04 gen 2009

Lettera di un collaboratore di giustizia ad un magistrato




Le darò del "tu" per una volta. Non è nè oltraggioso nè offensivo. Se c'è qualcosa di offensivo è che gente come te abbia il coraggio di pronunciare sentenze in nome della legge davanti ad una scritta che pur non volendola vedere mentre sei condannato a 2 anni per aver spacciato un etto di erba a 20 anni, non riesci proprio a non fissarla... "la legge è uguale per tutti". Io sono quello che si vuole far credere un collaboratore di giustizia, ma fino ad ora ho solo avuto l'impressione di essere un collaboratore del Potere. Mi hai convinto a "collaborare" facendomi credere che lo Stato era dalla mia parte. Ti ho creduto. In fondo so che non mi hai mentito. Eri giovane e idealista. Forse credevi anche tu che si potesse collaborare con la giustizia. E forse pensavi di essere schierato in prima fila in questa missione. Forse credevi che ci fosse una giustizia. Forse adesso siamo disillusi tutti e due allo stesso modo. Forse tu ti spogli della toga e corri nelle braccia di tua moglie a piangere le schegge dei tuoi sogni. Io vivo esiliato, trasfigurato, privato di identità, impaurito, scortato e scortese, impune e condannato, esautorato, svilito, mantenuto e tollerato, odiato e sfacciato, imbavagliato, temuto ed esasperato. Sono stato un piccolo boss della mafia, adesso sono un appendice degenerata di uno Stato che la Mafia la adora. Cosa nostra, 'ndrangheta, camorra...sono gli appellativi con cui lo Stato ripropone ciclicamente la stessa operazione: esternalizzare i processi mafiosizzati che reggono gli apparati del potere di fronte all'opinione pubblica, per poi farci affari fuori dai luoghi istituzionali alimentando il più grande equivoco italiano. L'equivoco nasce da una constatazione che è di un banale che quasi offenderebbe l'intelligenza di un cittadino medio: la Mafia S.p.a produce il 7% del Pil nazionale, ma com'è possibile? Se la mafia fosse quella dei Provenzano e dei Rina di turno e non avesse le sue radici ben salde negli apici istituzionali del potere, riuscirebbe a comportarsi come l'azienda più produttiva d'Italia? Alla fine, invece, gli unici a pagare i conti del gioco sporco siamo noi, pentiti e non, ognuno a proprio modo. O ci ammazziamo tra famiglie nei quartieri in cui a tutti conviene che si compiano i rituali mediatici delle faide tra clan, o veniamo condannati al termine di un pubblico processo in cui chi ci accusa è anche chi ci ha commissionato il lavoro, naturalmente lo Stato, o collaboriamo o ci ammazziamo in carcere, ma a questo punto non cambia nulla, ogni epilogo ha lo stesso valore, la stessa morale...chi fa il lavoro sporco e ci mette la faccia paga, chi muove le marionette dal dietro le quinte vellutato e ben pagato dei seggi politici, continua a fare la spola tra un incarico e un altro, da una nomina ad un salotto televisivo, nell'aurea inscalfibile di surrettizia impunità in cui vive.
Ma in fondo tu queste cose le sai meglio di me. Ti ho scritto, però, per dirti che probabilmente, anzichè consigliarmi di collaborare con la giustizia, avresti fatto meglio a vestirti da giudice, piazzarti ben saldo sui piedi e...no, non leggermi la sentenza, ma darmi la liquidazione che mi meritavo dopo una vita da boss della mafia...un colpo di pistola ben centrato in mezzo agli occhi...sarei morto guardando la scritta alle tue spalle sbiadirsi...magari per un attimo, nell'oblio della vita che vuole scappar via dal corpo, ci avrei anche creduto.

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