9 gen 2010

uccidere un arabo











Standing on the beach
With a gun in my hand
Staring at the sea
Staring at the sand
Staring down the barrel
At the arab on the ground
I can see his open mouth
But I hear no sound

I'm alive
I'm dead
I'm the stranger
Killing an arab

I can turn
And walk away
Or I can fire the gun
Staring at the sky
Staring at the sun
Whichever I chose
It amounts to the same
Absolutely nothing

I'm alive
I'm dead
I'm the stranger
Killing an arab

I feel the steel butt jump
Smooth in my hand
Staring at the sea
Staring at the sand
Staring at myself
Reflected in the eyes
Of the dead man on the beach
The dead man on the beach

I'm alive
I'm dead
I'm the stranger
Killing an arab








Nazione Indiana
versione 2.0



http://www.nazioneindiana.com/2008/03/12/dellamicizia-sartre-camus/





7 gen 2010

niente sarà più come prima


riceviamo da un compagno di Bologna e pubblichiamo


Lettera-articolo inviato al Resto del Carlino e, fino a prova contraria, non pubblicato

Mi chiamo [...].

Parto dal nome, perché da lì nasce il problema.

Oggi sabato cinque dicembre, a Bologna, in piazza della costituzione c'è la Critical Mass. Si vuole affermare pacificamente una nuova motilità urbana alternativa alla macchina e alla politica del Motor Show tramite l'uso quotidiano della bici. Hanno aderito spontaneamente all'iniziativa circa 100 persone, più o meno tutti studenti o quasi. A loro mi sono aggiunto anch'io. Siamo tutti in clima di festa e pacifici. Ci dicono che dobbiamo spostare i nostri mezzi perché gli autobus non riescono a passare bene, come tutti gli altri santi giorni. Qualcuno sposta la bici (tra cui il sottoscritto), altri no. A un certo punto l'ispettore di turno perde improvvisamente la pazienza e ordina a un vigile urbano lì di fianco di cominciare a prendere a caso le generalità. Sono la persona più vicina a loro e nel giro di un frangente vengo circondato da tre vigili. Non ho documenti. Dico di non averli. Ma trovo assurdo che in questo clima pacifico si sia già arrivati a questo punto. Provo a far ragionare tutti. Ma non ho tempo di aggiungere altro. Un vigile urbano biondo trentaquattrenne, matricola numero ventisette, con il quale prima si familiarizzava, mi dice in tono minaccioso. Dimmi come ti chiami. Al che voglio prendere tempo. Ma tempo non ce n'è. Vengo subito preso con forza sulla manica destra della giacca e strattonato verso una delle loro auto. Non oppongo resistenza e lo seguo mentre continua a tirarmi. Provo a dirgli che tutto questo è assurdo e inconcepibile in un paese che dovrebbe essere democratico. Mi lascia. Continuo a parlare, a provare a pacificare gli animi, a desistere. Ma non c'è più nulla da fare. Il meccanismo giudiziario si è attivato. Da quando l'ispettore di polizia ha pronunciato frettolosamente la frase “rifiuto delle generalità”, la pratica legale nei miei confronti è già operativa. Il logos si è fatto carne e non può essere abortito. Il dispositivo disciplinare ha preso vita e ora è irrevocabile. Solo Dio e forse in sua vece il presidente della Repubblica, in quanto ministro supremo della legge terrena, secondo la costituzione, può revocare l'evento. Nonostante tutto la situazione non degenera. Tutti i partecipanti rimangono civilmente e dignitosamente ancora pronti a discutere e a rivedere le posizioni. Ma non c'è più nulla da fare. Il dado è tratto, la forza anonima dello stato leviatano si è attivata. Sono bandito, cioè per la legge sono un bandito. Sono gia considerato fuori la legge e per questo dovrò essere processato come fuorilegge.

Ringrazio l'ispettore della polizia municipale Angela Fantazzini. Mi ha dato l'opportunità di capire i dispositivi disciplinari del potere anonimo (ma davanti a me c'è una persona in carne e ossa e con un nome) tanto denunciati da Foucault. Capisco ancor più K e il Processo. Ma a risuonarmi sinistramente in testa è la frase: prendiamone uno a caso. Mi ricorda tanto la pedagogia del puniamone uno per punirli tutti (logica sacrificale). E non è poi neppure tanto distante dal prendiamone uno ogni dieci, come accadeva nella seconda guerra mondiale. D'un tratto tutto quello che avevo studiato sui libri per una vita si è materializzato, ha preso forma umana tragicamente.

Grazie per avermi dato la possibilità di capire.

Un'ultima nota.

Prima di andare via, scambio ancora quattro chiacchiere con un vigile urbano prima conosciuto e lì presente. Ha quasi le lacrime agli occhi per l'accaduto. Si vede che ha il cuore spezzato.

Ci diciamo con lo sguardo basso che oramai non si fa più differenza su nulla, tutto è diventato indistinto. Puoi essere la persona più pacifica di questo mondo o un facinoroso violento. Non importa, tanto il trattamento è lo stesso. Basta la reazione troppo emotiva e forse con poco buon senso di un funzionario qualsiasi sottostress senza motivo apparente per far degenerare verso il caos.

Per l'uomo e non solo per il vigile che ho di fronte il mondo non sarà più come prima.

Ci stringiamo la mano e ci salutiamo fraternamente.


6 gen 2010

suicidi in carcere

fonte:Antigone

Continua l'allarme suicidi. Non dimentichiamo l' atrocità di un atto posto a sancire l'ultimo respiro. Aumentano i suicidi ed allarma l'intuizione suicidaria. Intra ed extra muraria. Il suicidio: un drammatico fenomeno che ha da sempre destato l’attenzione dei molti, molteplici le sfaccettature approfondite, molteplici i riscontri, molteplici le teorizzazioni al riguardo. Nonostante quanti lamentino la vastità di un fenomeno in concreto difficilmente osservabile, in realtà da D. E. Durkheim ad oggi siamo in grado di definirne le diverse tipologie e le diverse modalità nonché di relazionarle al genere, all’età, allo stato civile, ai figli, alla religione, alla classe sociale, alla cultura della zona di appartenenza, all’ambiente penitenziario e all’impatto dei mezzi di comunicazione di massa, di evidenziarne i mesi, i giorni e le ore. In relazione all’ambiente penitenziario, solo nel 2009, si sono tolte la vita 71 persone. Dal 1990 al 2008 si sono verificati 957 suicidi e 13.297 tentativi di suicidio. Si consideri che nel periodo considerato il tasso dei suicidi nella popolazione italiana è stato dello 0,51 ogni 10.000 abitanti, in carcere la frequenza è circa 21 volte superiore. Dal 2000 al 2009 su una presenza media annua pari a 53.988 detenuti, 558 i suicidi e 7.717 i tentativi di suicidio. Oltre a ciò, solo nel 2009, a fronte di 71 suicidi complessivi, 5 le persone che si sono tolte la vita proclamandosi innocenti, 1 nel 2008, 2 nel 2007, 2 nel 2006, 4 nel 2005, 4 nel 2004, non considerando il quantum di coloro che non hanno potuto e /o voluto innalzare la propria voce. Un occhio al 1010: un giovane di 23 anni, uscito dal carcere il 2 gennaio dopo una serata con gli amici, si impicca ad un cartello stradale (nei pressi di Cagliari). Il ragazzo, arrestato per reati contro il patrimonio, in particolare furti, aveva manifestato di recente l’intenzione di “cambiare vita” ma, una volta uscito dal carcere si era ritrovato senza lavoro, senza prospettive, senza decoro. Lo stesso giorno in provincia di Bari, un altro uomo, 39 anni, detenuto per reati di droga si toglie la vita inalando il gas di una bomboletta da camping nel silenzio funereo della propria cella. Il 2009 si è chiuso con 71 suicidi mentre al 5 di gennaio se ne registrano già 2. Nonostante uno sia avvenuto fuori dalle mura della realtà penitenziaria, il concetto nella sostanza non cambia. Così come un uomo si lascia morire nella solitudine della propria cella per averne percepito il vuoto assoluto, nella banalità e nella crudeltà di un sistema “rieducativo” che alla fine non è altro che strumentale alla stregua delle culture arcaiche al ripristino di una sorta di “pax deorum”, oggi “pax societatis”, un altro rinuncia al bene più prezioso, la vita, nonostante fuori dal carcere per lo stesso vuoto percepito e l’incapacità di ristrutturare un pensiero razionale come fosse oramai svuotato di ogni speranza e forza. Dove andremo a finire? Riprendendo uno scritto “di fine anno” di Stefano Anastasia, viene da ribadire “quando si discuteranno le mozioni sul carcere. Il Governo che farà? Continuerà a raccontare la balla del “piano carceri”? o deciderà finalmente di assumersi la responsabilità di quello che sta accadendo negli istituti penitenziari e di quello che potrà succedere nel 2010?” Questo naturalmente vale anche per le problematiche della "società libera", di certo non ignara del fenomeno. Un caro saluto a tutti ed una buona giornata

25 dic 2009

NATALE

E' nato oggi gesù ilsalvatore, pesa 3kg e maria, la madre, per metterlo al mondo è stata costretta a perdere la sua storica verginità, che l'aveva portata agli onori della cronaca locale.
Denunciato l'aggressore, un certo gabriele, rappresentante di macchine per aerosol, reo di averla fecondata con una soluzione da inalare, contenente seme divino allo stato gassoso.
Fonte ANS(i)A

22 dic 2009

Alberto Asor Rosa e Ezio Mauro

EDITORIALE | di Alberto Asor Rosa
L'ETERNA BICAMERALE
Quando qualche tempo fa scrissi e pubblicai su queste colonne un articolo intitolato Il golpe bianco (5 dicembre), non mi sarei aspettato che di lì a qualche giorno (10 dicembre) il Cavaliere sarebbe volato in soccorso delle mie tesi con le sue clamorose esternazioni al Congresso del Ppe, che sembravano fatte apposta per convalidarle e renderle definitive: ripeto, definitive.
Siamo usciti allora dal clima provvisorio di (presunta) isteria e di (patologica) rabbia: i tre elementi fondatori della strategia berlusconiana, - la denegazione del prestigio, dell'autorevolezza e della funzione di garanzia delle massime cariche dello Stato (Presidenza della Repubblica e Corte costituzionale), lo scardinamento dell'autonomia del potere giudiziario e la revisione del dettato costituzionale in vista di un proprio illimitato e sconfinato nel tempo potere personale, - venivano ormai sotto tutti gli occhi di tutti, il «golpe bianco» prendeva la sua forma finale, per giunta di fronte ad una platea europea, cosa che anch'essa finora non era mai avvenuta (il fatto che non ci siano state reazioni visibili costituisce di per sé un avallo importante alla strategia in quella sede chiaramente delineata).
Questo è avvenuto negli ultimi quindici giorni in Italia e su questo occorre tornare a riflettere, riflettere, riflettere. Insomma, il ragionamento è davvero elementare: se in Italia c'è «lo stato di eccezione» (E. Mauro, La Repubblica, 11 dicembre), la strada da battere è una; se non c'è, è un'altra. Questo è il punto: se sia in atto oppure no in Italia un processo strisciante di natura eversiva, che scende dall'alto, risponde a un disegno preciso (non sussultorio, non puramente difensivo) e si avvale per ora, con estrema durezza, di tutti gli strumenti istituzionali attualmente disponibili. E' ovvio che, in base alle risposte, se ne dipanino due possibili (e ampiamente contrapposte) risposte politiche. Le risposte politiche, e le conseguenti iniziative, invece sembrano arrivare senza che il punto nella sua essenza sia minimamente affrontato. Il massimo che si ottiene è che vengano avvistate, - e qualche volta persino denunciate, - le singole eccezioni alla regola. Ma non si vede, o non si vuole vedere, la trama che le unisce organicamente l'una all'altra, cioè non si vede, per tornare a noi, lo «stato d'eccezione». E questa rimozione (in molti casi voluta) mi sembra di per sé una terribile debolezza.
Lo strillo di Pier Ferdinando Casini dopo le ultime esternazioni, - «se vuole trasformare la repubblica in una monarchia, faremo fronte comune, e ci saranno delle sorprese», - forse dettato da emotività (ma vivaddio, in casi del genere), poteva essere l'inizio di un discorso, anche dalle ridotte ricadute pratiche sul momento, ma significativo politicamente e idealmente. Invece niente.
In questa davvero eccezionale segmentazione dell'analisi dei singoli fenomeni dalla causa vera che li determina, oltre a vasti settori dei media e dell'informazione, sarebbe vano tentare di celare che si distingue l'attuale gruppo dirigente del Pd. Tutto ciò meriterebbe un lungo ragionamento a parte, me ne rendo conto, ma ne accenno per la parte che riguarda più direttamente questo discorso. Se non c'è lo «stato di eccezione» e se di conseguenza viene scartato lo sforzo più intenso allo scopo di creare un vasto schieramento onde fronteggiarlo, - allora cosa c'è?
Lo dice, a piccoli tocchi e a prudenti dinieghi, l'attuale segretario Bersani, ma lo dice, come al solito con grande decisione e chiarezza, Massimo D'Alema, in una illuminante intervista al Corriere della Sera (17 dicembre). Agli «opposti populismi», - quello di Berlusconi e quello, ca va sans dire, di Tonino Di Pietro, - va contrapposto secondo lui il disegno serio e responsabile di un grande partito riformista, il quale, scrive D'Alema, deve avere «il coraggio di dire che le riforme istituzionali comportano una comune assunzione di responsabilità, senza temere l'accusa (va detto che, comunque, la lingua batte dove il dente duole) di voler fare inciuci». Lo scopo è quello, niente di meno!, «di rifondare il sistema politico e questo è l'unico spazio in cui il Pd può agire, tra gli opposti populismi».
Ma come si fa a pensare che si possa ragionare di riforme con la canea urlante di turibolanti e di corifei che costituisce la corte dell'Uno? Si può benissimo: «interloquendo con quelle componenti riformiste presenti anche nel centrodestra». Ad esempio? Ma è ovvio, come non pensarci: uno che anche nelle opposte, «violente strumentalizzazioni» di questi giorni, fa «considerazioni molto (apprezzare l'intensificazione) ragionevoli», e cioè, of course, Gianni Letta. E Berlusconi (di cui peraltro Gianni Letta è un fedelissimo grand commis)? E il suo disegno eversivo? Non si sa, o, a quanto sembra, non importa.
Dunque la risposta allo «stato d'eccezione», sul quale beninteso D'Alema non spende neanche una parola, né per negarlo né per denunciarlo, è l'«eterna bicamerale», perché non esiste altra parola per definire questa singolare risposta alla crisi verticale del paese.
Sarebbe più ragionevole dire che, se al populismo berlusconiano non si contrappone, e per giunta con qualche fortuna, null'altro che il populismo dipietrista (per quanto, a dir la verità, anche della nutritissima piazza antiberlusconiana non si fa cenno, ed è, occorre dirlo, un silenzio sprezzante, come si conviene ad un adoratore del «politico puro»), la responsabilità sarà se mai proprio del Pd, che non riesce a elaborare una risposta politico-sociale a tale crisi, che appaia più persuasiva di quella del dipietrismo, e al contrario s'infila nel vicolo cieco delle «riforme condivise», nel nome del supremo interesse del paese.
O non l'abbiamo già vista questa storia? Prima di entrare nel merito di una risposta alternativa e possibile, che è la cosa che c'interessa di più, e che cercheremo di fare più avanti, avanziamo alcune facili previsioni. La proposta di una nuova bicamerale con Berlusconi è dirompente: per chi la fa, naturalmente. Bersani potrebbe rapidamente giocarcisi il posto.
Il «populismo» dipietrista risulterebbe agli occhi di un numero sempre più grande di cittadini l'unica opposizione possibile. E il Pd, se non m'inganno, andrebbe a spaccarsi lungo una linea trasversale che taglia tutte le forze che lo compongono.
Siccome a me sembrerebbero tutt'e tre conseguenze non auspicabili, spero che il gruppo dirigente Pd ci ripensi.





IL COMMENTODove ci porta lo stato d'eccezionedi EZIO MAURO



Silvio Berlusconi
IERI è finita la lunga transizione italiana. Siamo entrati nello stato d'eccezione: ed è la prima volta, nella storia della nostra democrazia. Si apre una fase delicata e inedita, che chiude la seconda Repubblica su una prova di forza che non ha precedenti, e non riguarda i partiti ma direttamente le istituzioni.
Silvio Berlusconi ha scelto una sede internazionale, il Congresso a Bonn del Partito Popolare Europeo, per attaccare la Costituzione italiana (annunciando l'intenzione di cambiarla) e per denunciare due organi supremi di garanzia come la Presidenza della Repubblica e la Corte Costituzionale, accusandoli di essere strumenti politici di parte, al servizio del "partito dei giudici della sinistra" che avrebbe "scatenato la caccia" contro il premier.

Il Presidente della Camera Fini ha voluto e saputo rispondere immediatamente a questo sfregio del sistema istituzionale italiano, ricordando a Berlusconi che la Costituzione fissa "forme e limiti" per l'esercizio della sovranità popolare, e lo ha invitato a correggere una falsa rappresentazione di ciò che accade nel nostro Paese. Poco dopo, lo stesso Capo dello Stato ha dovuto esprimere "profondo rammarico e preoccupazione" per il "violento attacco" del Presidente del Consiglio a fondamentali istituzioni repubblicane volute dalla Costituzione. Siamo dunque giunti al punto. L'avventurismo subalterno del concerto giornalistico italiano aveva cercato per settimane di dissimulare la vera posta in gioco, nascondendo i mezzi e gli obiettivi del Cavaliere, fingendo che la repubblica fosse di fronte ad un passaggio ordinario e non straordinario, tentando addirittura di imprigionare il partito democratico nella ragnatela di una complicità gregaria a cui Bersani non ha mai nemmeno pensato.

Ora il progetto è dichiarato. Da oggi siamo un Paese in cui il Capo del governo va all'opposizione rispetto alle supreme magistrature repubblicane, nelle quali non si riconosce, dichiarandole strumento di un complotto politico ai suoi danni, concordato con la magistratura. È una denuncia di alto tradimento dei doveri costituzionali, fatta dal Capo del governo in carica contro la Consulta e contro il Presidente della Repubblica. Qualcosa che non avevamo mai visto, e a cui non pensavamo di dover assistere, pur pronti a tutto in questo sciagurato quindicennio.

Tutto ciò accade per il sentimento da abusivo con cui il Primo Ministro italiano abita le istituzioni, mentre le guida. Lo domina un senso di alterità rispetto allo Stato, che pretende di comandare ma non sa rappresentare. Lo insegue il suo passato che gli presenta il conto di troppe disinvolture, di molti abusi, di qualche oscurità. Lo travolge la coscienza dell'avvitamento continuo della sua leadership politica, della maggioranza e del governo nell'ansia di un privilegio di salvaguardia da costruire comunque, con ogni mezzo e a qualsiasi costo, trasformando il potere in abuso. La politica è cancellata: al suo posto entra in campo la forza, annunciata ieri virilmente dal palco internazionale dei popolari: "Dove si trova uno forte e duro, con le palle come Silvio Berlusconi?".

La sfida è lanciata. E si sostanzia in tre parole: stato d'eccezione. Carl Schmitt diceva che "è sovrano chi decide nello stato d'eccezione", perché invece di essere garante dell'ordinamento, lo crea proprio in quel passaggio supremo realizzando il diritto, e ottenendo obbedienza. Qui stiamo: e non si può più fingere di non vederlo. Berlusconi si chiama fuori dalla Costituzione ("abbiamo una grande maggioranza, stiamo lavorando per cambiare questa situazione con la riforma costituzionale"), rende l'istituzione-governo avversaria delle istituzioni di garanzia, soprattutto crea nella materialità plateale del suo progetto un potere distinto e sovraordinato rispetto a tutti gli altri poteri repubblicani, che si bilanciano tra di loro: la persona del Capo del governo, leader del popolo che lo sceglie nel voto e lo adora nei sondaggi, mentre gli trasferisce l'unzione suprema, permanente e inviolabile della sua sovranità.

Siamo dunque alla vigilia di una forzatura annunciata in cui lo stato d'eccezione deve sanzionare il privilegio di un uomo, non più uguale agli altri cittadini perché in lui si trasfigura la ragion di Stato della volontà generale, che lo scioglie dal diritto comune. Si statuisca dunque per legge che il diritto non vale per Silvio Berlusconi, che il principio costituzionale di legalità è sospeso davanti al principio mistico di legittimità, che la giustizia si arresta davanti al suo soglio. La teoria politica dà un nome alle cose: l'assolutismo è il potere che scioglie se stesso dal bilanciamento di poteri concorrenti, l'autoritarismo è il potere che non specifica e non riconosce i suoi limiti, il bonapartismo è il potere che istituzionalizza il carisma, la dittatura è il comando esercitato fuori da un quadro normativo.

Avevamo avvertito da tempo che Berlusconi si preparava ad una soluzione definitiva del suo disordine politico-giudiziario-istituzionale. Come se dicesse al sistema: la mia anomalia è troppo grande per essere risolvibile, introiettala e costituzionalizzala; ne uscirai sfigurato ma pacificato, perché tutto a quel punto troverà una sua nuova, deforme coerenza. I grandi camaleonti sono invece corsi in soccorso del premier, spiegando che non è così. Hanno ignorato l'ipotesi che pende davanti ai tribunali, e cioè che il premier possa aver commesso gravi reati prima di entrare in politica, e l'eventualità che come ogni cittadino debba renderne conto alla legge. Hanno innalzato la governabilità a principio supremo della democrazia, nella forma moderna della sovranità popolare da rispettare. Hanno così dato per scontato che il diritto e la legalità dovessero sospendersi per una sola persona: e sono passati ai suggerimenti affettuosi. Un nuovo lodo esclusivo. E intanto, nell'attesa, il processo breve. E magari, o insieme, il legittimo impedimento, possibilmente tombale. Qualsiasi misura va bene, purché raggiunga l'unico scopo: il salvacondotto, concepito non nell'interesse generale a cui i costituenti guardavano parlando di guarentigie e immunità, ma nell'esclusivo interesse del singolo. L'eccezione, appunto.

Ma una democrazia liberale si fonda sul voto e sul diritto, insieme. E il potere è legittimo, nello Stato moderno, quando poggia certo sul consenso, ma anche su una legge fondamentale che ne fissa natura, contorni, potestà e limiti. Il principio di sovranità va rispettato quanto e insieme al principio di legalità. Perché dovrebbe prevalere, arrestando il diritto davanti al potere, e non in virtù di una norma generale ma nella furia di una legge ad personam, che deve correre per arrivare allo scopo prima di una sentenza? Come non vedere in questo caso l'abuso del potere esecutivo, che usa il legislativo come scudo dal giudiziario? È interesse dello Stato, della comunità politica e dei cittadini che il premier legittimo governi: ma gli stessi soggetti hanno un uguale interesse all'accertamento della verità davanti ad un tribunale altrettanto legittimo, che formula un'ipotesi di reato. Forse qualcuno pensa che il Presidente del Consiglio non abbia i mezzi e i modi e la capacità per potersi difendere e far valere le sue ragioni in giudizio? E allora perché non lasciare che la giustizia faccia il suo corso, anche nel caso dell'uomo più potente d'Italia, ricongiungendo sovranità e legalità?

L'eccezione a cui siamo di fronte ha una posta in gioco molto alta, ormai. Qualcuno domani, messo fuori gioco da Napolitano e Fini, condannerà le parole di Berlusconi, ma ridurrà lo sfregio costituzionale del premier a una questione di toni, come se fosse un problema di galateo. Invece è un problema di equilibrio costituzionale, di forma stessa del sistema. Siamo davanti a un'istituzione che sfida le altre, delegittimandole e additandole al popolo come eversive. Con un ricatto politico evidente, perché Berlusconi di fatto minaccia elezioni-referendum su un cambio costituzionale tagliato su misura non solo sulla sua biografia, ma della sua anomalia.

Per questo, com'è chiaro a chi ha a cuore la costituzione e la repubblica, bisogna dire no allo stato d'eccezione. E bisogna aver fiducia nella forza della democrazia. Che non si lascerà deformare, nemmeno nell'Italia di oggi.
© Riproduzione riservata (11 dicembre 2009)

19 dic 2009

in carcere

COMMENTO | di Marco Bascetta
TARTAGLIA TRA L'INCUDINE E IL MARTELLO
Qualche parola, credo, dovrebbe essere spesa sulla sorte di Massimo Tartaglia, non certo per conferire un senso o una giustificazione a un gesto che non ne ha né può averne, ma per evitare almeno che una persona qualunque, malata, vittima delle sue ossessioni, finisca stritolata in un gioco che la sovrasta e la utilizza. Che sia quello dello scontro tra poteri costituiti, tra contrapposte demagogie o tra schieramenti politici. Temo che proprio questo stia accadendo e che la magistratura sia stata sospinta ad agire non sulla base di un'equa considerazione dei fatti, ma con grande attenzione allo scontro in atto con il premier e larga parte del suo schieramento politico.
Non è difficile immaginare i titoli di Libero, del Giornale, della Padania o gli strepiti di Cicchitto, Bondi e Fede, se il giudice per le indagini preliminari Cristina di Censo avesse accolto la richiesta dei difensori di Tartaglia di trasferire l'aggressore di Berlusconi in una struttura protetta, prima in un ospedale psichiatrico, poi in una comunità terapeutica. Meglio, dunque, attenersi alla richiesta del procuratore aggiunto Armando Spataro e lasciare in carcere Massimo Tartaglia. Con l'incredibile motivazione che esisterebbe un concreto rischio di reiterazione del reato (addirittura verso chiunque) nonché la possibilità che l'indagato tenti di inquinare le prove. Come questo possa avvenire tra le mura di un ospedale psichiatrico è a dir poco problematico. Senza contare il fatto che il riferimento a «eventuali prove» inquinabili allude alla possibilità di oscuri retroscena di cui, con tutta evidenza, non v'è traccia. Assai più probabile è dunque che «con l'aria che tira» a prescindere dallo stato di salute di Tartaglia, della sua e dell'altrui sicurezza, prudenza politica suggerisca di tenerlo in galera, almeno fino a quando si saranno calmate le acque.
Tutto ciò non scandalizza né i fieri avversari del «comunismo giudiziario», né gli apologeti di una magistratura salvifica e pura che dovrebbe tenerci al riparo dalle malefatte della politica. Corporazioni e poteri, compresi quelli giudiziari, sono assai poco inclini a mettere in secondo piano i propri interessi e il calcolo delle opportunità, condannando all'insignificanza la vita e la sofferenza di un singolo. Non è la prima volta che ne danno prova. E anche la stampa, pur costretta a difendersi dalla ridicola accusa di essere «mandante morale» dell'aggressione di piazza Duomo, dovrebbe prendere molto sul serio i legittimi timori dei familiari dell'aggressore.


ilmanifesto