01 mag 2009

INFERNO BOLZANETO. per non dimenticarli.


Bolzaneto è un quartiere periferico a nord di Genova. Per chi arriva da fuori, il nome di un’uscita dell’autostrada. C’è una caserma, intitolata a Nino Bixio, che è la sede del VI reparto mobile della polizia di Stato, quello che un tempo si chiamava “celere”. Oltrepassati un cancello scorrevole e una sbarra, ci si trova in un ampio cortile circondato da edifici bassi. Due di questi vengono scelti come “carcere provvisorio” per il G8. il principale è noto come “ex caserma dell’esercito”, destinato ad accogliere le celle e gli uffici di polizia. Ha tre scalini all’ingresso e un corridoio. Sul lato sinistro ci sono sette stanze e un bagno, sul lato destro otto stanze e un altro bagno. Il secondo è la palestra, dove si sarebbero svolte le operazioni di identificazione e fotosegnalamento.
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Per gli arrestati doveva essere un passaggio rapido e indolore, qualche carta da firmare e via. Invece le cose si complicheranno subito, già a partire dal primo pomeriggio di attività, venerdì 20 luglio.
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Da venerdì 20 a domenica 22 luglio transitano a Bolzaneto almeno 252 persone, tra arrestati e fermati. Sono certamente più, ma è impossibile stabilire il numero esatto, perché “non venne istituito da parte della polizia di Stato un registro di ingresso o di carico ove venisse annotato il numero e l’identità di ciascuna delle persone entrate nella struttura”, testimonia in aula Claudio Sanfilippo, il dirigente della squadra mobile di Genova a cui era stata affidata un’indagine della interna subito dopo il G8.
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Nei giorni del G8, il nome Bolzaneto non dice niente a nessuno. Gran parte dei manifestanti neppure sa dell’esistenza di una struttura del genere. L’attenzione di giornali e tv è assorbita dalla guerriglia di piazza, dall’uccisione di Carlo Giuliani, dal sangue corso alla scuola Diaz. I pochi che sanno, al di fuori degli apparati dello Stato, quando provano a entrarci vengono respinti al cancello, come accade ad alcuni avvocati del Genoa Social Forum in cerca di notizie sugli arrestati. È l’effetto dell’ordinanza firmata dal procuratore Meloni, che differisce il colloquio con i difensori al carcere di destinazione. Dal 20 al 22 luglio, Bolzaneto è un buco nero.
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Le storie che state per leggere sono tutte accomunate da un identico ritmo: botte, insulti, soprusi e umiliazioni che cadenzano con regolarità i passaggi tra furgoni, celle, uffici, infermeria, bagni. Ognuna, però, svela un diverso dettaglio di quella sorta di orgia del potere che si scatenò nella struttura penitenziaria. Le botte sulle ferite aperte, le bruciature di sigaretta, il gas urticante spruzzato in cella, il taglio dei capelli per sfregio, gli sputi; stracci luridi dati per assorbenti igienici, i farmaci sottratti, la negazione di cibo, acqua, coperte e persino del bagno; i celebri cori fascisti, gli insulti politici e sessuali, le minacce di stupro, i reduci della Diaz marchiati in faccia con il pennarello; gli agenti che gridano versi di animali, come in un grottesco asilo; la scena surreale di un giovane skinhead ben contento di inneggiare a Mussolini; l’infermeria che si trasforma nel suo esatto opposto, un luogo di sadismo; i riferimenti ad Auschwitz; l’incubo amplificato degli stranieri che comprendono ancora meno degli italiani e si domandano angosciati in che razza di Paese siano finiti.

A.Giuseppe. Fermato per identificazione il 20/07- ingresso a Bolzaneto alle ore 19.00 esce dalla caserma alle 2.oo circa del 21/07. Viene prelevato dal pronto soccorso dell’ospedale San Martino dove era stato medicato per le ferite riportate in Via Tolemaide. Nel cortile di Bolzaneto, sceso dal blindato, vede molti poliziotti e guardie penitenziarie in divisa. Sente che qualcuno di loro parla di un carabiniere o di un poliziotto ucciso. Lo fanno sedere insieme agli altri su un muretto dove lo picchiano con pugni, calci, manganellate e colpi con i caschi. Vede che volutamente lo colpiscono sulle ferite. A un certo punto si avvicina un agente della polizia di Stato molto grande, gli prende improvvisamente la mano, gli allarga le dita con le due mani e tira violentemente le dita divaricandole, così spaccandogli la mano. Sviene dal dolore. A quel punto lo portano in infermeria, lo denudano e lo fanno sdraiare su un lettino. Mentre lo trasportano qualcuno gli dice una frase intimidatoria del tipo:”ti sei fatto male da solo vero?”. In infermeria ci sono medici ed infermieri ma anche agenti in divisa. Qualcuno gli chiede come si è fatto male, ma lui, terrorizzato, dice che è caduto dalle scale. Gli cuciono la mano senza anestesia. Lui ha male ma gli dicono di stare fermo, perché se si muove gli daranno il resto e gli fanno mordere uno straccio. Poi lo portano in cella dove stare in piedi, faccia al muro, gambe divaricate e fronte appoggiata al muro. (..) Lo portano in bagno, ma deve espletare i suoi bisogni di fronte all’agente che lo accompagna. Lungo il tragitto nel corridoio gli schiacciano i piedi e lo fanno cadere a terra. Lo deridono dicendogli “muoviti”. Nel corridoio lo fanno stare fermo in piedi appoggiato al muro con le braccia alzate e in quella posizione sente grida e invocazioni di aiuto, che provengono dalle celle e dall’ufficio degli atti.

K.Anna Julia. Arrestata il 22/07 intorno alle ore 1,30 –immatricolata alle ore 22.15 circa dello stesso giorno- tradotta (trasportata) all’istituto penitenziario il 23/07 alle ore 12.oo circa.
Proviene dall’ospedale Galliera dove è stata ricoverata a causa delle percosse subite nella scuola Diaz; ha una mascella fratturata e ha perso alcuni denti; sente dolori molto forti alla testa. Arrivata a Bolzaneto viene insultata nel piazzale da un gruppo di agenti che la circonda, le dicono “black bloc” e la deridono indicando la sua bocca ferita. La fanno attendere in piedi contro il muro della caserma con le braccia alzate. L’agente donna che l’accompagna in cella la fa camminare tenendole la testa abbassata nonostante le sue evidenti condizioni. In cella può subito sdraiarsi per terra. Piange. Ogni tanto entra in cella qualche agente che la insulta; lei però capisce solo le parole black bloc e bastardi; sente grida di persone picchiate provenire da altre celle. Chiede a un agente donna un assorbente, ma le viene risposto che non ce ne sono. Lei stessa e i suoi compagni di cella più volte e inutilmente richiamano l’attenzione degli agenti affinché venga portata in infermeria; ciò avviene però soltanto dopo parecchie ore; le danno un antidolorifico e del ghiaccio; in infermeria il medico le chiede come si è procurata le lesioni, lei però non conosce la parola italiana “manganello” e quindi ha difficoltà ad esprimersi; qualcuno, che le sembra un sanitario, allora afferra un manganello e lo brandisce a pochi centimetri dalla sua bocca e tutti i presenti ridono. Sempre in infermeria si deve spogliare anche in presenza di agenti di sesso maschile, è ancora sporca di sangue sul corpo, la fanno rimanere nuda in queste condizioni per oltre dieci minuti con grave umiliazione; le tolgono l’unico assorbente che ha. Durante l’intero periodo di permanenza nella struttura le danno da mangiare solo un pezzo di banana e dei pezzi di panino, che però lei non riesce a masticare per il dolore alla bocca.

O. B. Carlos Manuel. Arrestato il 20/07 intorno alle ore 17.30 circa- immatricolato alle ore 3.20 circa del 21/07 –tradotto all’istituto penitenziario il 21/07 alle ore 6.30 circa.
A Bolzaneto viene messo in cella insieme a CS. Deve stare in piedi, faccia al muro, gambe divaricate e braccia dietro la schiena. Ogni tanto entra il cella un poliziotto e lo percuote. Durante gli spostamenti nel corridoio deve passare tra due ali di agenti della polizia penitenziaria che lo percuotono. Gli viene spenta una sigaretta sul dorso del piede privo di scarpe. Nell‘ufficio degli atti, mentre sottoscrive il verbale di sequestro, un agente lo colpisce con un salame ai genitali. Gli agenti lo ingiuriano in continuazione.

U. Geraldo. Arrestato il 21/07 intorno alle ore 18.00 –preso in carico dall’amministrazione penitenziaria e quindi immatricolato alle ore 22.45 dello stesso giorno- tradotto all’istituto penitenziario il 22/07 alle ore 0.45 circa. In cella deve stare in piedi, faccia al muro, gambe divaricate e indici appoggiati al muro; è insieme a un marocchino e altri due ragazzi di Catania. In cella sente la cantilena: “un due tre evviva Pinochet, quattro cinque sei a morte gli ebrei, sette otto nove il negro non commuove” , sente anche il grido: “Apartheid”. Durante il trasferimento in corridoio è percosso al passaggio con calci alle caviglie. Più volte in cella viene spruzzato dall’esterno del gas irritante. A G.Maurizio il gas è invece spruzzato sul volto. Quando chiede di andare in bagno gli mostrano due cordoni di agenti lungo il corridoio e gli dicono: “se ce la fai a passare da qui” e lui ovviamente rinuncia. Ha una ferita sulla testa e quindi sulla stessa deve tenere del ghiaccio; non può però usare le mani e quindi è costretto a tenere il ghiaccio tra la testa e il muro pressandolo con la fronte; a un certo punto però il ghiaccio gli cade, lui si china per raccoglierlo e lo colpiscono con un pugno sul fianco sinistro facendolo piegare sulle ginocchia e da dietro gli urlano: “in piedi, faccia al muro”. In infermeria viene insultato da persone di sesso maschile e anche femminile con le frasi: “spogliati stronzo. Che fisico di merda che hai, puzzi, mi fai schifo”. Gli ordinano di buttare i suoi vestiti a terra, lui li mette però in un posto diverso da quello indicato e un agente della polizia penitenziaria gli sferra un pugno sul fianco. Gli strappano un piercing dall’orecchio in malo modo tanto che poi l’orecchio gonfia. (…)

Queste sono solo quattro delle tante testimonianze tratte dal libro "Inferno Bolzaneto" scritto da Mario Portanova.

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