5 mar 2009

la deriva italiana



di Alberto Asor Rosa



In controtendenza rispetto a una (apparente) inarrestabile deriva negativa, cercherò di riassumere quali siano per me i punti decisivi della situazione italiana: Berlusconi, il suo disegno e la sua forza. Qualche mese fa mi azzardavo a definirli diversi ma peggiori del fascismo, apriti cielo. Oggi i più autorevoli commentatori parlano disinvoltamente di una precisa caratterizzazione populistico-autoritaria. Ma dov'è la differenza? Nessuno dei regimi fascistici del Novecento in Europa fu mai contraddistinto dai caratteri di un puro putsc militare o poliziesco. Al contrario: essi furono, in modi diversi, esperimenti fortemente autoritari ma anche fortemente populistici; arrivati il più delle volte al potere in seguito a regolari elezioni; accompagnati a lungo da un vasto consenso di massa. L'unico regime rivoluzionario arrivato al potere con un atto di rottura violenta delle istituzioni legittime costituite fu quello bolscevico: ma è lecito assai dubitare che, per una lunghissima fase, quel regime non avesse conseguito il medesimo consenso di massa caratteristico dei suoi più accaniti avversari.Dobbiamo perciò acconciarci ad arrivare a una rapida conclusione, che forse dispiacerà a molti dei miei lettori: quel che contraddistingue un sistema democratico degno di questo nome non è in sé e per sé il consenso popolare, neanche quando conseguito con strumenti (formalmente) democratici (le elezioni), ma il rispetto (anche formale, formalissimo) delle regole. Torniamo alla liberaldemocrazia classica? Risposta: perché no, se i tempi sono di estrema emergenza? Il fatto che in un processo possa essere condannato il corrotto e non il corruttore in base ad una legge dello Stato regolarmente approvata; la barbarica esibizione di spiriti primitivi e di perverse persecuzioni nel coso del caso Englaro; la legittima «messa in campo» per le strade delle nostre città di drappelli di sedicenti difensori dell'ordine pubblico, mentre le vere «forze dell'ordine» vengono depotenziate ed emarginate; le spinte risolutamente avverse all'unità e identità nazionali in nome di una parola d'ordine, in sé nobile ma paurosamente degradata, come «federalismo»; il tentativo in corso nel nostro Parlamento di tagliare non solo le unghie ma anche le braccia e le gambe alla magistratura allo scopo di realizzare una perfetta «confusione dei poteri»; l'ostentato esibito, ampiamente praticato ricorso alla decretazione d'urgenza, anche quando d'urgente non c'è nulla, a scapito delle prerogative parlamentari; la costante destabilizzazione dei rapporti fra le istituzioni (vulgo: attacchi indecenti alla Presidenza della Repubblica); la ricerca, quanto mai evidente, di concentrare nel Capo il maggior numero di poteri possibili; tutto ciò, e molto altro, rappresenta con enorme chiarezza la scalata, talvolta provocatoria e nevrotica, più spesso paziente e tenace, verso una diversa forma dello Stato, dove le procedure elettorali, della cui esplicita cancellazione ci sarà sempre meno bisogno, avranno una valenza solo immaginaria. Davanti agli occhi il nostro Presidente del Consiglio ha il modello Putin, come non avvedersene? (questo potrebbe anche voler dire che la cosiddetta «anomalia italiana» sta dentro una più generale crisi del «modello democratico», - Obama contraddicente?, - e questo è vero, ma non c' è spazio per argomentarlo).Consenso di massa, dicevamo, intorno alla scalata antidemocratica di Silvio Berlusconi: come mai? Intanto: Berlusconi, come tutti i leader dei movimenti populistico-autoritari (i.e. Fascisti) del Novecento, è l'unico homo novus nel panorama politico circostante: rappresenta per lui un vantaggio non da poco raffigurare plasticamente l'alternativa a un imbrogliato, querimonioso, incerto, fatiscente sistema liberaldemocratico (fu la stessa cosa per Mussolini, per Hitler, persino per i comunisti bolscevichi). Poi, promette, promette molto: in tempi di crisi, se non c'è un progetto chiaro a contrastarlo, l'illusionismo di un abile prestigiatore appare più seduttivo di qualsiasi piatto e grigio discorso di buonsenso. In terzo luogo: solletica i peggiori istinti delle masse, che ne hanno, o se ne hanno, li fa propri, fa vedere loro che lui è come loro. Da questo punto di vista non c'è da farsi molte illusioni: in Sardegna ha vinto anche perché ha promesso che si sarebbero fatti villaggi turistici in ogni punto della costa, e in Toscana, nella democraticissima Toscana , accadrebbe lo stesso, se a contendersi fossero due partiti, uno dei quali promettesse il rigoroso rispetto della linea delle dolci colline paesane e un altro di costruirci sopra «villettopoli» dappertutto. Infine: la risposta dei suoi avversari fa pena. Infatti: c'è un'opposizione in Italia? Risponderò con un'altra domanda: chi è in grado di dirmi cosa sia il Pd? E' un partito di centro che guarda a sinistra o un partito di sinistra che guarda al centro? O un partito di centro che guarda al centro? E' un partito laico o un partito confessionale? O cos'altro? Fa opposizione o consociazione? Le ultime vicende, - la caduta di Veltroni e la sua sostituzione con Franceschini, ecc. ecc., - sulle quali si è soffermata Rossanda con considerazioni alle quali non ho da aggiungere nulla, complicano il quadro, non lo chiariscono. Faccio solo questa aggiunta istruttoria: nel calderone creato dall'ircocervo si è inabissato, con un'assolutezza totalizzante che incute spavento, qualsiasi residuo di tradizione comunista italiana. Non ne è rimasto nulla, tutto è stato liquidato dai suoi stessi eredi anagraficamente più accreditati: i vincoli profondi con il mondo del lavoro; la presenza capillare e di massa; il «costituzionalismo» senza remore; il riformismo limitato ma serio. Al posto di tutto questo, nessuno sforzo culturale nuovo; una sorta di idiosincrasia per qualsiasi ragionamento culturale fondativo; la pratica istituzionalizzata del giorno per giorno (che lascia spazio a cose perfino vergognose: come la rinnovata spartizione, d'intesa con il berlusconismo, del Consiglio di Amministrazione della Rai).Ma «a sinistra» la situazione è ancora peggiore. Divisioni, personalismi, lotte di apparati (tanto più rissosi quanto più microscopici). Cose ormai inveterate, mi fa pena persino tornarci su. Appena succede qualcosa di nuovo, come ad esempio la proposta di una Costituzione di sinistra, scopri (come accade in Toscana) che è per dare uno sgabelletto di sinistra al Pd, il quale nel frattempo si è spostato ancora più a destra (candidatura di Renzi a sindaco di Firenze). Di nuovo c'è anche che alcuni dei dirigenti che stanno fra i massimi responsabili della catastrofe in atto della sinistra, dopo una breve pausa di ristoro, hanno ricominciato ad andare in giro per l'Italia a spiegare cosa deve fare una sinistra per essere veramente di sinistra. Penoso. E allora? Beh, non devo mica essere io a dare risposte alla catastrofe. Solo qualche considerazione conclusiva, che deduco strettamente da quelle precedenti. Se non ci si vuole adeguare alla prospettiva che il risentimento presente in una parte consistente dell'opinione pubblica italiana si orienti verso soluzioni (specularmente) demagogico-populistiche, utili come reazione nell'immediato, ma che non portano da nessuna parte, bisognerebbe ripartire da alcune riflessioni molto elementari: 1) l'opposizione al berlusconismo è globale: non comporta né accomodamenti né arretramenti né trattative. Con Berlusconi nessun discorso è possibile: è illusorio e autolesionistico cercare di correggerlo in un modo qualsiasi in corso d'opera; 2) quel che manca, incredibilmente e inverosimilmente, in Italia - da questo punto di vista unico paese al mondo -, è un partito di sinistra. Voglio esser chiaro: non un partito della sinistra radicale: ma tout court, un partito di sinistra che interpreti le moderne esigenze di solidarietà sociale, apertura multiculturale, rispetto delle regole, separazione dei poteri, Stato di diritto, laicità e indipendenza culturale, libertà e democrazia, che potrebbero fare da base a un intransigente opposizione antiberlusconiana; 3) chi se ne frega, insomma, della stantia diatriba fra veterocomunismo e pseudoriformismo, se poi non c'è chi sia in grado di mettere in piedi un programma di governo accettabile e praticabile? Mancano un progetto, una linea, una qualsiasi forma (anche minimale) di orientamento strategico, dieci punti, un decalogo elementare, comprensibile e accettabile (tanto dobbiamo fare un semplice partito di sinistra, mica la rivoluzione socialista), in grado di spiegare alla gente chi siamo e dove andiamo; 4) è diffusa una scontentezza, un'insopportazione di massa per le diatribe vane, le astuzie, le furbizie, le manovrette di autosalvataggio degli apparati di sinistra. Gli «uomini nuovi», ahimé, non si creano a comando, neanche con le «primarie» (Renzi docet): vano farne ricerca se da soli non si presentano alla ribalta. Ma la rottura della catastrofica continuità degli apparati, la quale consente e alla fine addirittura persegue la disastrosa liquidazione delle tradizioni e dei valori migliori, costituisce anch'essa un fattore ineliminabile di questo passaggio. Per riallacciarsi alla componente più feconda del nostro passato ci vorranno uomini che vengono dal nostro futuro. Quando? Quando ci saranno.Finché questo non accadrà, non ci resterà che sperare nella forza di resistenza del Presidente della Repubblica (il quale non è mica Dio, fa quel che può). Nella magistratura (fin quando non le saranno tagliate le gambe e le braccia). Nella Corte Costituzionale (da cui ci aspettiamo molto nei prossimi mesi). E nell'Arma dei Carabinieri («Nei secoli fedele». Alla Repubblica, s'intende).

LA STRADA E LA CITTA' COME SPAZIO PRIVATO


di Alessandro Dal Lago


Il buon Franceschini ha dichiarato che Berlusconi è contro la costituzione. Forse l'ha fatto per dare un po' di colore al suo pallidissimo partito e togliere un po' di terreno sotto i piedi a Di Pietro. In ogni caso, evviva. Tuttavia, è solo la metà della storia. Berlusconi è l'attore supremo e il simbolo della trasformazione autoritaria in Italia. Ma c'è una parte entusiasta del paese che lo segue ed è questo che inquieta davvero.Diamo un'occhiata alla mappa delle ronde pubblicata ieri da Repubblica. Pressoché assenti nel sud, tranne che a Napoli, dove peraltro i City Angels pattugliano saggiamente la zona bene di Chiaia, le ronde si infittiscono verso nord, fino a punteggiare la Padania da Cuneo a Trieste. Si tratta di iniziative composite e molteplici. Ci sono quelle della Lega, i City Angels, i Blue Berets, gli ex poliziotti o carabinieri, le pattuglie antiabusivi (Venezia), con cane e pettorina (Torino), i nonni-vigili (Genova) e così via. Si va da una certa truculenza della Lega e della destra all'amabilità dei volontari nei parchi, sino, crediamo di capire, a istanze come «riappropriamoci del territorio». Chi sono gli obiettivi di questa montante volontà di controllare? Pedofili, potenziali stupratori, ladruncoli e scippatori, fastidiosi marginali, ambulanti, lavavetri, clandestini, nomadi, barboni. Dunque, per lo più, quei margini o scarti sociali a cui si attribuisce, nonostante la diminuzione costante dei reati, l'allarme generalizzato sulla sicurezza.E chi sono i rondisti? I cittadini risoluti, i difensori del territorio, le vedette lombarde. Secondo me, qui c'è proprio il punto chiave dell'intera faccenda. Al di là del fatto che magari possono anche non essere esplicitamente di destra, i rondisti dimostrano che il messaggio della Lega ha fatto breccia nell'immaginario locale. Il territorio con al centro la casa. La via come prosecuzione della quiete domestica (una quiete del tutto fantastica, visto che la stragrande maggioranza delle violenze sulla persona e degli abusi sessuali ha luogo in casa). La strada come estensione della fabbrichetta. Dunque, la privatizzazione dello spazio pubblico. Come è noto, in uno spazio privatizzato non si danno conflitti. Per il momento, se qualcuno si oppone pubblicamente alle ronde, interviene la polizia. Ma giorno verrà in cui saranno i difensori del territorio a stabilire chi ha diritto di manifestare in pubblico.Apparentemente, la cautela del governo verso le ronde, che per il momento non sono armate e vanno autorizzate, è all'insegna della protezione della legalità e contro gli abusi. A me sembra soprattutto la costituzione di cinghia di trasmissione tra poteri e soggetti. La costituzione di un autogoverno senza contenuti.I cittadini, non più divisi dal conflitto sociale e tacitati sugli interessi, si coalizzano contro il buio. Una grande famiglia felice, che sbarra porte e finestre al tramonto.Ma la crisi economica risveglierà il conflitto, si potrebbe obiettare. E se invece il razzismo democratico, la bagarre perpetua contro i clandestini, la xenofobia di stato, la mobilitazione locale delle ronde non fossero esattamente la strategia per governare il conflitto che incombe, e cioè il fondamento di un regime autoritario e consensuale?

lotta per la salute


un intervento di Rino Negrogno, operatore sanitario del servizio di emergenza "118" dell'Ospedale di Trani, in occasione della mobilitazione sindacale della Cgil - Funzione Pubblica contro la gestione scelerata della crisi economica da parte del governo.


Muore prima ed è più malato chi è più povero e meno istruito. Questo dato viene pacificamente accettato da ogni Istituzione Sanitaria e potrà trovare facili riscontri nell'esperienza di ciascuno. La moderna disciplina medica accetta senza fare troppo chiasso il suo ruolo primario: essere un dispositivo che disciplina e adatta forzosamente i corpi a condizioni sociali largamente ostili alla vita, sia dal lato ambientale sia da quello sociale.

Quando l'aria, l'acqua e i cibi sono avvelenati dalla gestione irresponsabile e incontrollata delle attività produttive, quando i nostri territori presentano un'incidenza di patologie neoplastiche superiore alla media nazionale a causa delle scorie illegalmente riversate per anni nelle nostre cave, con il tacito consenso delle classi dirigenti locali, quando rimane impenetrabile la cortina di silenzio che la scienza ufficiale alza per negare l'effetto iatrogeno di molti farmaci, colpevolmente favoriti nelle tavole di prescrizione per onorare il potere delle case farmaceutiche, il comparto degli operatori sanitari non può non prendere atto che la professione medica non è un'accozzaglia di rituali da stregoni sul corpo dei malati, ma un impegno politico e civile, una lotta per il miglioramento delle condizioni di esistenza, una lotta per il progresso dei diritti e delle libertà sociali.

Oggi, condizioni di lavoro sempre più difficili per ampie fasce di popolazione, costretta a mansioni precarie, degradanti, sottopagate e prive di tutele, sono il fattore primario di compromissione della salute dei cittadini; inoltre, una società che, attraverso ambizioni e aspettative vuote, sottopone gli individui a condizioni di stress psicologico sempre più esasperato ad ogni livello della vita sociale, dalla famiglia al tempo libero, dal lavoro alla strada, distrugge contemporaneamente ogni ambito di solidarietà e di ascolto tra le persone, riconsegnando ciascuno ad un'angoscia esistenziale della quale il concetto socialmente diffuso di "malattia" è spesso un alleato connivente.

Ricorre in misura maggiore ai trattamenti sanitari chi è più povero e meno istruito. E questo, lo intendiamo subito come una diretta conseguenza del dato precedente: cioè che si ammala di più chi è costretto a condizioni di vita e di lavoro più degradanti. Ma questo dato nasconde in sè un'altro elemento, meno facile da leggere e forse più inquietante.
Chi è più povero e meno istruito, rispetto a chi è ricco e colto, di fronte alle stesse diagnosi, si sottopone più spesso a trattementi sanitari. Chi è più povero e meno istruito ha una percezione maggiore del bisogno di cure, ne fa una richiesta maggiore; invece, chi è colto e ricco, di fronte alle medesime diagnosi, ricorre meno spesso ai trattamenti ospedalieri, riesce in misura maggiore a convivere con la malattia, si affida a metodi di cura alternativi, ha la possibilità di scegliere trattamenti meno invasivi. Certo, si potrebbe obiettare, di fronte a questi dati, che una parte di coloro che sono più ricchi ed istruiti facciano ricorso a costose cliniche private, ma questo non inficia il dato generale emergente perchè in questa ricerca si tiene conto di sanità privata, pubblica e convenzionata senza distinzione.

Il dato finale è questo: chi è più povero e meno istruito, è più propenso a richiedere prestazioni sanitarie di maggior peso ma ottiene un minore accesso ai servizi e cure di minore qualità ed efficacia. Infine, paradosso inquietante, a parità di diagnosi, è il personale medico che ricorre meno spesso alle cure ospedaliere e ai trattamenti sanitari di maggiore entità. Questi dati emergono delle ricerche condotte dall'università di Bologna a proposito delle "Disuguaglianze socioeconomiche nell’efficacia dei trattamenti sanitari", pubblicate nel 2006. Secondo il rapporto finale della ricerca: "Gran parte della spesa del Servizio Sanitario Nazionale è assorbita da prestazioni erogate ai gruppi sociali più deboli, ma l’apparente immagine di equità e solidarietà del sistema viene contraddetta da un eccesso di inappropriatezza ed inefficacia." "Le persone di livello socioeconomico inferiore hanno, a parità di bisogno reale e di gravità di malattia, minori probabilità di ricevere cure efficaci ed appropriate; evidenti svantaggi sociali nell’accesso alla prevenzione primaria, alla diagnosi precoce ed alle cure tempestive e appropriate; difficoltà nell’accesso quotidiano ai servizi, per insufficienti informazioni sulle prestazioni, scarsa conoscenza delle strutture erogatrici, delle liste di attesa, delle tariffe e dei percorsi."

Credo che ciascuno dei presenti possa riconoscere nella propria esperienza i casi particolari di cui questa ricerca fornisce una chiave di lettura generale e generica. Ma se oggi vogliamo affrontare una riflessione generale sul nostro ruolo nella società, non possiamo non interrogarci sul modo in cui il Sistema Sanitario tratta la malattia. La reificazione della malattia, rappresentata come un'entità a sé stante, estranea all'organismo e al suo vissuto, produce un sistema medico interessato solo al corpo-macchina del malato, alienato dal suo contesto sociale ed esistenziale; un malato che finisce a delegare al sistema sanitario l'incomunicabile angoscia di un corpo che è già un oggetto autoptico-fiscale quando fa il suo ingresso nel primo studio medico; e che sarà smembrato e riconsegnato a tanti specialisti quante sono le parti in cui l'essere umano è sezionabile.

E in questa luce si deve leggere il dato precedente: chi è più povero e meno istruito, chi non ha linguaggio per dare voce al proprio dolore, chi è costretto all'angoscia e all'insicurezza dalla distruzione delle relazioni sociali, da un'etica utilitaristica e competitiva, dal vuoto di una vita ridotta a mera sopravvivenza, non può che cadere vittima del potere oscuro che noi impersoniamo. Chi, per affrontare la morte e il dolore, non ha che il nulla della totale rimozione o i risibili balbettii di una casta sacerdotale secondo la quale la sacralità della vita è espressa da quella appendice della macchina che è oggi il misero corpo di Eluana Englaro, cade vittima del nostro potere oscuro. Siamo gli unici, noi professionisti della madicina, a gestire la morte nella moderna società occidentale; a noi oggi tocca quel tenebroso potere che era stato dei dèmoni, degli stregoni e dei preti. E' un potere quasi illimitato, perchè fondato sulle più indicibili angosce, sulle più profonde paure. Il passo che si fa dal non vedere questa verità ad approfittarne per il proprio turpe tornaconto è brevissimo; quasi nullo.

Ma c'è un'ultima, altrettanto grave circostanza, che oggi ci impone l'urgenza di interrogarci sul senso della nostra professione. Qui parlo da Operatore Dell'Emergenza, e più in particolare da Infermiere del 118. Oggi noi ci troviamo ad operare in un contesto urbano in cui lo sfilacciamento e la distruzione delle relazioni sociali lascia sulle strade una quantità sempre maggiore di corpi esclusi e marginali, sfruttati dal sistema economico ma rifiutati dall'inclusione nei diritti di cittadinanza. Operando sulle emergenze sanitarie, noi ci troviamo ad affrontare i prodotti di una società in cui nessuno sa più prendersi cura dell'altro; in cui il disagio psichico è lasciato a languire nella totale indifferenza, quando non stigmatizzato e manganellato; in cui masse di sfruttati, stranieri, marginali e devianti sono criminalizzati ed esposti alla violenza dei semplici balordi e delle istituzioni come moderni capri espiatori, moderni pharmakoi: gli innocenti caricati di colpe e ritualmente sacrificati dalla collettività per sfogare la violenza accumulata nelle normali relazioni sociali.

Se per anni la sanità pubblica ha cercato di affrontare le situazioni di disagio e curarle, oggi si fa una campagna denigratoria contro i dipendenti pubblici per creare nuovo consenso attorno ai tagli e alle privatizzazioni. Ma abbiamo solo un modo per inceppare il funzionamento di questa macchina fatale: riconsiderare completamente la nostra professione, capire che noi abbiamo un ruolo prettamente politico all'interno della società. Noi non siamo sbirri o carcerieri, noi non denunceremo gli immigrati irregolari perchè le cure gratuite sono un diritto inalienabile, noi non saremo mai conniventi con le operazioni di represisone violenta che si fanno ogni notte per le strade delle città, non ci piegheremo a quest'idea di medicina come cane da guardia della repressione.

Allo stesso modo, medici, direttori generali e primari devono rinunciare del tutto alle pratiche che possano ingenerare il sospetto che la vera funzione della sanità pubblica sia garantire un esercito di clienti e feudatari, investiti da sacri e inviolabili mercimoni, garantiti dalla palude generale di silenziosa connivenza.

Il grande sociologo Ivan Illich, sul finire degli anni '60, nel pieno sviluppo del sistema del welfare, disse che "la ricerca della salute è divenuto il fattore patogeno predominante". Il modo per smentire questa terribile profezia, invertire la rotta, è indicato nella nostra costituzione:
La medicina, la pratica di cura operata da professionisti dotati di sensibilità e competenza nelle strutture pubbliche del servizio sanitario nazionale, in virtù del dettato costituzionale che "garantisce cure gratuite agli indigenti", è in primo luogo lotta per il diritto alla salute, sostanza prima di quel proposito per cui rimuvere gli ostacoli di ordine "eonomico e sociale che limitano di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini" è il compito della collettività, il compito sancito dai martiri della Resistenza.

3 mar 2009

decrescita

La Decrescita Felice
di Maurizio Pallante
Per capire cosa sia la decrescita, e come possa costituire il fulcro di un paradigma culturale capace di orientare sia le scelte di politica economica, sia le scelte esistenziali, è necessario in via preliminare fare chiarezza su cosa è la crescita economica. Generalmente si crede che la crescita economica consista nella crescita dei beni materiali e immateriali che un sistema economico e produttivo mette a disposizione di una popolazione nel corso di un anno. In realtà l’indicatore che si utilizza per misurarla, il prodotto interno lordo, si limita a calcolare, e non potrebbe fare diversamente, il valore monetario delle merci, cioè dei prodotti e dei servizi scambiati con denaro. Il concetto di bene e il concetto di merce non sono equivalenti. Non tutti i beni sono merci e non tutte le merci sono beni.
La frutta e la verdura coltivate in un orto familiare per autoconsumo sono beni qualitativamente molto migliori della frutta e della verdura acquistate al supermercato. Ma non passano attraverso una intermediazione mercantile, per cui non sono merci. Soddisfano il bisogno di nutrirsi in modi più sani e più gustosi dei loro equivalenti prodotti per essere commercializzati, non sono stati prodotti con veleni e prodotti di sintesi chimica, non hanno impoverito l’humus, non hanno contribuito a inquinare le acque, ma fanno diminuire il prodotto interno lordo perché chi autoproduce la propria frutta e verdura non ha bisogno di andarla a comprare. In una società fondata sulla crescita, dove a ogni piè sospinto tutti la invocano come il fine delle attività economiche e produttive, il suo comportamento è asociale.
Percorrendo un tragitto in automobile si consuma una certa quantità della merce carburante. Quindi si contribuisce alla crescita del prodotto interno lordo. Se per percorrere lo stesso tragitto si trovano intasamenti e si sta in coda, il consumo della merce carburante cresce; di conseguenza, il prodotto interno lordo cresce di più. Ma occorre più tempo per arrivare dove si vuole arrivare, aumentano i disagi e la fatica del viaggio, aumentano le emissioni di anidride carbonica e di inquinanti in atmosfera, i costi individuali e collettivi, ambientali e sociali. La maggior quantità della merce benzina consumata negli intasamenti automobilistici non è un bene. Eppure ogni volta che si sta fermi in coda a respirare gas di scarico si contribuisce ad accrescere il benessere collettivo e, di conseguenza, il proprio. Si agisce in modo socialmente virtuoso. Se poi, in conseguenza della maggiore stanchezza e dei maggiori rischi derivanti dagli intasamenti si verificano incidenti, la riparazione o la sostituzione delle automobili incidentate e i ricoveri ospedalieri fanno crescere ulteriormente il prodotto interno lordo, ma difficilmente si troverebbe un economista coerente al punto di considerare beni i maggiori consumi di merci che ne derivano.
Se, dunque, il prodotto interno lordo misura il valore monetario delle merci e non prende in considerazione i beni, la decrescita indica soltanto una diminuzione della produzione di merci. Non dei beni. Anzi, la decrescita può anche essere indotta da una crescita di beni autoprodotti in sostituzione di merci equivalenti. Poiché molte merci non sono beni e molti beni non sono merci, la decrescita può diventare il fulcro di un nuovo paradigma culturale e un obbiettivi politico se si realizza come una diminuzione della produzione di merci che non sono beni e un incremento della produzione di beni che non sono merci. Questo processo è in grado di apportare miglioramenti altrimenti non ottenibili alla qualità della vita e degli ecosistemi. Una decrescita guidata in questa direzione, una recessione ben temperata, per usare un’espressione di Élemire Zolla, racchiude intrinsecamente un fattore di felicità. Vive felicemente chi si propone di avere sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e spende tutta la vita per questo obbiettivo? Non vive più felicemente chi rifiuta le merci che non sono beni e sceglie i beni di cui ha bisogno in base alla loro qualità e utilità effettiva, lavorando di meno per dedicare più tempo ai suoi affetti? Vive felicemente chi vive in una società che si propone di produrre sempre maggiori quantità di merci, anche se non sono beni, e sacrifica a questo obiettivo la qualità dell’aria, delle acque e dei suoli? Non vive più felicemente chi vive in una società che antepone il bene della qualità ambientale alla crescita della produzione di merci che non sono beni?

www.decrescitafelice.it/

1 mar 2009

A Bergamo, ritornano le cariche

Sembrava tutto finito bene. Il corteo spontaneo antifascista contro l’apertura a Bergamo di un sede di Forza nuova si stava già sciogliendo, quando all’improvviso sono partite violente cariche della polizia. Gli agenti sostengono di aver risposto al lancio di bottiglie da parte dei manifestanti, di aver perseguito un gruppetto bardato, denunciano agenti feriti e dicono di aver sequestrato anche un piccone. Ma di fatto sono state compiute cariche a freddo che hanno colpito tutto il corteo. I manifestanti sono scappati per le strade del centro ma sono stati inseguiti dagli agenti in tenuta antisommossa che hanno continuato a prenderli a manganellate. Cinquantanove antifascisti sono stati fermati e portati in questura e nella caserma dei carabinieri. Fuori dalla questura si sono riunite alcune decine di persone per conoscere la sorte dei loro compagni. Ma anche loro sono stati attaccati e presi a manganellate.
Ingiustificate.
Si è trattata di una giornata pessima segnata da una serie di azioni poliziesche violente che sanno di premeditazione comandata dall’alto. Mentre a Milano si teneva la manifestazione per Cox18.

La giornata a Bergamo è iniziata male quando, intorno alle 15,30, il boss di Forza Nuova, Roberto Fiore, ha inaugurato la sede del suo movimento neofascista in via Quarenghi, nella zona più multietnica della città, dove già sono stati commessi alcuni atti di razzismo. Da un paio d’anni è attiva a Bergamo una sezione di Forza Nuova i cui attivisti si fanno sentire spesso sui blog cittadini, che una volta erano appannaggio della sinistra.

Un migliaio di militanti antifascisti ieri pomeriggio si sono dati appuntamento proprio in via Quarenghi, a 70 metri dalla sede neofascista, da lì si sono mossi in corteo per le vie del centro facendo blocchi del traffico. Nulla di più. Sono stati lasciati anche sfilare 200 fasciti armati di caschi che hanno rotto la telecamera di una giornalista di Antenna 6. La manifestazione antifascista dopo due ore è riconfluita verso via Quarenghi dove si stava sciogliendo. I neofascisti, circa 400 persone, se n’erano andati, e anche alcuni militanti di sinistra avevano cominciato a lasciare la piazza, quando, a sorpresa, è partita una carica tra via
Paglia e via Paleocapa. Un blitz molto duro e prolungato. Gli agenti hanno seguito i manifestanti in fuga in mezzo al traffico, li hanno picchati, davanti ai negozi, colpendo a manganellate anche ragazzi già fermati e buttati a terra.
«Il corteo era finito da un’ora - racconta un manifestante - addirittura il questore, Dario Rotondi, si era congratulato con alcuni organizzatori per la gestione della piazza quando i poliziotti sono scattati. Gli prudevano le mani».
A Bergamo si terrano le elezioni comunali e provinciali, e una giornata gestita con il pugno duro dalla polizia contro manifestanti di sinistra con scontri per le strade, cade a pennello per la Lega del ministro degli Interni Bobo Maroni.
Le forze dell’ordine sostengono di aver agito contro un gruppo venuto da fuori città, sarebbero stati loro a portare mazze e piccone. I fermati sono stati radunati in un cortile in questura. Sono probabili cinque arresti. Gli altri fermati verrano rilasciati nel corso della notte.