa Stano. Dopo la chiusura dei manicomi, a seguito della legge 180, una serie di inadempienze, di omissioni e di latitanze da parte delle istituzioni ha portato al fallimento dei vari Progetti Obiettivo in campo nazionale e regionale.
Il malfunzionamento dei Servizi territoriali, assolutamente non in grado di garantire la totale presa in carico dei pazienti e di assicurare loro le cure e la riabilitazione adeguata, la mancanza di personale opportunamente motivato e formato, l’assenza di una rete sociale in grado di promuovere un effettivo processo di integrazione socio-sanitaria sono le manifestazioni più eclatanti del fallimento di una politica sanitaria basata ormai sul
sistema delle deleghe. In base al “principio di sussidiarietà”, infatti, si è ritenuto più facile delegare ai privati la Salute Mentale, appaltando strutture e pagando per rette, sottraendo risorse umane ed economiche al servizio pubblico, senza alcuna garanzia di buon funzionamento.
A metà della legislatura che vede al governo della Regione Puglia una Giunta di centro-sinistra, il cui programma elettorale non poche speranze aveva alimentato avendo assunto, tra le priorità, l’impegno di un radicale cambiamento delle politiche della Salute Mentale, si registra invece una deludente gestione dell’esistente, nel segno della continuità con politiche calibrate sugli interessi consolidati di pochi gruppi privati, trasversali alle forze politiche, che dall’attuale configurazione dei servizi psichiatrici traggono “ fatturato” e quindi ostacolano qualsiasi
ipotesi di cambiamento che metta in discussione la loro cospicua fetta di mercato.
Questo spiega l’anomalia pugliese così come emerge dai dati riportati anche nella Bozza di Piano Sanitario Regionale nel capitolo sulla Salute mentale: eccesso di posti letto nelle strutture riabilitative, tutte private (2,59 p.l. ogni 10.000 abitanti contro 1 p.l. previsto nel Progetto Obiettivo Nazionale) con un basso turn- over (il 52% è ospite della stessa struttura per più di tre anni, mentre il 44%, alla dimissione, passa in altre strutture: in pratica non si riabilita nessuno!). Un timido, ma significativo, segnale di cambiamento si era prodotto con la Legge Regionale 26/2006 (Interventi in materia sanitaria) che all’art. 9 (Disposizioni programmatiche per la Salute mentale) aveva recepito alcune istanze avanzate dalle Associazioni di tutela dei pazienti e da Psichiatria
democratica: l’apertura dei C.S.M. per 24 ore con l’adeguamento del personale e con dotazione di posti letto in day-hospital, forme di riabilitazione alternative alla residenzialità in strutture private, vincolo dell’innalzamento degli standard minimi per gli accreditamenti, istituzione di una Commissione regionale, composta anche da rappresentanti delle associazioni di tutela dei pazienti, avente funzioni di proposta, monitoraggio e verifica
sull’attuazione delle politiche di salute mentale.
Ebbene, a distanza di due anni nulla è stato attuato: la Commissione, pur istituita con D.G.R. n.36 del 23/01/2007, non è mai stata convocata e resa operativa; i C.S.M. continuano a funzionare (?) solo per sei ore al
giorno e a configurarsi come meri ambulatori, impossibilitati, per carenza di risorse e di personale, a rispondere
alla complessità dei bisogni dei pazienti e delle famiglie, mentre le decisioni politiche continuano a favorire e a potenziare le nuove forme di istituzionalizzazione (leggi minicomi) gestite monopolisticamente dal Privato sociale che assorbe i due terzi delle già scarse risorse destinate
alla Salute Mentale. Nel frattempo, tanto per ribadire quali sono gli interessi
prioritari in campo, un solo atto concreto da parte del governo regionale: si tratta della deliberacon la quale la Giunta ha aggiornato le tariffe delle strutture residenziali in mano ai
privati, con una spesa di ben 4 milioni di euro, assicurando il pagamento del “vuoto perpieno”egarantendo loro la gestione di tutte le strutture riabilitative presenti e future e persino dell’assistenza domiciliare. Delibera che, nonostante la mobilitazione di Psichiatria Democratica, della CGIL, delle Associazioni di utenti e di familiari e la presa di posizione del
consigliere regionale Pietro Manni, è passata col “silenzioassenso” della Commissione Sanità.
Ed ancora, nel Documento di indirizzo economico funzionale del S.S.R. 2008, D.G.R. n. 95 del 31/01/2008, vengono destinati in favore degli ex ospedali psichiatrici di Bisceglie e Foggia, gestiti dall’Ente ecclesiastico “Casa della Divina Provvidenza Opere Don Uva”(1), risorse per 71.540.000,00 euro. Di contro, con le briciole restanti, 465.000,00 euro, si pretende di migliorare la qualità dei S.P.D.C. dove si continua a fare uso e abuso di contenzione, e neanche un euro può essere destinato al potenziamento dei C.S.M. ed all’adeguamento del personale dei servizi pubblici, lasciando così inattuata la L.R. 26/2006. La lettura della bozza di P.S.R. conferma come la permeabilità delle Istituzioni, nelle componenti politica e burocratica, ai “poteri forti” comprometta irrimediabilmente la possibilità di aprire una fase nuova di ridefinizione delle politiche di salute mentale. A dir poco schizofrenico, infatti, appare il capitolo sulla Salute mentale laddove, mentre nella prima parte l’analisi delle anomalie e delle criticità strutturali della risposta pubblica alla domanda di salute mentale è corretta e se ne individuano le cause nello sbilanciamento delle risorse in favore delle strutture gestite dai privati, peraltro non sottoposte ad alcuna valutazione di qualità ed efficacia, nella seconda parte, di definizione delle strategie, nulla di conseguente è riscontrabile, nessuna misura va nella direzione di nuovi percorsi terapeutici e riabilitativi centrati sulla persona sofferente, atti a garantire la restituzione del diritto ad un ruolo sociale, alla casa, alla formazione, al lavoro; ancora trascurata la Neuropsichiatria infantile; nessuna progettualità per gli inserimenti lavorativi; nessuna iniziativa per l’apertura dei CSM oltre le sei ore.
Se questo è lo stato delle cose, nessuna meraviglia se il destino dei pazienti psichiatrici è ineluttabilmente quello della cronicizzazione e, tante volte, quello della morte violenta, come recentemente è accaduto per due donne che non hanno potuto trovare accoglienza presso il Servizio territoriale che serra i battenti dopo le ore 14.00, una deceduta in seguito ad un T.S.O., legata al letto di un reparto psichiatrico, nonostante l’avanzata età di 81 anni, e l’altra suicida per
disperazione e per abbandono: morti che non meritano indignazione, non analisi sociologiche, non autocritica da parte di amministratori e addetti ai lavori, morti da nascondere per non infastidire i responsabili. Non si vede, purtroppo, chi oggi avverta l’urgenza di costruire un altro Marco Cavallo: allora si trattò di liberare i matti da luoghi di aberrante segregazione,oggi di liberarli dalle pervasive forze del mercato.
E non è certo più facile!

02 dic 2009

FUORI ONDA


fonte Repubblica.it
versione integrale sottotitolata